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Scacchi e guerra

L’imbiancamento dell’armata Francese!

Illustrazione di Irene Fattori

Mi sono accorto ancora una volta che qui in europa si ignora una parte fondamentale della storia della seconda guerra mondiale, che riguarda da vicino i rapporti tra colonie e colonizzatori.

Passò alla storia, da molti sconosciuta, come l’ignobile inganno dell’imbiancamento dell’armata Francese!

Nel raccontare tutti i soprusi che sono stati perpetrati nel continente africano da parte dei colonizzatori si potrebbero riempire pagine e pagine di appunti.

Ma la cosa più ignobile è sapere che la maggior parte di questi abusi sono stati insabbiati impedendoci di conoscere la verità. Tra questi uno dei fatti che personalmente trovo più odioso è avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

Soldato
Illustrazione di Annamaria Cadinu

Come è noto, dopo che i paesi occidentali si erano spartiti L’Africa come una torta succulenta, accaparrandosi ognuno la propria fetta di paese da gestire e controllare, tanti neri furono arruolati nell’esercito del paese colonizzatore.

Già durante la prima guerra mondiale aveva perso la vita un numero enorme di soldati delle colonie, tra questi si parla di 30.000 neri africani, su un totale di circa 200.000 arruolati.

Durante la seconda guerra mondiale, data la carenza di giovani da mandare in battaglia, l’allora Generale Charles De Gaulle decise nuovamente di utilizzare i colonizzati, in cambio di una misera paga, per combattere il nemico tedesco e i suoi alleati.

La Francia li chiamava “tirailleurs senegalais“, cioè tiratori senegalesi: impropriamente, dato che questi giovani non venivano prelevati solo dal Senegal, ma dal Dahomey (attuale Benin), dal Sudan francese (attuale Mali), dalla Costa d’Avorio, dal Oubangui-Chari (attuale Repubblica Centrafricana), Niger, Ciad, Gabon e Togo; insomma da tutte le colonie francesi.

Al fronte gli venne affibiato il triste soprannome di “chair a canon”: carne per cannoni.

La maggior parte di questi soldati perse la vita in guerra, altri vennero fatti prigionieri nei campi di concentramento nazisti, solo pochi sopravvissero. Le truppe tedesche, cui erano state inculcate le dottrine razziali naziste, espressero indignazione di fronte al dover combattere contro avversari a loro dire “inferiori”.

A Montluzin i prigionieri neri catturati, vennero giustiziati in massa solo per la loro provenienza.

Nel 1944, con la vittoria e la liberazione alle porte, successe qualcosa di impensabile: i soldati neri dell’esercito vennero letteralmente sostituiti da uomini bianchi, giovani che per la maggior parte non avevano neppure partecipato alla guerra.



Questa operazione prese il nome di “Blanchissement de l’armee francaise”, imbiancamento dell’esercito francese.

Ai soldati che avevano combattuto per la Francia in una guerra non loro, venne imposto di consegnare armi, vestiti e bagagli ai francesi.

Insomma erano stati usati come carne da macello, mandati al fronte e poi semplicemente liquidati. Una delle tante testimonianze viene da un veterano della nona D.I.C., Gilbert Beurier:

“Ognuno di noi aveva un senegalese davanti a sé. Alcuni francesi sembravano dei nani rispetto alla maggior parte di loro. Si toglievano le divise, rimanendo solo con i boxer, mentre noi ci toglievamo i nostri vestiti da civili. Uno scambio di abiti. Ma vista la differenza di corporatura, non si vedevano più le nostre mani, talmente queste divise ci andavano larghe.”

Tidiane Dieng, ex tirailleurs senegalais, racconta : “Avevo male al cuore. Ormai non volevo più andare via, non volevo lasciare i miei compagni, volevo rimanere lì a combattere e finire la guerra che avevamo cominciato e rientrare da vincitori”.

Ma il Generale De Gaulle aveva deciso altrimenti.
La vittoria ormai alle porte doveva essere festeggiata da francesi bianchi e non da africani neri, la Francia, ufficialmente, doveva essere liberata dai francesi.



Umiliati e congedati senza onore, i soldati neri vennero portati in campi di transito in attesa di essere rimpatriati in Africa. Chi pensa che l’ingratitudine francese si sia fermata qui si sbaglia, il peggio doveva ancora arrivare.

Il 5 novembre del 1944 una parte dell’esercito nero venne imbarcato su alcune navi che partirono dalla Bretagna verso il Senegal, al Campo di Thiaroye.
C’era molto malcontento, delusione, rabbia. Prima della partenza ai soldati venne consegnato un terzo della quota di indennità, promessa prima dell’arruolamento avvenuto 4 anni prima, con la promessa che una volta rientrati in patria avrebbero ricevuto il resto. Ma una volta giunti a destinazione i francesi considerano annullate le loro promesse.

Nel campo dove gli ex soldati aspettavano di rientrare avviene una rivolta, che fu sedata dal Generale francese Danian. L’ammutinamento fu oltraggioso, il generale era stato ferito nel suo orgoglio.

Ecco che arrivò la punizione.

Il 1 dicembre 1944, all’alba, i soldati francesi aprirono il fuoco sul campo e massacrarono tutti. Questa vigliaccheria prese il nome di “massacro di Thiaroye“, che fu fatto passare per un ammutinamento.

Sopravvissuti alla guerra, ai campi di concentramento nazisti e alle bombe, centinaia di ex soldati vennero uccisi da quegli stessi uomini per i quali avevano combattuto.

Non si conoscono cifre ufficiali, ma dalle recenti ricostruzioni si ipotizzano circa 1300 vittime, sterminate dalla repubblica dei vigliacchi francesi, gran parte dei quali riposano tuttora nel cimitero militare di Thiaroye.

Temo non esista un termine idoneo per descrivere un atto di tale viltà.

La strage dei soldati venne insabbiata, proprio come era stato fatto al momento del cambio delle uniformi. Tempo dopo fu la storica francese Armelle Mabon che, dopo anni di indagini, ricostruì dettagliatamente tutti questi fatti.

Un danno economico si può risarcire, ma un danno morale, il sangue di innocenti versato, non potrà mai essere riparato.

È vero che se l’Africa versa in brutte condizioni è anche colpa dei suoi dirigenti, ma non dimentichiamoci dei gravissimi danni arrecati dai paesi colonizzatori, di quando erano loro ad aiutarci a casa nostra, mentre qualcuno li ripagava col sangue e con l’umiliazione.

Nato nel 1988 a Bamako, nel Mali, dove si laurea in scienze politiche e giuridiche e poi si specializza in tecnico informatico all'università di Montreal in Canada. Attivista politico di impronta socialista, vive in italia da circa 5 anni, dove continua la sua lotta politica per la giustizia sociale. Autore del libro "Sogni di un uomo", raccolta di poesia contro il fascismo, l'imperialismo, la discriminazione e lo sfruttamento.

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