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Truman e il national security act

Truman e i paesi in via di “sviluppo” – La teoria della modernizzazione del 1949

La seconda Guerra Mondiale e gli “sviluppati” paesi occidentali

  Il 20 gennaio del 1949 il neo eletto presidente degli Stati Uniti d’America Harry Truman, pronuncia il suo discorso di insediamento.

Il mondo ha da poco fronteggiato un momento tra i più difficili, crudeli e sanguinosi della storia dell’umanità: la Seconda Guerra Mondiale. Per la prima volta nella storia moderna l’umanità, o almeno la parte “occidentale” di questa, vede tutti i principi morali, etici e di convivenza fino a quel momento perseguiti, venir meno.

Le parole pronunciate dal presidente Truman nel suo discorso sono fortemente marcate dalla necessità di ristabilire un ordine democratico, liberale, fondato sul rispetto dei diritti dell’uomo; gli U.S.A., insieme ai paesi alleati – il 4 aprile del 1949 viene sancito il Patto Atlantico che darà vita alla NATO – devono farsi portatori di questo modello di vita nel mondo, anche, e forse soprattutto, per contrastare l’avanzata del comunismo sovietico. 

Il discorso di Truman viene ricordato come il discorso dei quattro punti: ognuno di questi ha come focus di rendere il mondo e la comunità umana mondiale libera ed indipendente da qualunque sistema oppressivo, i soggetti che si occuperanno di questa missione “umanitaria” e “civilizzatrice” non possono che essere gli “sviluppati” paesi occidentali.

Il quarto punto, all’ordine del giorno nella politica del presidente Truman, si può così tradurre: “Dobbiamo imbarcarci (noi occidentali civilizzati) in un nuovo e coraggioso programma che renderà disponibili i benefici delle nostre scoperte scientifiche e del nostro progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate.” Per la prima volta in un discorso pubblico viene fatto uso del termine “sottosviluppato”, creando una dicotomia netta tra “sviluppati” e “sottosviluppati”. 

L’era del progresso e dell’illuminismo

Ora proviamo a fare un salto indietro nel tempo per andare a trovare l’archetipo di questa dicotomia. Dobbiamo risalire al periodo che viene denominato “age of competitive capitalism”, periodo compreso tra il 1700 e il 1860. È in questa epoca, segnata e supportata dall’impianto ideologico dell’Illuminismo, che l’idea di progresso, presente da sempre nelle società umane, viene pensata come filosofia necessaria da promuovere nel mondo.

Charles Robert Darwin by John Collier.

I sentimenti di tolleranza, ragione e buon senso sono i principi cardine della nuova era illuminata; questi principi sono accompagnati dall’istituzione del pensiero scientifico, che porta l’essere umano nell’era della razionalità. Ma questa ragione occidentale deve trovare il suo opposto: prima nelle campagne europee dove regnava la superstizione e l’ignoranza, ma, da lì a poco in tutto il mondo al di fuori dell’occidente: i civilizzati da una parte, i primitivi dall’altra. 

Nel 1859 Charles Darwin pubblica L’origine delle specie”, rendendo la teoria evoluzionista del progresso umano la teoria dominante. Questo assioma vede lo sviluppo dell’uomo su una linea temporale, dove il sistema occidentale si configura come il momento ultimo e il più avanzato del progresso umano.

Così ragionando il paradigma evoluzionista diviene la teoria fondamentale usata per lo studio di ogni ambito della vita dell’uomo dalla politica all’economia fino ad arrivare all’arte, ponendo sempre e comunque l’uomo occidentale come modello ultimo, come il civilizzato, come lo sviluppato, in opposizione al resto del mondo che invece viene identificato come primitivo e sottosviluppato.

Questa separazione netta, oltretutto sostenuta dalla corrente di pensiero più influente dell’epoca, creerà inevitabilmente il terreno fertile per quello che ricordiamo come il periodo dell’imperialismo.

Colonialismo e Imperialismo

Pensare che sia solo con il crearsi di questa dicotomia nella seconda metà dell’700, che l’uomo occidentale si pone come, etnocentricamente parlando, essere superiore, sarebbe un’idea fondamentalmente sbagliata. Prima dell’epoca dell’imperialismo coloniale nella seconda metà dell’800, l’uomo europeo era già entrato in contatto con soggetti rappresentanti sistemi di pensiero e valoriali molto diversi se non agli antipodi del mondo occidentale; primo fra tutti l’incontro con gli indios delle Americhe.

Qual è la differenza tra il colonialismo delle Americhe e l’imperialismo di tardo 800? La differenza sta sul piano dell’idea che un ‘noi’ ha dell’altro. Se nel tardo 700 abbiamo visto comparire quelle dicotomie come “civilizzato” e “primitivo”, oppure “ragione” e “superstizione” che avevano come base la comune appartenenza al genere umano, ma con livelli evolutivi diversi, nel periodo del colonialismo delle Americhe l’altro veniva visto come bestia, come animale e gli veniva così tolta la possibilità di far parte della compagine umana. 

Nel periodo dell’imperialismo coloniale la consapevolezza evoluzionista dell’uomo occidentale rende la missione colonizzatrice un dovere morale del mondo civilizzato, che deve esportare e insegnare ai “primitivi” come arrivare allo stadio più evoluto dell’essere umano. Le regole coloniali vedevano il cambiamento delle società locali tramite l’introduzione dell’educazione e delle forme politico\economiche occidentali.

