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Donna con Costellazioni

Sempre Poveri

di Piero Ferrante

Ascolto Consigliato: Matteo Salvatore, “Sempre poveri”. In  La luna aggira il mondo e voi dormite, Stampa Alternativa, 2002. (con CD con 12 ballate inedite).

Pedalavo e pedalando, provavo a non cadere. Come in un sogno e per timore di non esserne degno, ripetevo in testa, come una nenia gioiosa “Sì, lo voglio”, mentre lei sorridente, seduta di lato sulla canna della bicicletta, sgranava già il rosario del nostro futuro, pronunciando i nomi di quelli che sarebbero stati i nostri figli. 

– Ti piace? – mi domandava a ciascun nuovo nome, e ogni volta le lacrime le rendevano lucidi gli occhi, e io mi ci riflettevo dentro, pensando che fossero, già allora, lo specchio più bello in cui un uomo si sia mai specchiato. 

Stavamo andando contro tutto il paese. Lo sposino e la sposina, si diceva, non debbono mai arrivare insieme in chiesa, porta sfortuna. 

Ma noi di soldi non ne avevamo, e non avevamo, per dire, nemmeno il corredo. Io avevo solo una bicicletta, lei, orfana di padre e di madre per via della guerra, nemmeno quella. Viveva da sola badando a sua sorella, Antonietta, nata con la testa malata. Fui io ad andarla a prendere. Era settembre inoltrato, il tempo del vino buono. La campagna era tutto un odore, per giorni era piovuto così forte che la terra era diventata argilla e ci potevi fare la terracotta. 

Insomma, era il giorno del nostro matrimonio.

Io mi chiamo Fanella Michele, classe novecentoventiquattro di fu Francesco detto Ciccillo e Riscillo Concettina. Ma in paese, a Candela, nessuno mi chiama Michele. Per tutti, sono Lino. Lei invece si chiama Anna, come la mamma della Madonna. Ma ancora oggi, a quasi novant’anni, per me è assai più bella della Madonna. E di sua madre pure. Non ha i capelli biondi come la Vergine che don Mimmo mette nel presepio, dal giorno dell’Immacolata all’Epifania, in uno spazio sotto l’altare della Chiesa Madre. Ma tanto è uguale. Io non c’ho mai creduto alla storia dei capelli biondi. Quelli di Anna erano neri neri come il buio senza stelle, adesso sono tutti bianchi, come il latte che da bambino rubavo di nascosto dai vicini o la neve che disseta e che riempie di luce le mattine d’inverno. 

Siamo stati sempre poveri, già prima di sposarci. Poveri in modo arcaico, ancestrale, antropologico: in tavola tutto quello che bastava per vivere, in tasca la pienezza di appena qualche spicciolo, sulla fronte il sudore della fatica quotidiana e nelle notti d’estate campi di grilli a non finire. 

La mia era una famiglia come tante altre. Papà un bracciante, mamma si prendeva cura della casa e di otto figli, tutti maschi e tutti affamati. Papà andava via di casa sempre molto presto. Nella piazza del paese, alle quattro del mattino, lui e altri uomini aspettavano il furgone del padrone. Era un po’ come un mercato del bestiame, solo che al posto dei maiali, degli agnelli e delle galline, ci stavano i lavoratori. Non tutti venivano presi, dipendeva dalla stagione. Per non parlare del fatto che se eri iscritto alla Camera del Lavoro nessun curatolo ti sceglieva, per paura di avere grane o recriminazioni  e che queste recriminazioni contagiassero gli altri come un brutto prurito.

I padroni avevano dalla loro il fatto che la fame era tanta, molte famiglie erano state decimate dalla guerra e servivano soldi. Ogni mattina arrivavano puntuali e dicevano “Tu sì, tu no. Tu no, tu sì”. Poi, prima d’incominciare a lavorare, si decideva la paga diaria. 

Anche Tanino, il padre di Anna, era stato un bracciante, uno dei più bravi. È morto in  un pomeriggio di maggio del ’43, nell’unico modo che conosceva di vivere: lavorando. Una sventagliata di mitra partita da un aereo alleato l’ha ucciso sul colpo. È stato il primo attacco nella provincia dell’intera guerra e lui la prima di tante vittime. Non ha avuto il tempo di mettersi in salvo. Fu riportato in paese a bordo di un carretto trainato da un asino stanco e zoppo. Appena lo vide, reso irriconoscibile da quei colpi che gli avevano annientato la serenità del viso, sua moglie Giacomina detta Mina, morì di crepacuore, lasciando Anna da sola a crescere Antonietta, di due mesi e la malattia 

Quando Anna scese dalla canna della bici, in faccia ancora la scia luminosa dell’ultimo dei sogni, il velo che si alzava e abbassava con il vento, ad attenderla di fronte alla Chiesa della Purificazione, c’era solo Antonietta. Era in piedi, ferma nelle sue ciabatte troppo grandi e la destra diversa dalla sinistra, addosso una vestaglia a fiori, per trucco farina e pomodoro e in una mano un bouquet di rucola e zucchine, pareva un corpo imprigionato in uno scheletro di sale che bussa per potersi liberare. 

