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Nude photography of naked woman: Night (1895)

LA SOCIETA’ DEGLI INDIVIDUI DALL’INFINITO PROFONDO

E’ così scontato per noi occidentali considerare le persone come degli individui scissi e autonomi l’uno dall’altro, tanto che è d’uso comune utilizzare i termini “persona” ed “individuo” come sinonimi, ma se ci spostiamo in tempi o in luoghi più lontani da noi, scopriamo che questa sovrapposizione non è affatto così naturale, né che per noi lo è sempre stata.
Individuo viene dal greco “a-tomos”, ovvero “non-divisibile”, concetto introdotto nella filosofia da Democrito tra il quinto e il IV secolo a.c.

Il termine stava ad indicare le parti più piccole e indivisibili di cui erano composti la materia ed il vuoto, ma bisognerà aspettare Severino Boezio nel VI secolo d.c. per vedere la persona definita come “individua substantia” (sostanza indivisibile) o Duns Scoto che nel XIII la considera “extrema solitudo” (solitudine estrema).

E’ con l’umanesimo e il rinascimento che questo concetto inizia ad avvicinarsi a quello secolarizzato e odierno, quando John Locke, nella seconda edizione del “Saggio sull’intelletto umano” del 1694, introdusse il concetto d’individuo per indicare l’identità personale degli esseri umani. 

Da quel momento l’interesse del dibattito filosofico per l’individuo al centro della società crebbe sempre di più, tanto che oggi per le nostre menti occidentali l’individuo e la persona sono esattamente la stessa cosa. 

Democritus by Johannes Moreelse

Non è così ovvio nell’Oriente dal pensiero più tradizionalmente comunitarista, così come non è così ovvio tra le numerose società che vengono descritte in altrettanta numerosa letteratura etnografica.


In tantissime società, spesso molto meno stratificate della nostra – tanto che spesso vengono definite “società semplici” –, diversi antropologi si sono resi conto che la persona non viene considerata come una sostanza autonoma e indipendente dal resto dei suoi simili, se non addirittura della natura tutta.

Non c’è nessun nucleo indivisibile al centro della società, ma esistono reti di vincoli e legami che insieme costituiscono le persone stesse; qualcuno è tale perché intrattiene mutue relazioni con altri: simili, vicini, parenti, ma anche animali, vegetali ed esseri spirituali. 


Gli antropologi hanno coniato il termine “dividuo” per riferirsi a queste concezioni relazionali di persona, riscontrate in varie parti del mondo, in netta opposizione al concetto di persona individuale che Clifford Geertz definisce un’eccezione, una stranezza dal punto di vista antropologico. 

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e riconoscere che mai esisterebbe l’uno senza gli altri e che forse il pensarsi come individui potrebbe avere l’effetto della profezia auto-avverantesi e renderci alla lunga neutri atomi guidati dall’ego. 

Sono diverse le ragioni storiche per cui questo concetto si è affermato nella cultura occidentale. A cominciare dall’Umanesimo con l’homo faber fortunae suae, al cogito di Cartesio, fino all’Io penso di Kant, quello di individuo è uno dei concetti fondamentali su cui si modella l’esplodere della società di massa e del consumo, fino all’uso del termine “individuo” come sinonimo di persona nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, documento tra i più sacri per le democrazie occidentali di oggi.

Con la stratificazione sempre più complessa della nostra società e le novità della scienza, abbiamo visto negli ultimi anni mutare le condizioni di vita materiale di molte persone in tempi brevissimi come mai nella storia umana.

Tra questi mutamenti ce ne sono diversi che non a caso si intersecano storicamente con l’affermazione del concetto di individuo dall’avvento della modernità, e che insieme ad esso sono stati decisivi per l’attuale conformazione della nostra società.

Quali sono stati infatti i cambiamenti più radicali nel modo di vivere delle persone, tali da modificare il loro modo di vedersi e pensarsi?

L’educazione scolastica e l’alfabetizzazione che da elitarie sono divenute di massa in combinazione con la diffusione della stampa e del libro, lenti processi che hanno permesso sempre un più libero accesso all’informazione e alla costruzione del proprio sé, di una propria visione del mondo accanto o oltre a quella più tradizionale e canonica.

