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vista alla citta

Il Covid19 e il ritorno in paese

Tutto è in continua mutazione, il cambiamento è la costante incontrovertibile che caratterizza l’esistenza umana e non solo. La velocità con cui questo modifica le nostre vite e le nostre abitudini è naturalmente variabile caso per caso.

Esistono, infatti, dei luoghi in cui il tempo sembra quasi essersi fermato, dove ancora è possibile godere del silenzio, di aria salubre e di cibo genuino.

In tempo di quarantena noi abitanti del mondo intero abbiamo dovuto, giuoco forza, fare i conti con gli spazi che abbiamo destinato come nostre abitazioni. Passano i secoli, i millenni, ma la casa resta il tempio su cui si basa e si snoda la vita dell’uomo e delle formazioni sociali da questo create.

Si è passato da case ampie in cui vivevano famiglie molto numerose con nonni, zii e cugini, ad abitazioni monofamiliari, spesso di piccole dimensioni, utilizzate come dormitorio. Situate spesso in condomini dove il cemento fa da padrone.

Sembra evidente come il Coronavirus abbia stravolto le nostre vite; infatti non è più pensabile trascorrerle in spazi angusti così come vuole un’idea di società che ci vede solo come consumatori di prodotti industriali, ubriachi di luce e rumore, lontani dalla natura e dalle meraviglie che il pianeta ci offre.

Fin da bambini a scuola ci viene spiegato come l’uomo si stanzi nei luoghi più favorevoli alla vita e alla sopravvivenza dello stesso. Pertanto gli agglomerati urbani costieri sono storicamente stati più ambiti rispetto all’entroterra, spesso arido e impervio. Questo resta senz’altro un assunto certo, tuttavia, oggi più di ieri, è necessario rivedere quello che è accaduto negli ultimi 50 anni e di come la globalizzazione ha svuotato le aree interne facendole ammalare di spopolamento che, in silenzio, ha portato via servizi e benessere a molte comunità dell’entroterra italiano in favore delle megalopoli dove tutto è accessibile e tutto si può avere subito.

E’ il momento di superare questa visione e di immaginare una vita più sostenibile, meno arrogante e più rispettosa del pianeta. Con lo smart working e l’e-commerce, è già diventato possibile lavorare e avere ciò di cui si bisogna, comodamente dalla propria abitazione, senza la necessità di recarsi fisicamente nei luoghi di lavoro o presso le attività commerciali.

Questa scommessa si può vincere solo se la Politica si rende conto della necessità di investire in queste aree con infrastrutture e servizi. Da anni, purtroppo, le politiche di finanziamento sono state fatte su misura dei pesci grossi.

Sul finire dell’anno scorso in Sicilia, ad esempio, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un d.d.l. per le c. d. Zone Franche Montane che prevede agevolazioni fiscali per i Comuni montani al fine di contenere un ulteriore spopolamento per oltre 130 aree interne, a 500 metri sul livello del mare e con meno di 15 mila abitanti  che logisticamente hanno minori possibilità di collegamento con i grandi centri di consumo.

Balena tra i palazzi della Città

Il TFUE già prevede la possibilità di istituire queste zone a fiscalità speciale. Infatti nel mondo sono migliaia le zone economiche speciali; è un sistema funzionante, solo da fare proprio e da calibrare in funzione del tessuto economico esistente e non.

L’idea consiste nel rendere competitivi questi territori montani prevedendo una fiscalità di sviluppo per tutte le imprese esistenti o che hanno intenzione di insediarsi in questi territori svantaggiati e difficili.

Le agevolazioni non sono altro che un intervento di politica economica di abbassamento reale dell’imposizione fiscale che anche mediante l’indotto non mancherà di arrecare i suoi effetti positivi in tutto il territorio nazionale, fortificandolo e rendendolo più concorrenziale .

Il Parlamento siciliano ha fatto la sua parte ma adesso la palla, o meglio il futuro, passa a quello nazionale a cui spetta, insieme al Governo, il delicato compito di dare attuazione a quella che può essere per l’Italia una via di salvezza.

Il rischio della mancata attuazione di questi interventi è il collasso del Sistema Italia.

Riuscirà il Coronavirus a convincerci che, perseguendo modelli di vita nei quali non si conosce la provenienza di ciò che ci possiede, il pianeta è senza futuro?

Michele Ermanno Schillaci nasce 25 anni fa a Catania e risiede da anni a Cerami, piccolo comune dell'entroterra siciliano. Studente di diritto e "operaio della Politica". Dopo l'esperienza nel mondo della rappresentanza studentesca presso l'Università degli Studi di Catania; è consigliere comunale e assessore alla Cultura e alle politiche sociali presso il suo Comune di residenza. Ha ricoperto, e ricopre, incarichi di partito e in associazioni a scopo sociale, come il Rotaract Club e l’AVIS.

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