Si sorrisero come per condividere la gioia in un solo, inviolabile, attimo segreto, i loro occhi dello stesso colore che lampeggiavano. 

C’era Antonietta e nessun altro. Eravamo i primi, in anticipo su tutti. Non potevamo più aspettare, il desiderio ci sbramava le notti. 

Quella mattina mi ero presentato fuori da casa sua alle sette, in anticipo di due ore sulla messa. Anna era uscita e io neppure notai il vestito bianco e lungo, stretto com’era sotto un sorriso che pure mo’ si riconosce tra mille e mille e mille. Vagammo per le mulattiere di campagna, tra i volti rugosi carichi di dignità di vecchi seduti sugli usci di antiche masserie sfilacciate dal tempo, il campo che bevve il sangue di suo padre, le serenate dei vendemmiatori all’opera. 

Pedalavo e pedalando, provavo a non cadere. Come in un sogno e per timore di non esserne degno, ripetevo in testa, come una nenia gioiosa “Sì, lo voglio”, mentre lei, sorridente, sgranava già il rosario del nostro futuro, pronunciando i nomi di quelli che sarebbero stati i nostri figli. Lo sposino e la sposina, si diceva, non debbono mai arrivare insieme in chiesa. 

E invece, man mano che i parenti arrivavano, io e Anna li accoglievamo sotto il portale della Purificazione, da buoni padroni di casa della nostra vita. Mio padre e mia madre indossavano l’abito buono, quello della festa, del corteo il primo maggio, di tutte le poche occasioni importanti della loro vita. Fra toppe e rammendi erano diventati uguali uguali a bandiere dell’orgoglio bracciantile, sfida a un mondo diverso, quello di chi la terra se la gode e non la lavora, di chi mangia senza versare sudore, quelli per cui ogni giorno è sempre festa, quelli che rivendicano il diritto ad avere un armadio ciascuno.

Quel mondo rimase per un giorno chiuso fuori dalla Purificazione, ai margini del paese. Dal sagrato si diffondeva una musica semplice, una musica senza servi e senza padroni. Un violinista cieco, un fisarmonicista senza una gamba, un chitarrista muto suonavano canti popolari. Da sempre, giravano il paese prestando la voce a quelli che ne avevano bisogno: novelli sposi senza marcia nuziale e innamorati alla conquista di cuori vergini a colpi di serenate. Portavano in giro canti funebri per vedove di nero vestite, Alleluja per preti, stornelli per gli osti, e Internazionali per i comunisti. Non facevano alcuna prova, solo perpetuavano uno spartito improvvisato di tre fratelli che nella musica avevano trovato la forza per reagire alla povertà e che, per vocazione, la regalavano all’aria e agli uomini senza chiedere nulla in cambio se non un paio di bicchieri di vino rosso. 

Vaso di Fiori

Di quel giorno restiamo noi, due anelli e una fotografia in bianco e nero, conservata in una cornice in legno sbrecciato sul comò della camera da letto. Il mio volto incredulo, un occhio aperto e uno mezzo chiuso, in un’espressione da ubriaco. Anna sorride, immortalata nelle labbra allungate nell’attimo esatto del nostro sì. Appena ai lati si intravedono, a sinistra, un braccio di Antonietta, nudo sotto la vestaglia e, a destra, una metà persona di Nicola, mio cugino e testimone, famoso in paese come picchiatore di fascisti, a cui poi sfuggiva vestendosi da donna. 

Io e Anna non recitammo la formula per intero, ci limitammo all’assenso. Nessuno di noi due, allora, sapeva leggere. Eppure, ricordo ancora il senso di stordimento e di angelica perdita di quel momento senza fine, il muto piangere di mia madre alle mie spalle, la composta dignità di mio padre, l’odore di rucola del bouquet tra le mani di Anna. Tutto il mondo girava e ballava. La voce del prete come un acuto, perso tra la chitarra e il violino. Mi sembrava di salire in una corsa pazza, di camminare su un sentiero di montagna, come se il Subappennino fosse il pendio che portava nell’alto dei cieli. 

Una foto era tutto quello che potevamo permetterci. Contrattai sul prezzo per tutto un giorno e una notte con il fotografo del paese che, disse, non poteva essere ingaggiato per un solo scatto. Io gli offrii 3 lire, chiudemmo che mezzanotte era passata, per mezza lira, una bottiglia di liquore alle noci e due chili di fagioli freschi.