Un diverso rapporto con lo spazio-tempo, nell’accorciarsi delle distanze e nella produzione di velocità, grazie ai moderni mezzi di trasporto, alle infrastrutture telematiche e ad internet si può ridurre la lontananza e si possono mantenere legami e visitare luoghi che un tempo erano impensabili per i più.

 La produzione di spazi reali – come le moderne case per famiglie mono-nucleari, con ambienti separati, divisi dal resto del mondo dalla porta di casa– o virtuali – come blog, forum o siti-web che trattano argomenti specifici e si popolano di vere e proprie communities – in cui coltivare il proprio universo intimo e privato e al massimo condividerlo con pochi. 

La stessa conoscenza specialistica incentivata dalla complessità della nostra epoca, che necessita un numero sempre più grande di figure professionali specifiche e specializzate anche nei settori meno remunerativi; una necessità della modernità che specifica, allontana e atomizza, anche lì dove è necessario un punto d’incontro.

Twentieth Century Transportation, a chromolithograph by E.S Yate

L’accesso a una quantità sempre più sconfinata di informazioni, dalla nascita della radio, a quella della televisione, fino all’incomparabilmente più rivoluzionaria invenzione di internet, una giungla mediatica all’interno della quale si può raggiungere un vastissimo numero di saperi, ma in cui è difficile per l’utente medio distinguere il buono dal nocivo, il vero dal falso e raccapezzarsi con le fonti.

Tutti questi processi, ancora in corso, hanno contribuito a plasmare il concetto di individuo così come lo conosciamo oggi e la formazione di questo concetto ha a sua volta contribuito e indirizzare gli esiti, tutt’ora instabili, di questi stessi processi. 

Sappiamo bene come il capitalismo si radichi ben saldo nella concezione della libertà e l’autonomia dell’individuo e sulla sua capacità di costruire il proprio destino, aspetto che viene esasperato dal neo-liberismo nel suo distrarre i soggetti dall’investire tempo nella costruzione di relazioni stabili, in quanto la volatilità del presente viene vissuta quasi esclusivamente in funzione di un futuro migliore.

Viviamo dunque in un momento storico che più di tutti ci ha dato e ci dà la possibilità di personalizzarci e diversificarci, di esprimere ed ascoltare le opinioni di chiunque e di approfondire la nostra personalità, di realizzare i nostri sogni da singolo individuo scevro di relazioni o di riversarli nella creazione di un nucleo famigliare autonomo che rimanderà la speranza del successo ai suoi eredi. 

Circa cento anni fa, l’etno-psichiatra George Devereux sottolineava come la tendenza all’atomizzazione delle società complesse creasse una contraddizione esistenziale nelle persone in quanto, accanto ad una sempre più costante individualizzazione e coltivazione dell’io, queste fossero però portate a sedare i propri sentimenti intimi ed individuali nella società, a viverli privatamente e in solitudine senza mai potersi esprimere a pieno.

Ciò era in accordo con il modello ideale dell’uomo di successo, tutto d’un pezzo, che non deve distogliere lo sguardo dall’obiettivo finale: il successo che garantisce la prosperità economica.

Oggi è cambiato ben poco nel senso comune, ma è aumentata a dismisura la quantità di rappresentazioni, esperienze e risorse culturali da cui attingere per creare la propria personale e unica visione del mondo, il proprio orizzonte di senso, la propria cassetta degli attrezzi per leggere, operare e riscrivere il mondo; dall’altra parte, invece, vi è una spinta omologante che tende a sopire e reprimere quanto della nostra personalità trabocca dai limiti di quello che è il modello da seguire per essere considerate persone vincenti e di successo.

Zig-zag Passenger and Freight Train by an unknown artist

All’opposto di ciò che avviene nelle cosiddette “società semplici” viste come mondi chiusi, spesso definiti “arcaici” dagli studiosi, in cui la varietà di rappresentazioni e saperi è radicalmente ridotta e in cui la forza coesiva e omologante delle tradizioni è più forte. 

All’interno di queste società, molto più piccole e meno complesse della nostra, un bambino conosce la maggior parte delle cose che servono per orientarsi sia nello spazio fisico, che nello spazio sociale, essendo immerso fin da subito in una fitta rete di relazioni contigue.

Devereux fa notare come, in questi casi, la vicinanza del bambino piccolo, fin da neonato, agli appartenenti della sua comunità – un gruppo molto più allargato della nostra famiglia mono-nucleare e che molto spesso rappresenta l’intera società – sia determinante per il suo adattamento ad un contesto sociale.

