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Persona piena di burocrazia

Cos’è il carcere? – Prima Parte

Prima Parte

Questa riflessione vuole essere un omaggio a Salvatore Ricciardi, militante ed ex prigioniero politico, recentemente scomparso, che ha lottato contro l’inutilità del carcere fino all’ultimo dei suoi giorni. “Chiamiamo comunismo la società senza galere” è il motto con cui Salvo riassumeva il marxismo, individuando nel carcere uno dei pilastri portanti del sistema capitalista.

La pratica della segregazione fisica delle persone come mezzo di espiazione di una condanna penale ha una storia abbastanza recente risalente alla prima metà dell’800. Fino ad allora la funzione e la struttura del “carcere” è variata a seconda delle necessità socio-politiche nei diversi momenti storici.

Il concetto stesso di carcere era differente dal concetto della condanna penale (quasi esclusivamente pecuniaria o corporale fino alla seconda metà del ‘700).

Nel corso dei secoli la funzione del carcere è mutata: da luogo di custodia in attesa del verdetto di condanna, venne trasformato in luogo dove venivano eseguite le pene corporali. È con l’abolizione delle pene corporali che la privazione della libertà, da eseguire in strutture penitenziarie, diventa la pena a riparazione della trasgressione delle leggi penali.

L’uso della pena rappresenta da sempre il mezzo per cercare “di inculcare un sincero senso di rispetto per l’autorità nelle classi inferiori1. Il grado di severità e spettacolarizzazione delle pene è mutato di pari passo ai cambiamenti socio-politici grazie all’impulso dato dai movimenti di massa.

salvatore ricciardi
salvatore ricciardi

Con la rivoluzione industriale, ad esempio, grazie alla maggiore disponibilità di manodopera a basso costo, il ricorso al lavoro forzato dei detenuti nelle case lavoro va via via scomparendo2.

Gli scopi principali delle pene e del carcere vanno sempre più a definirsi come strumenti di difesa della proprietà privata e come strumenti di controllo e di studio su specifiche fasce sociali.

Di pari passo, nel corso dei secoli, la definizione dei reati è mutata mantenendo alcuni tratti comuni, i destinatari dell’azione penale: poveri, marginali, oppositori politici e soggetti sociali deboli rispetto agli estensori delle leggi penali (classe dominante).

Questo aspetto è assolutamente centrale per comprendere il carattere classista e razzista posto alla base delle pratiche punitive: dall’ammenda fino alla condanna a morte che sanciva, ed ancora oggi persiste, il diritto dei “sovrani” sui beni materiali e sulla vita dei “sudditi”.

D’altra parte, già nel basso medioevo, si iniziava a profilare la fabbrica penale che andrà a definirsi nei secoli a venire:

“la centralizzazione del potere, la consequenziale necessità di far percepire ai sudditi l’autorità dello stato e quella di trarre vantaggio economico dalle pene pecuniarie comminate nei confronti di coloro che violano la pacifica convivenza. Con lo spostamento della gestione del potere penale dalla comunità locale a un organismo centrale sempre più influente, la pena pecuniaria si era trasformata da una compensazione della parte offesa in un metodo per arricchire giudici e funzionari di giustizia riservato ai soli benestanti, mentre le pene corporali divengono la tipica sanzione da comminare nei confronti di coloro che non sono in grado di ottemperare a quell’obbligo”3.

Altro tratto costante nella gestione dei detenuti e nel tipo di pena da infliggere loro è dipeso dalla maggiore o minore disponibilità di manodopera a basso costo data da molteplici fattori: espansione dei mercati, salari elevati, epidemie, ecc..

Nei periodi di scarsa disponibilità nel sistema sanzionatorio si iniziano a ritenere le pene corporali disumane e si fa avanti l’idea di una “pena umana” tesa alla redenzione del condannato anziché al suo annientamento.

Gli istituti di condanna vengono trasformati in case di correzione dove addestrare il condannato al lavoro utile ai nuovi meccanismi di produzione. “..sarebbe stata una crudeltà economicamente insensata continuare ad annientare i delinquenti. La pena della privazione della libertà prende il posto delle pene corporali e capitali, l”umanità” sostituisce la crudeltà; dovunque erano luoghi di supplizio ora si costruiscono case di correzione”4.

Contemporaneamente il codice delle condotte “penalmente rilevanti” si allarga a dismisura andando a colpire soggetti sociali ben determinati: vagabondi, mendicanti, ladruncoli.

Lo sviluppo dell’istituzione penitenziaria passa attraverso fattori economico-sociali che poco hanno a che fare con la sicurezza sociale. Con la riforma luterana la povertà viene statuita come crimine da punire; contemporaneamente si arriva a “sostituire con il carcere gli altri tipi di punizione. Per molto tempo tuttavia non vi fu alcuna rigida classificazione e separazione delle varie categorie umane e giuridiche internate”5.

Le basi del carcere odierno vengono gettate in epoca illuminista. Epoca di profondi mutante sociali dove “Nessuno aveva ancora osato censurare apertamente le istituzioni della giustizia penale, ponendo in dubbio il diritto del sovrano di disporre della vita, del corpo e della libertà dei propri sudditi, in nome di un potere arbitrario e indiscutibile: in ciò risiedette la principale novità del pensiero di Beccaria”6.

1WEISSER MICHAEL, “Criminalità e repressione nell’Europa moderna.”, op. cit., pag. 117

2Il principio della less elegibility, formulato soprattutto dagli scrittori sociali inglesi del diciottesimo secolo, richiede che il livello di esistenza garantito dalle istituzioni carcerarie (o dalla assistenza) sia inferiore a quello della fascia sociale operaia più bassa, in modo che il lavoro peggio pagato sia comunque preferibile (eligible) alla condizione carceraria o all’assistenza, ciò al duplice scopo di costringere al lavoro e salvaguardare la deterrenza della pena”. (RUSCHE GEORG e OTTO KIRCHHEIMER, “Pena e struttura sociale”)

3GARLAND DAVID “Pena e società moderna. Uno studio di teoria sociale.”, Il Saggiatore, Milano, 1999, pag. 137

4RUSCHE GEORG, “Il mercato del lavoro e l’esecuzione della pena.”, op. cit. pag.531

5MELOSSI DARIO e PAVARINI MASSIMO, “Carcere e fabbrica”, op. cit, pag. 55

6 TESSITORE GIOVANNI, “L’utopia penitenziale borbonica”, pag. 46

Sandra Berardi, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006, con sede a Cosenza è un'attivista politico-sociale, impegnata da oltre 20 anni a combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Una lunga militanza nelle lotte dal basso: contro la detenzione amministrativa dei migranti e per la chiusura dei CPT, ex volontaria nell'IPM di Catanzaro, ha dato vita a numerose esperienze nella sua città che ancora oggi proseguono. Il comitato di lotta per la casa Prendocasa, il comitato di quartiere Piazza Piccola, diversi spazi sociali dove si produce cultura dal basso (Centro sociale Rialzo, Auditorium Popolare, Casa di Quartiere). Abolizionista convinta, ritiene che il carcere sia una parte del problema e non la soluzione. Crede profondamente che il male e il crimine, possano sconfiggersi solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società che rimettano al centro il benessere di ogni individuo in una dimensione collettiva dove ognuno e ciascuno ha pari diritti e possibilità di accesso alle risorse universali di tutti gli altri.

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