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Leone in foresta Africana

Covid, Africa e cooperazione internazionale

Breve esamina dello stato attuale

Con la solidarietà e la scienza si possono controllare le epidemie ha affermato pochi giorni fa Matshidiso Moeti, il direttore regionale per l’Africa dell’OMS, quando le autorità sanitarie della RD Congo hanno dichiarato, per la seconda volta, la fine dell’ebola nel paese martoriato dai conflitti interni. Ebbene si, perché per quanto grave risulti essere la pandemia da Covid-19, numerosi paesi del continente africano continuano ad affrontare complessi problemi sanitari spesso non debitamente considerati: morbillo, tubercolosi, diarrea, poliomielite, AIDS e malaria sono tutte emergenze che si sommano alla famigerata pandemia da coronavirus, che in queste settimane sta raggiungendo i circa 400.000 contagi in tutta l’Africa.

Fedeli
Fedeli all’entrata di una moschea nel venerdì di preghiera a Ougadougou, capitale del Burkina Faso.
Fonte: The new york times: Africa Braces for Coronavirus, but Slowly. (https://www.nytimes.com/2020/03/17/world/africa/coronavirus-africa-burkina-faso.html)

Se da un lato la giovanissima età media (circa 20 anni) accompagnata da un certo know how accumulato nel fronteggiare le epidemie schiude speranze per il continente mantenendo relativamente basso il numero delle vittime (attualmente circa 10000 in totale), dall’altro l’enorme quantità di lavoro informale (che secondo la Banca Mondiale raggiunge addirittura l’85% della forza lavoro), le economie basate sull’import, le gravi carenze nei sistemi sanitari e la scarsità di risorse impediscono a molti stati africani di attuare efficaci strategie preventive. Tutto ciò tende a dilatare i tempi di discesa della curva epidemiologica, acuire le conseguenze socioeconomiche e creare un’emergenza nell’emergenza.

A causa della pandemia da coronavirus per esempio è diminuito drasticamente il numero e la frequenza delle disinfestazioni contro le zanzare anofele nei villaggi e dunque sono fortemente aumentati i casi di malaria; coloro che hanno problemi legati alle succitate malattie spesso si rifiutano di recarsi nei centri sanitari per paura di contrarre il virus; ancora, la chiusura delle scuole per prevenire la diffusione del contagio determina un aumento dell’abbandono scolastico. Ad ogni azione (preventiva) corrisponde una reazione uguale e contraria e, nell’Africa ai tempi del Covid, il principio di reazione1 risulta tristemente calzante.

Se il problema sanitario preoccupa molto, quello socioeconomico preoccupa ancor di più tanto che una recente analisi condotta dallo United Nations Economic Commission for Africa prevede una drastica caduta del PIL africano pari al 3,2 % (dall’1,6% precedentemente previsto) che spingerebbe circa 27 milioni di persone (ventisette milioni!) in estrema povertà.2

Carenza di manodopera, chiusura dei mercati, interruzione di approvvigionamento delle catene alimentari, sfaldamento delle piccole e medie imprese prive della liquidità necessaria per resistere a lunghe misure preventive sono solo alcune delle conseguenze pandemiche in Africa, molte delle quali comuni anche ad altri continenti.

Il panorama fin qui esposto chiarisce perché nessuno stato del continente ha attuato la quarantena sul modello occidentale; perché è insostenibile, perché, come affermavano molti senegalesi all’inizio della pandemia “il Covid-19 è un virus per ricchi”, perché per arginarlo seriamente serve uno “stato del benessere”, un welfare state che ricalca l’originale e lungimirante Piano Beveridge3 del 1942 ma in chiave tutta africana; e se la pandemia ponesse la basi per un cambio di paradigma che ambisce proprio a questo?

The African dream

copertina album
Fermo immagine del video musicale: “The African dream” di Negash Ali feat. Temu

Da ogni crisi può nascere un’opportunità e non a caso la rinomata resilienza del continente ora più che mai sta unendo e costruendo. Basti pensare che all’inizio della pandemia erano presenti unicamente due centri diagnostici per il coronavirus (Dakar e Johannesburg) mentre oggi, a pochi mesi dall’esplosione dei contagi, che in africa ha tardato a sopraggiungere, ne esistono più di 40. L’applicazione delle più stringenti misure preventive è stata adottata in tempi record da numerosi paesi, che con poche centinaia di contagi avevano immediatamente ordinato di chiudere tutti i maggiori luoghi di assembramento, fra cui i luoghi di culto.

E li dove le risorse non bastano, l’intenzione, la cooperazione e una rinnovata coscienza africana possono colmare il vuoto.

