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Perché faccio crossdressing?

Illustrazione di IRENE FATTORI

La natura, nella sua infinita saggezza, mi ha donato due tratti inconciliabili.

Il primo è l’attrazione per gli indumenti femminili. Una gonna a ruota, un corsetto, delle autoreggenti bordate di pizzo sono degli indumenti meravigliosi ai miei occhi. Indossarli mi rende una persona estremamente felice, più libera e sicura. Paradossalmente, mi sento più me stesso con mutandine e tacchi rispetto a dei vestiti maschili, e in particolare, adoro gli stivali con tacco.

Il secondo è un piede taglia 47. Assolutamente impossibilitato dalla crudele anatomia a camminare per casa con i tacchi di mamma come qualsiasi altra persona che vuole esplorare la propria sessualità in questo modo, ho dovuto aspettare fino alla tenera età di 26 anni, quando le disponibilità economiche e il coraggio mi hanno permesso di entrare in un negozio specializzato nel servire disgraziati pinnati come me.

E posso dire che provare quegli stivali, sentirli stretti attorno ai polpacci e tornare a casa con loro hanno reso quel giorno tra i più belli che ricordi. 

Crossdressing

Perché faccio crossdressing?

Per alcune persone, indossare indumenti femminili è uno sblocco, avendo vissuto tutta la vita immersi nella cultura patriarcale che ci circonda, siamo condizionati a dare per scontati alcuni stereotipi di comportamento sessuale, l’uomo deve essere forte e duro, mentre la donna deve essere la parte sottomessa e passiva. 

Il crossdressing è uno strumento incredibilmente potente per uscire da questo schema prefissato, vestendosi con indumenti femminili, per un uomo è più semplice liberarsi dal collare del patriarcato ed esprimere la sua parte “femminile”, richiedere attenzioni, farsi dominare, ma anche semplicemente essere più “dolce”.

Per alcuni è un modo di giocare con gli stereotipi di genere, esprimere la propria creatività, abbattendo le convenzioni che vengono imposte dall’esterno e in generale essere scandalosamente sé stessi.

Per me è un mix delle due cose: il crossdressing disinibisce la mia sessualità. Quando indosso un corsetto e delle autoreggenti, ho più confidenza in me, sono una diva, sono bellissima, sono pronta a farmi scopare, a farmi prendere e a essere seviziata, sono il regalo per la mia mistress e voglio che lei sia fiera di me.

Fuori dal sesso, gonna e tacchi mi trasformano, cammino 10 centimetri sopra il pavimento, letteralmente e metaforicamente, sono più consapevole della mia bellezza, più sicuro di me stesso; paradossalmente nel vestirmi in un modo che, secondo gli stereotipi sociali, dovrebbe farmi passare per una persona più debole, divento invece una bestia, sicuro di me e in grado di esprimermi con più assertività.

Il crossdressing permette di mettermi nei panni di qualcun altro, di essere una persona diversa. Il mio alter ego sui tacchi è una persona decisa, assertiva, che sbatte i pugni sul tavolo quando ce n’è bisogno ed ottiene quello che vuole affascinando il prossimo quando serve. Tutto questo perché nella mia testa io la vedo in questo modo, e calandomi nei suoi panni anche il mio carattere si modifica, adattandosi all’immagine che ho di me in quel momento. 

Una delle cose che mi ha sempre fermato dal dar sfogo a quella che, evidentemente, è sempre stata una passione dentro di me, è stata la paura che le mie partner lo vedessero come una mia dichiarazione di omosessualità, essendo una persona che ha vissuto immersa nella mentalità machista e da Vero Uomo Vero (TM) della quinta superiore scientifico, ovviamente non potei far altro che nascondere tutto sotto il mio tappeto mentale ed andarmene fischiettando.

Fortunatamente sono riuscito a trovare un’atmosfera completamente diversa, e una relazione in cui mi sono trovato abbastanza a mio agio da poter esplorare questo ed altri aspetti della mia sessualità, e sono giunto a una sorprendente conclusione: alla tua identità di genere non gliene frega nulla se le tue calze arrivano alla caviglia o se invece salgono fino alle cosce. 

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In generale, chi pratica il crossdressing viene visto, a seconda di chi guarda, come qualcuno che vuole appartenere al genere opposto, e quindi una persona transgender, o come un sintomo di una personalità femminile, e quindi automaticamente di omosessualità più o meno latente. Ovviamente, sono entrambe delle grandissime cagate.

Come ho scritto prima, mi vesto da donna perché mi piace il tocco del collant sulla pelle, mi piace come le gonne mi diano forma al culo, mi piace sentire il ticchettio dei miei tacchi. L’aspetto sensoriale e quello sessuale sono ben separati nella mia testa, e sono più che certo che continuerei a mettermi le autoreggenti in ufficio anche se non mi provocasse erezioni.

L’ideale, secondo me, sarebbe riuscire a vedere tacchi, mutandine, gonne e corsetti come semplici indumenti, spogliati delle connotazioni di performatività di genere che vengono loro caricate dalla società.

Potersi vestire come meglio si crede, senza dover essere giudicati, senza doversi conformare a un ideale imposto, sarebbe una delle più grandi vittorie della libertà.

Per quanto ci piaccia pensare il contrario, agli occhi della maggior parte della gente l’abito FA il monaco, e distruggere questi pregiudizi sarebbe un passo importante verso una società veramente equa.

Dopo aver superato il mio blocco mentale, ed aver accettato questa parte della mia sessualità, è arrivata la seconda scoperta, che è stata anche meglio della prima: come tutte le cose che riguardano il sesso, trovando il partner giusto si può trasformare in un gioco di complicità e piacere reciproci.

Trovando la persona giusta si possono passare ore a vestirsi e a truccarsi, a scegliere i vestiti per la serata, andare per mercatini dell’usato a trovare quella gonna che cercavi. La cosa più bella, dopo aver passato anni a dover reprimere questa passione, è stata trovare una persona che non solo lo accetta, ma anzi, ti incoraggia per farti sentire a tuo agio e per vederti felice.

Da quando ho cominciato mettermi il corsetto, la mia vita ha cambiato completamente direzione, come se avessi tolto il tappo ad anni di sentimenti e passioni represse.

Alle volte, per sentirsi più liberi bisogna che ci sia qualcosa che ci schiacci le costole.

Ci siamo formati nel 2018, da un nucleo di amic* attivi nell'ambito politico. Il nostro pensiero di base è che i rapporti interpersonali tra di noi sono tanto importanti quanto le nostre idee politiche, il nostro nome vuole indicare proprio questo. Politicamente ci identifichiamo come transfemminist* intersezional*, lottiamo contro ogni stigma partendo da noi, dalla nostra vita e dalle nostre esperienze. Siamo attiv* in particolare su diritti de* sex worker, bdsm, body positive, sex positive, neuroqueer e tutto ciò che riguarda sessualità, identità ed espressione di genere. Essere QUEER incarna un modo di essere che si ribella al patriarcato, alle sue norme che ci colpiscono tutt*: donne, uomini, non-binary, intersex, omosessuali, bisex, o etero, aromantic* o asessual*, o chi ha scelto di essere libera Siamo trasfemministe intersezionali, perché la libertà non è se non è di tutt* e perché lottiamo per un femminismo che vada oltre l'anatomia e i ruoli di genere imposti.

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