TOP

Intersezionale

Samson Turning the Wheel (1862) from Gazette Des Beaux-Arts,

Cos’è il Carcere? – Seconda Parte

LEGGI LA PRIMA PARTE QUI

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio».

Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764

Quasi lungo tutto il ‘700 le istituzioni penali mantennero le caratteristiche del periodo precedente mentre si cristallizzano la tortura quale mezzo per estorcere la confessione del delitto, e le esecuzioni delle condanne in pubblica piazza come monito dei potenti verso il resto della popolazione.

Al motto dei giuristi romani “meglio un delinquente impunito che un innocente condannato” venne sostituito il principio delle condanne esemplari, anche di innocenti, affinché il reo non si salvi. Il processo di industrializzazione, le numerose guerre e l’abbandono delle campagne recò con sé una rapida trasformazione della qualità e della quantità di “eccedenze” sociali che andarono a costituire la popolazione sottoposta a misure contenitive: “nacque un substrato umano di povertà, che si diffuse a livello di massa in ampie zone e si rivelò refrattario sia alle richieste del mercato del lavoro sia alla minaccia di sanzioni penali1).

Le case di correzione, che fino ad allora costituivano la risposta che la società dominante dell’epoca dava agli “indesiderabili” (poveri, pazzi, anziani, disabili, condannati) – oggi potremmo definirli gli antesignani destinatari dei cd “pacchetti sicurezza”- , cominciarono a rappresentare un problema in termini economici per le classi più agiate che, di fatto, ne sostenevano i costi.

Prese piede dunque l’idea che per tutte le persone abili al lavoro, e non pericolose, il lavoro in fabbrica avrebbe rappresentato un utile strumento di correzione e disciplinamento con in più il vantaggio di una disponibilità immediata di manodopera a basso costo per la categoria emergente degli industriali. In “Carcere e fabbrica”, Melossi e Pavarini ci ricordano che “Le condizioni di vita e di lavoro nella casa erano tali da far sì che nessuno, se non spinto da una necessità estrema, avrebbe accettato di farsi internare in essa2).

Manette

Far sì che il povero venisse addomesticato alla produzione in fabbrica a qualsiasi condizione, anche di massimo sfruttamento, era l’obiettivo reale perseguito dall’internamento forzato che si celava dietro il carattere punitivo della reclusione nelle case di correzione.

È esattamente qua che si innesta la necessità di rivedere e disciplinare il sistema penale mentre tra gli intellettuali si fece sempre più urgente la necessità di porre fine alle torture fisiche e ai supplizi che veniva inflitti ai condannati. “La protesta contro i supplizi la troviamo ovunque, nella seconda metà del secolo XVIII; proviene dai filosofi e dai teorici del diritto; da giuristi, uomini di legge, parlamentari” 3)

Si iniziò a distinguere il concetto di punizione del reato da quello di vendetta sul corpo del reo, a voler porre un freno al diritto/dovere del potere di punire e a mettere l’uomo e l’umanità della pena al centro dell’azione della giustizia criminale. Assistiamo dunque ad una intensa elaborazione teorica che mira ad armonizzare l’azione penale e repressiva al nuovo contesto sociale, economico e politico “In una parola, far sì che il potere di giudicare non dipendesse più dai molteplici privilegi, discontinui, contraddittori talvolta, della sovranità, ma dagli effetti, distribuiti con continuità, del potere pubblico” 4).

Cesare Beccaria elabora Dei delitti e delle pene, un saggio che mette in discussione la funzione della giustizia criminale e pone le basi per una pena che recuperi il reo lontano dagli orrori della pena capitale e dei supplizi inflitti al condannato.

D’altra parte siamo nel secolo della Rivoluzione francese dove la presa della Bastiglia e la liberazione dei prigionieri assunse un enorme valore simbolico eternato dal motto che i francesi vollero anteporre alla propria costituzione “libertà, uguaglianza e fratellanza”; valori che vennero posti a fondamento della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata a distanza di poche settimane dalla presa della Bastiglia dall’assemblea costituente.

Fabbrica

È sul finire del XVIII secolo che prende forma lo stato di diritto e una nuova concezione del diritto penale e della procedura penale nonostante le numerose problematiche che i riformatori si trovarono ad affrontare, prima fra tutte l’abolizione delle distinzioni di classe che impedivano l’estensione dell’azione penale in una ottica ugualitaria che stabilisse un principio di congruità tra il reato commesso e la quantità di pena da irrorare “Non v’era alcun criterio definito per fissare la durata della pena, perché non v’era un concetto adeguato del rapporto necessario tra il delitto e la pena, cosicché essa era talvolta assurdamente breve e molto più spesso assurdamente lunga, sempre che venisse in qualche modo indicata” 5).

E i pensatori dell’epoca erano concordi nell’individuare nel diritto penale uno dei campi privilegiati per l’azzeramento delle differenze sociali e poter assicurare a ciascuno ed ognuno una giustizia che si muovesse in uno Stato di diritto basato su leggi che regolassero la pacifica convivenza sociale, dove il potere legislativo fosse indipendente e in grado di irrorare una giusta pena tesa al recupero del reo e che non permettesse abusi nel suo esercizio.

Ma questo principio di uguaglianza resterà sulla carta anche nei secoli a venire: difatti, ancora oggi, nelle aule dei tribunali campeggia la scritta “la legge è uguale per tutti” smentita però nella sua traduzione pratica.

Note

Note
1 WEISSER MICHAEL, “Criminalità e repressione nell’Europa moderna.”, op. cit., pag.97
2 MELOSSI DARIO e PAVARINI MASSIMO, “Carcere e fabbrica: alle origini del sistema penitenziario (XVI- XIX secolo)”, op. cit., pag. 63.
3 FOUCAULT MICHEL, “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, op. cit., pag. 79
4 Ibidem, op. cit., pag. 89.
5 RUSCHE GEORG e OTTO KIRCHHEIMER, “Pena e struttura sociale”, op. cit., pag. 137

Sandra Berardi, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006, con sede a Cosenza è un'attivista politico-sociale, impegnata da oltre 20 anni a combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Una lunga militanza nelle lotte dal basso: contro la detenzione amministrativa dei migranti e per la chiusura dei CPT, ex volontaria nell'IPM di Catanzaro, ha dato vita a numerose esperienze nella sua città che ancora oggi proseguono. Il comitato di lotta per la casa Prendocasa, il comitato di quartiere Piazza Piccola, diversi spazi sociali dove si produce cultura dal basso (Centro sociale Rialzo, Auditorium Popolare, Casa di Quartiere). Abolizionista convinta, ritiene che il carcere sia una parte del problema e non la soluzione. Crede profondamente che il male e il crimine, possano sconfiggersi solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società che rimettano al centro il benessere di ogni individuo in una dimensione collettiva dove ognuno e ciascuno ha pari diritti e possibilità di accesso alle risorse universali di tutti gli altri.

Post a Comment