La pandemia infatti ha spinto numerosi leader e intellettuali africani a scrivere una proposta comune, quasi un “manifesto” sottoscritto da centinaia di artisti, medici, scrittori e politici che propone di contenere il virus anche attraverso un cambio di paradigma sociale e politico.

Sfruttare lo stravolgimento socioeconomico causato dal virus per attuare una ristrutturazione dei sistemi politici attuali con altri che mettano in cima alle priorità politiche e socioeconomiche la salute dei cittadini e la sicurezza sociale.

L’obiettivo? Creare un nuovo modello di welfare state tutto africano1. Una proposta comune da molti definita “Utopia africana” perché presuppone ingenti quantità di risorse ma da altri, noi ottimisti, rinominata “il sogno africano” perché racchiude i semi di una nuova concezione, in primis culturale, che pretende di orientare le politiche attuali e future in un piano d’azione (efficace anche per affrontare le crisi) che consideri le diverse specificità delle realtà africane senza limitarsi a copiare le politiche attuate dai paesi occidentali.

1 https://www.internazionale.it/notizie/andrea-de-georgio/2020/05/13/lettera-intellettuali-africani-coronavirus

Il ruolo della cooperazione

Parola d’ordine: rimodulare (?)

Una delle maggiori evidenze che la pandemia ha sollevato è senza dubbio il fondamentale ruolo della solidarietà tra individui, nazioni e continenti necessario per contrastare i problemi globali. L’Italia ha vissuto primariamente i benefici di tale condizione solidale avendo ricevuto ingenti aiuti da decine di paesi di ogni continente (Cina, Cuba, Albania, Romania, Russia fra gli altri).

Eppure, nonostante la riscoperta centralità ed efficacia di tale pratica ancestrale, il settore della solidarietà internazionale e dunque anche della cooperazione, risulta essere, paradossalmente, uno dei più colpiti e “sacrificati”.

Tra le cause emergono chiaramente le pesanti limitazioni ai viaggi e la chiusura delle frontiere di numerosi paesi accompagnate da una tendenza, comune agli ultimi anni, di tagliare i fondi in questo ambito. È bene rammentare che il Belpaese al momento investe solo lo 0,24% del PIL nella cooperazione, il che equivale a meno del prezzo di un solo F-35, situazione che rende sempre più lontano il raggiungimento dello 0,7 % del PIL investito entro il 2030.

Finanziamenti a parte, tale emergenza sta ridefinendo fin dalle fondamenta le priorità stesse della cooperazione allo sviluppo.

Adattamento e flessibilità d’intenti sono infatti le due più pressanti necessità richieste, in questo come in molti altri ambiti professionali; l’emergenza pandemica, soprattutto nelle aree più sensibili del mondo ha creato un gap inevitabile fra le necessità locali post pandemia e le capacità di risposta degli enti attivi in quelle aree prima dell’avvento del coronavirus.

È chiaro dunque che per far fronte a tale situazione è necessario “rimodulare”, verbo inflazionato e al momento tanto caro alle istituzioni del settore per nascondere la paura che scaturirebbe dall’utilizzo del più appropriato verbo “stravolgere”. Per far fronte ad una tale pandemia è necessario stravolgere le modalità e i progetti della cooperazione allo sviluppo.

Fra le attuali nuove priorità risultano infatti programmi ancor più mirati nel settore della sanità e della prevenzione, iniziative di sensibilizzazione e informazione specifiche, soprattutto per i gruppi più vulnerabili ed esposti al contagio, maggior sostegno alle comunità locali e più finanziamenti ai progetti umanitari. Tali priorità si riflettono nella prassi delle organizzazioni che hanno dovuto inevitabilmente sospendere e/o alterare (rimodulare!) i progetti per attivare immediatamente azioni di emergenza sanitaria, sociale ed economica di contrasto alla pandemia e di supporto ai sistemi sanitari locali.

Encomiabile è stata la capacità di adattamento di numerosi attori del settore che sono risultati chiavi per molte realtà africane, in particolare per quel che concerne la sensibilizzazione sul tema e l’approvvigionamento con conseguente distribuzione dei dispositivi di protezione individuale (DPI) nelle aree più esposte al contagio.

Ma il reindirizzamento dei fondi e la rimodulazione dei progetti non bastano, servono azioni mirate e coordinate con tutti gli attori della cooperazione.

“Fare rete” è la nuova opportunità che sorge dalla attuale necessità di creare un coordinamento volto a identificare, ora più che mai, degli obiettivi comuni, fra i quali dovrebbero includersi anche il sostegno alla realizzazione della nuova politica africana.

