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Crimini di Frontiera

Crimini di frontiera – Gli ingloriosi scudi d’Europa

ILLUSTRAZIONE DI ARCANGELA DICESARE

Panoramica sui crimini di frontiera lungo il confine acquatico del vecchio continente

La crisi umanitaria prodotta dal flusso incontrollato di vite umane in rotta verso l’Europa e da anni uno dei temi più delicati nell’emiciclo di Bruxelles, capace di dividere l’Unione e mettere a nudo una strutturale crisi dei principi fondanti dell’Europa Unita.

Dal 2016 i governi europei hanno sviluppato una vera e propria fobia per i flussi migratori; ingenti risorse comunitarie e nazionali sono state destinate a rafforzare i bastioni ed a delegare il controllo dei movimenti umani a poteri extracomunitari, una strategia conosciuta come “esternalizzazione del controllo delle frontiere”.

Mentre ritira progressivamente i mezzi di salvataggio governativi e non governativi dal Mediterraneo, l’UE si impegna a finanziare Turchia, Libia e Marocco affinché contengano il flusso di migliaia di esseri umani nei loro paesi. Anche se nel pieno di un conflitto civile, anche se colpevoli di violazioni dei diritti umani.

Lo scorso 24 ottobre, nel parlamento di Strasburgo veniva respinta la proposta di una risoluzione Europea alle operazioni SAR (Search And Rescue) nel Mediterraneo, insieme alla decriminalizzazione delle operazioni civili di soccorso non governativo. Per due voti. L’Unione preferisce infatti reclutare forze extracomunitarie che fermino con qualsiasi mezzo il flusso umano in fuga verso il continente boreale, senza sporcarsi le mani. O quasi.

I ‘push-backs’, o respingimenti, sono operazioni di allontanamento forzato di richiedenti asilo in fuga da conflitti o persecuzioni, direttamente alla frontiera, senza offrire alcuna possibilità di richiedere protezione alle autorità competenti. Disciplinato dall’art. 10 del Testo Unico Immigrazione, il respingimento non e applicabile verso minori, donne in stato di gravidanza, malati che non abbiano accesso alle cure necessarie nel loro paese d’origine e persone in pericolo di vita o che, nel paese d’origine, possano essere vittima di persecuzione.

pugno che affonda colpito dall'europa
illustrazione di Joana Maria Neves / Instagram @_joana_neves @joana.neves

Ad Est, l’Egeo

700 milioni di euro provenienti dall’UE, sette navi, due elicotteri, un aereo, tre veicoli con visione termica e 100 guardie di frontiera dell’agenzia europea Frontex sono state destinate al supporto delle istituzioni Ateniesi impegnate nel controllo delle frontiere in Grecia, celebrata da Ursula von der Leyen come “scudo” d’Europa.

A fine febbraio veniva diffuso un video in cui la Guardia Costiera greca respinge violentemente un gommone carico di profughi. I guardacoste ellenici ignorano sistematicamente le barche dei profughi in pericolo e sabotano sistematicamente le imbarcazioni provenienti dalle coste turche, per prevenire l’arrivo nelle isole di Lesbo, Chios e Samos.

Testimonianze dirette delle persone che arrivano con un viaggio successivo riportano la violenza degli agenti sui migranti, spesso derubati dei pochi averi, telefoni, documenti, soldi, e poi abbandonati nelle zattere di salvataggio fino all’arrivo dei colleghi turchi, per un ritorno in Turchia dove non esiste la richiesta d’asilo.

A Sud, il Mediterraneo centrale

A metà aprile, due pescherecci lasciano il porto di La Valletta (Malta); un elicottero della marina maltese li guida verso un barcone di profughi in fuga dalla Libia, in avaria da cinque giorni ed in acque internazionali sotto la responsabilità delle autorità maltesi. Imbarcati i naufraghi, il peschereccio fa rotta verso a Tripoli. Cinque persone arrivano a Tripoli già morte, le altre, comprese una bimba di due anni, verranno detenute in un centro di detenzione libico, alla mercé di torturatori seriali. Qualche settimana dopo gli eventi, il governo maltese dichiara pubblicamente di aver firmato accordi segreti con Tripoli per l’utilizzo di imbarcazioni private volte al respingimento dei migranti.

