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LA RIVOLUZIONE È DONNA: SAKINE CANSIZ E LA LOTTA FEMMINISTA NEL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO

La città di Dersim e Sakine

La città di Dersim, situata nel Kurdistan Bakur (sotto il controllo dello Stato turco) e già teatro tra il 1937 e il 1938 di una storica ribellione di curdi aleviti e zaza contro la politica di turchizzazione di Mustafa Kemal Atatürk (terminata in un massacro dei ribelli e della popolazione civile), nel 1958 si ritrova a essere luogo di nascita di una delle figure più cruciali e celebri del movimento rivoluzionario curdo: Sakine Cansız, nome di battaglia Sara.

Co-fondatrice del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, 1978), Sakine è una leggenda all’interno dello stesso movimento per la sua incredibile intelligenza e per la visione politica che si sarebbe rivelata geniale. Arrestata nel 1979 insieme ad altri compagni, molti dei quali non sarebbero sopravvissuti alla detenzione, per dodici anni viene torturata nelle carceri turche, diventando un simbolo di eroica resistenza.

Sakine Cansız
fonte: sito UIKI

Nel 1991 viene rilasciata e prende la strada della guerriglia, andando a combattere in montagna.

La lotta in Europa

Nel 1998 le viene garantito asilo politico in Francia, e da lì porta avanti il lavoro del movimento in Europa. Nel marzo 2007 viene arrestata ad Amburgo per conto della Turchia, che ne chiede l’estradizione, ma le proteste di massa in tutto il mondo ne permettono il rilascio ad aprile. Il 10 gennaio 2013, nell’Ufficio Informazioni del Kurdistan di Parigi, vengono ritrovati i corpi senza vita di Sakine e di altre due compagne, Fidan Doğan del Congresso Nazionale del Kurdistan (nome di battaglia Rojbin) e Leyla Şöylemez (Ronahî).

Si tratta ovviamente di un omicidio politico, probabilmente commesso il giorno precedente.

L’unico sospettato è Ömer Güney, trentaquattrenne turco che viene poi arrestato. Nel 2016 Güney muore in carcere per un tumore (cinque settimane prima dell’inizio del processo). La sua morte spinge le autorità francesi a interrompere le investigazioni, che vengono tuttavia riaperte nel maggio 2019.

fonte: sito UIKI

L’assassinio di Sakine e delle compagne Fidan e Leyla provoca ondate di proteste che vedono migliaia di manifestanti scendere in piazza contro lo Stato turco, da molti (tra cui il PKK) ritenuto responsabile dell’esecuzione.

Contestualmente all’assassinio delle compagne, infatti, sono in corso delle trattative tra lo Stato turco e il PKK; ufficialmente lo Stato turco e la Francia esprimono contrarietà all’avvenuto, e l’allora Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan suggerisce addirittura che il committente possa essere qualcuno all’interno dello stesso partito rivoluzionario.

Al momento le indagini sono ancora in corso.

La visione politica di Sakine

A rendere Sakine una figura di tale rilievo è la sua incredibile visione politica, che lo stesso Abdullah Öcalan riconosce essere pura avanguardia.

L’intuizione che modifica radicalmente la struttura e le sorti del movimento è che le donne debbano organizzarsi in autonomia, creando degli spazi separati dove confrontarsi, studiare, decostruire quanto insinuato in loro dal sistema e riappropriarsi della loro identità.

Sakine giunge a questa conclusione dopo aver constatato come lo stesso movimento, pur essendo composto da militanti rivoluzionari, non sia esente da inevitabili dinamiche patriarcali di prevaricazione, conseguenza del sistema intrinseco in ciascuno.

Date queste condizioni, il processo di liberazione femminile si rivela essere fondamentale e preparatorio alla lotta congiunta di militanti donne e uomini per la rivoluzione; riportata nella società civile, la liberazione è basilare alla vita comunitaria.

L’intuizione della necessità di un movimento delle donne è forse quanto di più straordinario Sakine ci ha lasciato, perché ha di fatto permesso al partito e al movimento tutto di entrare in una nuova fase di consapevolezza politica.

La liberazione della donna è centrale nel processo rivoluzionario del confederalismo democratico, e non potrebbe essere altrimenti.

Donne Curde

 La struttura stessa del sistema patriarcale si regge sulla predominazione di genere, sulla millenaria oppressione dell’uomo sulla donna e sulle altre soggettività tramite limitazione o privazione della libertà, violenza psicologica e fisica, atti volti a sminuirne il ruolo sociale e politico e il potere economico.

 Minare il sistema, pertanto, significa passare attraverso la distruzione della sua struttura più intima e portante, dei suoi cardini ideologici e delle sue modalità operative. La liberazione del genere femminile e di tutte le soggettività oppresse dal patriarcato è il grande passo necessario non solo alla distruzione del vecchio sistema, ma alla costruzione di una nuova società in grado di sostituirlo.

Non parliamo di quote rosa o di donne che riescono ad assurgere a ruoli di potere attraverso le stesse dinamiche prevaricatrici solitamente assunte dalla controparte maschile; non parliamo nemmeno di ribaltamento di potere, di imposizione della donna sugli altri generi.

Parliamo di una prospettiva che prevede una completa riorganizzazione della società secondo principi egualitari, che permettano la piena realizzazione delle persone e la libertà di tutte e tutti. Non è un caso se uno dei motti più utilizzati nel movimento rivoluzionario delle donne è jin, jiyan, azadî, in italiano “donna, vita, libertà”; si tratta di un chiaro riferimento al completo ribaltamento delle idee di dominazione, oppressione e violenza del patriarcato, e contestualmente si ribadisce la necessità di passare attraverso la liberazione di genere per la costruzione di una nuova società.

fonte: sito UIKI

È al contempo un grido gioioso e una dichiarazione d’intenti.

Il ruolo chiave giocato dalle donne e dalle altre soggettività oppresse nella liberazione della società è ben chiaro anche al patriarcato, che nei millenni si è armato per difendersi. La violenza di genere è sistematica, e in contesti bellici o di repressione politica è più che mai strumento strategico mirato a punire, terrorizzare, fiaccare lo spirito.

L’assassinio di Sakine, Fidan e Leyla ne è un esempio. L’assassinio di Hevrin Khalef (a opera dello Stato turco e delle milizie jihadiste a esso affiliate) ne è un esempio. Lo stupro come arma di guerra ne è il doloroso, quotidiano, storico, rivoltante esempio.

Violenta e uccide lo Stato fascista turco; violenta e uccide il suo alleato DAESH (ISIS); violenta e uccide qualunque esercito creato a difesa del sistema, perché è sulla dominazione di genere che si fonda il sistema stesso. 

Ecco perché la rivoluzione sarà donna, o non sarà.

Serkeftin! Fino alla vittoria!

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Rete Jin è un collettivo politico femminile nato due anni fa ed esistente in decine di città italiane. È composta da donne militanti di qualunque età e nazionalità, e si occupa di sostenere la rivoluzione del Rojava con campagne dall'Italia e proporre sul territorio le diverse tematiche di studio relative al confederalismo democratico, alla liberazione delle donne e all’ecologia politica.

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