Infatti, il contatto con gli adulti e col funzionamento della società e del mondo prepara il bambino che, attraverso un processo di astrazione, potrà utilizzare gli schemi assunti da pregresse esperienze per adattarsi a ciò che il suo mondo ha in serbo per lui.

Pratiche, luoghi, conoscenze ed esperienze vengono condivisi e ordinati all’interno del gruppo per formare una cosmologia di pratiche e di pensieri comuni, che faranno da enciclopedia tribale valida per la quasi totalità di eventi che le persone incontreranno nella loro vita.

Devereux spinge sull’esempio del bambino delle società semplici e sulla sua capacità di astrazione quasi infallibile per il suo mondo, poiché se li compariamo a un adulto occidentale di oggi e alla sua capacità di astrazione – limitata al suo contesto di specializzazione e alla sua particolare educazione e storia privata –, vedremo che quest’ultima risulterà inadatta per vivere la complessità e l’ampiezza della nostra società, senza traumi psicologici e senza sentirsi il più delle volte disorientato.

La stratificazione della società, le specializzazioni necessarie al suo mantenimento e progresso, così come l’infinità degli hobbies e delle passioni coltivabili e dei saperi accessibili, spingono gli individui ad adattarsi fortemente ai loro contesti, rimanendo però incredibilmente limitati nel vivere gli altri, diversi dal loro.

Nella nostra società esiste un universo infinito pieno di cose materiali e immateriali, di cui possiamo partecipare, ognuno in modo assolutamente differente, solo per piccole porzioni, a causa della nostra finitezza. La combinazione di tante piccole porzioni danno vita alle nostre personalità, a ciò che ci differenzia in quanto individui, all’infinito profondo che si cela e alimenta dentro di noi.

Il lato oscuro della faccenda è che molto spesso tendiamo a coltivare questo universo nel privato, anteponendolo alla comprensione degli altri; privilegiando le nostre ragioni senza scorgere quelle dell’altro; chiudendo alle nostre spalle la porta della solitudine e dell’egoismo, a dispetto dell’avventura e della scoperta, della vicinanza e della condivisione.

Questo lato oscuro dell’infinito profondo che ci specifica e che ci differenzia come singoli individui in un mondo globale vede i suoi effetti più devastanti non solo nella vita quotidiana delle persone, ma anche nelle questioni più delicate che riguardano il pianeta.

Infatti, oltre all’evidente difficoltà concreta che si riscontra nel mettersi nei panni dell’altro e nel provare un vero senso di comunità sia locale che globale, vi è pure la percezione del mondo, delle sue risorse e degli altri esseri viventi come propri, meri oggetti da sfruttare arbitrariamente e potenzialmente soggetti a qualsiasi nostra scelta.

L’invito dell’antropologia culturale e di questo articolo nello specifico è quindi quello di soffermarsi a riflettere sugli aspetti della nostra esistenza che più diamo per scontati, per evidenziarne le ambiguità e le criticità latenti che spesso risultano essere tra le cause maggiori dei problemi più difficili che rischiano di compromettere il pianeta e i suoi abitanti, compresi noi esseri umani come specie sociale.

Bibliografia

Francesco Remotti, Somiglianze, Laterza, Roma-Bari, 2019.

Anna Iuso, La svolta autobiografica, Cisu, Roma, 2018.

Paul Connerton, Come la modernità dimentica, Einaudi, Torino, 2010.

Joel Candau, La memoria e l’identità, Ipermedium, Napoli, 2002.

Clifford Geertz, Interpretazioni di culture, Il Mulino, Bologna, 1998.

Georges Devereux, Saggi di etno-psichiatria generale, Armando Armando, Roma, 1978.

Alessandro Viscomi è uno studente magistrale in Discipline EtnoAntroplogiche, laureato in Filosofia, venditore di idee e giardiniere. Quando non scrive in rime su note musicali, predilige la costruzione teorica e lo stile saggistico. Il doppio incarnato, la polarità, lo spirito della contraddizione. Antichista dentro, post-moderno fuori; cerca l'universale in teoria, ama il particolare in pratica, tra lingue morte e piante vive, in costante oscillazione tra l'essere e l'astrarre.

Comments (1)

  • Roberto Viscomi

    Articolo scritto semplicemente bene anche per chi, come me, ne ignora la materia.

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