Nella stessa settimana, altre imbarcazioni venivano sabotate dagli agenti delle Marina maltese. Anche da questo lato del Mediterraneo, le sconvolgenti testimonianze e documentazioni rivelano le inumane aggressioni verso i migranti da parte delle istituzioni: i militari maltesi approcciano i barconi e danneggiano intenzionalmente il motore per poi lasciare centinaia di persone in avaria in mare aperto. “Non arriverete mai a Malta, dovete morire in mare” avrebbe affermato un agente maltese rivolgendosi ai migranti sul gommone.

Cuadro di Munch - donna che guarda il mare

Ad Ovest, l’Alboran

Nonostante il numero impressionante di arrivi nelle isole dell’Egeo, la rotta del Mare d’Alboran, nel Mediterraneo occidentale è oggi la più utilizzata per raggiungere l’Europa via mare. Ma anche qui stesso tempo, il numero di arrivi è in calo a causa delle strategie politiche messe in atto dai governi spagnoli per limitare le operazioni di ricerca e salvataggio nello Stretto di Gibilterra e nel Mare di Alboran.

Mentre rinforza la marina marocchina, il governo madrileno ha infatti progressivamente impoverito i mezzi SAR di Salvamento Maritimo, dell’organizzazione spagnola di soccorso in mare, ed ha sostituito i guardacoste con poliziotti. Dall’agosto 2018, infatti, la Guardia Civil, l’organo di polizia militare spagnolo che fa capo direttamente al Ministero della Difesa, è responsabile del coordinamento dei soccorsi ed e a bordo delle navi di salvataggio, seguendo una logica evidentemente di “protezione” alla frontiera piuttosto che puro salvataggio.

L’Italia

Responsabile dei soccorsi nelle acque internazionali varcate da chi fugge dagli orrori della libia e Malta. Ma la reticenza del governo insulare – criminale, ma in parte motivata dai limiti evidenti di un paese di quattrocentomila abitanti, costretto a produrre artificialmente acqua dolce e a importare beni primari – non e sufficiente a far attivare le navi di soccorso stanziate a Lampedusa. Le motovedette dei guardacoste e degli agenti della Guardia di Finanza esitano ad intervenire lasciando le precarie navi di gomma con a bordo centinaia di profughi in avaria a solo poche decine di miglia dalla costa.

Spagna ed Italia adottano una strategia de facto di estrema limitazione dei soccorsi in mare, non scevra di costi in termini di vite umane, e finanziamento dei paesi d’oltremare, cioè Marocco e Libia, quest’ultima nel pieno di un conflitto civile. Le navi di soccorso della Guardia Costiera come quelle di Salvamento Maritimo restano in porto, fino a che non ricevono una chiamata di soccorso nelle loro acque nazionali.

Naufragi e non assistenza

L’Europa non condanna. L’Europa rimane muta ed omertosa, temendo che un intervento sui crimini e le violenze istituzionali lungo le sue frontiere comprometta la sua posizione di privilegiata distanza dai soprusi in mare. Ma quanto potrà durare la miopia criminale che impedisce una strategia condivisa di salvataggio, accoglienza e redistribuzione da parte dei partner europei? Quanti morti, quante crisi, quanti falsi scudi?

Valeria: Medico pediatra impegnata attivamente in progetti di supporto a rifugiati e migranti. Dal Novembre 2018 è membro di vari equipaggi sulle navi umanitarie nel Mediterraneo Centrale, nell’Egeo e in missioni mediche in Siria. Valeria collabora come giornalista freelance per El Salto e per il collettivo giornalistico Brush&Bow. David: Giornalista freelance e co-direttore del collettivo giornalistico Brush&Bow, David ha lavorato e vissuto per 5 anni fra Tunisia, Egitto e Libano occupandosi di educazione, immigrazione, non-violenza e movimenti sociali. Attualmente è ricercatore al Dipartimento di Scienze del Crimine di UCL.

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