Una processione rumorosa di biciclette, suonatori, asini, cappelli neri e scarpe infangate ci accompagnò fino alla masseria dove andammo a vivere e dove viviamo ancora. Sulle stradine strette, chiuse tra muri di vigne e muretti bassi, suonavano trilli e campanelli, il rumore degli zoccoli ferrati era come un orologio che scandiva il tempo e la distanza. Dal corteo si alzavano, in un’unica voce, il pianto dei neonati in fasce, i rimproveri delle madri ai figli tarantolati, qualche preghiera commossa e tanti “Viva gli sposi”. Eravamo un solo corpo rumoroso che procedeva lento, senza fretta e senza regola. Qualcuno aveva tirato fuori bicchieri e bottiglie per regalarsi un anticipo sulla festa. I musicisti facevano avanti e indietro, trainati su un carretto sgarrupato da una mula docile, un po’ per rallegrare tutti, un po’ per non perdersi il loro giro di bevuta. 

Arrivati nell’aia, riscaldata da un sole colorato come le foglie ingiallite in autunno, svuotammo la conserva di pomodori, pasta e vino, mangiando, ridendo e ballando fino a sera. Non ci accorgemmo del tramonto e della brezza fredda che sfiorava i corpi gonfi di festa e pace.

Mentre la notte già stendeva il suo tappeto di stelle sulle nostre teste, io e Anna ci ritrovammo, per la prima volta da quella mattina, soli. Io, seduto sul bordo di un fosso, i capelli tra le mani, la testa bassa, incastrata tra le ginocchia, circondato da qualche sporadica lucciola, resistente al tempo e alla fine dell’estate. Poco lontano, in una pozza creata dalle piogge, una rana gracidava. Le voci della festa erano sopraffatte dal potente silenzio della campagna. Fu un attimo che realizzai. 

Realizzai e iniziai a piangere. Piangevo, per la prima volta nella vita. Io, abituato com’ero a credere che il pianto e l’emozione fossero parte dei doveri coniugali delle mogli, che loro dovevano pensarci per tutti. Me lo aveva insegnato mio padre, me lo aveva raccomandato già mio nonno, me lo aveva dimostrato mia madre. Non capivo perché, eppure in un attimo dimenticai tutto e, semplicemente, piansi. 

Coniglio che mangia carota

Piansi come piange un uomo, il linguaggio di chi cerca conforto e non ha altre parole. Piansi, ed era come se dagli occhi cadessero insieme rabbia, dolore, gioia, paure, come se tutto questo si sciogliesse in poche gocce. 

– Moglie mia – sussurrai ad Anna, che era piantata di fronte a me, immobile, il vestito bianco diventato marrone per il fango – per questo matrimonio ho speso tutti i nostri risparmi. Non ci restano che dieci lire – fu una confessione spontanea, quella che nessun altro avrebbe dovuto ascoltare – come faremo adesso? – le chiesi, ed era una domanda che facevo anche a me stesso.

Anna mi guardò con la testa appena inclinata, nei suoi occhi, la dolcezza sicura e senza dubbi di chi è abituato a soffrire per conquistare da vivere. Mi tese la mano, mi invitò ad alzarmi. Sentii fra le sue dita la stessa presa sicura di un molo che impedisce alla barca di andare alla deriva durante la tempesta. 

– Ogni domani anticipa un domani – mi rispose diretta – e anche quel giorno viene prima di un altro domani ancora. Questo è il nostro unico diritto che abbiamo: la vita.

Ho coltivato la terra fino a che i muscoli mi hanno retto. 

Anna cominciò a fare la sarta dal giorno dopo quel giorno. Stette per trent’anni a servizio di un padrone che aveva creato un circuito di sarte in casa, ciascuna con una propria mansione. Loro lavoravano per poche lire passandosi gli abiti di mano in mano, lui si faceva, intanto, un nome. Prima in paese, poi in provincia, fino a diventare uno dei più affermati imprenditori tessili della regione. Da qualche anno, il suo unico figlio ha trasferito la fabbrica di famiglia lontano, in un paese chiamato Bangladesh. O qualcosa del genere. Sembra che lì si viva come si viveva a Candela negli anni Quaranta, con la puzza della morte e della guerra che ti scava dentro e ti insegue fin nelle stanze di casa, dove credi di essere al sicuro e non lo sei. 

In tasca abbiamo ancora poco o niente, più terra che soldi. Ma ci restano sempre quelle dieci lire, anche ora che sono cadute in disuso. 

Le stesse da cui abbiamo cominciato. 

Piero Ferrante 
È un migrante economico, pugliese trapiantato a Torino, per giunta in tarda età, dove lavora per il Gruppo Abele. Beve birra Peroni, mangia solo roba cucinata da se stesso, legge troppo e non si fida di chi ascolta cattiva musica. Porta sempre una sciarpa rossa al collo che lo fa apparire esattamente per quello che è: un uomo profondamente nostalgico del secolo scorso. Odia scrivere biografie.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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