Abiy Ahmed: Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace e primo ministro etiope. Fonte: Deccan Chronicle

La paura e il rischio di contagio è il filo invisibile che attualmente lega tutti i cittadini del mondo; We are all in this together, and we must work together to the end ha affermato Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace e primo ministro etiope.

In questo momento, fallire nel cooperare globalmente e nell’agire in maniera decisiva, tanto in Africa quanto in altre zone particolarmente sensibili, significherebbe mettere a rischio la vita non solo di coloro che vivono in quelle zone ma di tutti.

Pertanto, risulta essenziale fronteggiare la pandemia rafforzando la cooperazione internazionale e riaffermando il ruolo della solidarietà fra i popoli che ci unisce contro un nemico comune.

Fonti:

– Africa Centres for Disease Control and Prevention, African Union

(https://africacdc.org/covid-19/)

– Africa e Affari: “FMI prevede crollo del pil nella regione sub-sahariana”, 2020.

(https://www.africaeaffari.it/26784/fmi-prevede-crollo-del-pil-nella-regione-sub-sahariana)

– AgenziaNova: “Cooperazione: Del Re, Italia promuove sicurezza alimentare in risposta a emergenza Covid-19”, 30/06/2020. (https://www.agenzianova.com/a/5efb35a8562443.69644379/3003287/2020-06-30/cooperazione-del-re-italia-promuove-sicurezza-alimentare-in-risposta-a-emergenza-covid-19/linked)

– Al Jazeera: “Tracking Africa’s coronavirus cases”, 06/20.

(https://www.aljazeera.com/news/2020/04/tracking-africa-coronavirus-cases-200401081427251.html)

– Brookings: “What Covid means for international cooperation”, Dervis K., Strauss S., 03/20

(https://www.brookings.edu/opinions/what-covid-19-means-for-international-cooperation/)

DIRE: “La rete delle ong: “Bene la risposta di Conte, ma servono più fondi”, A. Fabbretti, 23/06/2020.

(https://www.dire.it/23-06-2020/477491-la-rete-delle-ong-bene-la-risposta-di-conte-ma-servono-piu-fondi/)

– Financial Times: “If Covid-19 is not beaten in Africa it will return to haunt us all”, Abiy Ahmed, 2020. (https://www.ft.com/content/c12a09c8-6db6-11ea-89df-41bea055720b)

– InfoCooperazione: “Partire o restare, i cooperanti al bivio davanti alla possibile diffusione del Covid-19 in Africa”, 17/03/2020.

(https://www.info-cooperazione.it/2020/03/partire-o-restare-i-cooperanti-al-bivio-davanti-alla-possibile-diffusione-del-covid-19-in-africa/#)

– Internazionale: “Una proposta africana per ripensare il mondo dopo la pandemia”, de Giorgio A., 13/05/20.

(https://www.internazionale.it/notizie/andrea-de-georgio/2020/05/13/lettera-intellettuali-africani-coronavirus)

– Nature Medicine: “COVID-19 in Africa: the spread and response”, M. Loembé, A. Tshangela et al, 2020.

(https://www.nature.com/articles/s41591-020-0961-x)

– Oltremare: “SDGs, prossime vittime del nuovo coronavirus?”, Bompan E., 20/05/2020.

(https://www.aics.gov.it/oltremare/articoli/pianeta/sdgs-prossime-vittime-del-covid-19/)

1 Conosciuto anche come “terzo principio della termodinamica” o principio di Nernst.

2 United Nations Economic Commission for Africa. https://www.uneca.org/publications/covid-19-africa-protecting-lives-and-economies (2020).

3 Dal nome del suo autore, William Beveridge, sociologo ed economista britannico, il piano consiste in un rapporto presentato al governo britannico nel 1942 che poneva le basi ad una serie di lungimiranti riforme di sicurezza sociale estesa a tutti i cittadini, a prescindere dai contributi versati. Tali riforme spaziavano dalla disoccupazione, all’invalidità, alla maternità, sussidi all’infanzia, spese sanitarie e quant’altro.

4 https://www.internazionale.it/notizie/andrea-de-georgio/2020/05/13/lettera-intellettuali-africani-coronavirus

Mi chiamo Amir! Amo viaggiare, ascoltare e immergermi pienamente in nuove culture. Mi reputo fortunato, ho avuto modo di studiare e lavorare in diversi continenti e ho sempre potuto scegliere la mia strada. Con il tempo ho deciso di rivolgere i miei sforzi verso la creazione di nuove opportunità. Ora faccio il cooperante, nella speranza di aiutare e condividere.

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