Questa introduzione di nuovi valori e forme di convivenza si è espressa in maniera violenta e di costrizione nei confronti delle compagini native, dando per scontata l’incapacità di azione di queste. Durante il periodo coloniale le amministrazioni occidentali si rapportavano inizialmente con quei gruppi considerati come dominanti, per poi arrivare a rapportarsi con le élite locali formatesi negli ambienti coloniali.

In entrambi i casi le autorità coloniali non prendevano in considerazione la totalità delle popolazioni con cui entravano in contatto, ma si limitavano a formare le élite in modo tale che potessero fungere da vicari del potere occidentale. 

Ora torniamo a quel 20 gennaio del 1949 e da Truman

Il nuovo progetto del presidente Truman, voglioso di portare il progresso occidentale nel mondo, trova nella teoria della modernizzazione il modus operandi migliore. Per teoria della modernizzazione intendiamo quell’idea, fondamentalmente evoluzionista, che vede lo sviluppo passare tramite l’industrializzazione, l’urbanizzazione e il passaggio all’economia di mercato; uno sviluppo costretto in determinate categorie, chiaramente occidentali.

Secondo questa idea di sviluppo, questo è prima di tutto economico e viene applicato tramite la teoria del trickle down effects, ovvero tramite il prestito di capitale alle élite dei paesi in via di sviluppo; da questi prestiti ne dovrebbe derivare la crescita economica del paese e il conseguente miglioramento degli standard di vita di tutta la popolazione, misurando questo standard sempre tramite categorie valide per il mondo occidentale, una tra tutte è la misurazione del miglioramento delle vita tramite il P.I.L. 

Sarà nel periodo subito successivo alla Seconda Guerra Mondiale che si inizia a parlare di trasferimento di aiuti, non più tramite trasferimenti bilaterali, cioè da governo a governo, come è sempre stato nel periodo coloniale, ma anche in quella forma che viene detta multilaterale. Gli aiuti multilaterali sono quelli che avvengono tramite l’entrata in azione di organi sovrastatali come il Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, F.A.O. e altre agenzie facenti parte delle Nazioni Unite.

Queste organizzazioni dovevano essere i mezzi per uno sviluppo politicamente disinteressato, in contrasto con gli aiuti bilaterali.

Anche se queste agenzie dello sviluppo non dovrebbero essere direttamente controllate da una qualche politica nazionale, esempi come il controllo esercitato dagli U.S. sulla Banca Mondiale, dimostrano la presenza massiccia di orientamenti egemonici del Nord del mondo sul Sud (Nord e Sud compaiono come nuovi termini dicotomici che si possono aggiungere a sviluppati e sottosviluppati o a civilizzati e primitivi). 

Bow down to money from A Ramble Round the Globe.

Agli inizi degli anni 50’ la Guerra Fredda ha reso politicamente attrattiva la politica degli aiuti, non tanto per il famoso principio morale, alla base dei quattro punti del discorso di Truman, del dover aiutare chi “sta peggio”, quanto per allontanare la sfera di influenza del comunismo sovietico.

Nel 1960 con il raggiungimento dell’indipendenza per molti stati fino a quel momento esistenti come colonie, si moltiplicano le agenzie per lo sviluppo, soprattutto nei paesi ex-colonizzatori, che in questo modo mantengono un pesante controllo economico delle ex colonie: basti pensare che negli anni 80 1\4 degli aiuti ai paesi in via di sviluppo provenivano dalle agenzie multilaterali, mentre i 3\4 dagli aiuti elargiti, provenivano dalle agenzie bilaterali, creando un’economia autoctona fondata e sostenuta dagli aiuti internazionali.  

In conclusione, si può arrivare a dire che vi è una linea di continuità tra le pratiche di cambiamento occidentalizzante del periodo coloniale e le attuali iniziative dello sviluppo. Le politiche dello sviluppo sono considerate da più parti come la pratica di un neo-colonialismo mascherato dalla nobile iniziativa di aiutare il mondo a “svilupparsi”, ma la loro struttura verticistica ed ignorante delle capacità e delle conoscenze locali mostrano la vera faccia di queste politiche.

Come nel periodo coloniale non si dà nessuna agentività e creatività alle popolazioni locali, che vengono solo sfruttate come uomini e come territori, anche in questo contesto moderno sono i paesi donatori ad arricchirsi e non quelli riceventi.

Ciò che i paesi occidentali donano, ritorna a questi in diversi modi: tramite il rimborso del debito, con la fuoriuscita di capitali dai paesi riceventi verso i paesi benefattori, con la fuga di cervelli verso il civilizzato occidentale e tramite l’acquisto di beni e materiali a prezzi irrisori da parte degli ex-colonizzatori. 

Con il 1990 e il post-modernismo finisce la possibilità di una teoria universale e unitaria di progresso, come era l’evoluzionismo, e le teorie e le pratiche dello sviluppo tentano di resistere all’usura di un significato, quello di aiuto, che si sfalda a contatto con la realtà.

Oggi la situazione non sembra avere avuto dei grandi cambiamenti e anzi lo stato di emergenzialità in cui l’umanità si trova, sia a livello ambientale che a livello sociale, crea uno spazio grigio in cui si forma il nuovo principio morale dell’aiuto, non più fondato su quelle dicotomie evoluzioniste, ma che invece poggia la sua legittimità sull’emergenza mondiale. 

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Il mio nome è Filippo Zingone. Sono un ragazzo di 26 anni laureato con laurea triennale in Storia Antropologia e Storia delle religioni, presso l'Università La Sapienza, ad ora iscritto alla magistrale di antropologia. Ho avuto anche piccole esperienze di reportage collaborando con tre fotografi prima in Bosnia e poi a Lesbos, seguendo gli sviluppi e la situazione della tratta Balcanica.

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