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Tetards (Pollards) (1884) by Vincent Van Gogh.

Racconto: TUCA TUCA

di Luca Bertolotti

L’autore consiglia di leggere ascoltando: R.E.M., “Radio free Europe”. Murmur. I.R.S. Records, 1983.

Mariani è il verniciatore, Papa Ka il suo giovane aiutante. Ognuno ha il suo ruolo. E se anche capita a Papa Ka di impossessarsi della pistola a spruzzo quando l’altro va al cesso, giusto per verniciare uno schienale o il retro di un cassetto, finché Mariani avrà abbastanza fiato in corpo per pedalare fino al capannone, Papa Ka resterà per tutti il garzone.  

Mariani taglia sempre le vernici opache con il poliuretanico trasparente. Lo fa per allungarle. Dice che è perché gli danno sempre i chili contati, i padroni, ma a fine lavoro gli avanza sempre un bel po’ di roba. In realtà lo fa perché gli piace, perché lì in verniciatura è il ras e si può girare verso Papa Ka, strizzargli l’occhio e dirgli: 

– Tu non hai visto niente, vero? Te l’ho mai detto che sei il mio africano preferito?  

Ogni tanto Papa Ka si scopre ad adorarlo e deve fare uno sforzo sovrumano per estirparselo dal cuore. Quel pensionato con la dentiera provvisoria prodotta in Olanda quasi trent’anni prima (non ha mai avuto il coraggio per un secondo viaggio, ha ammesso) prima o poi dovrà scomparire dalla sua vita. Sa benissimo che dovrà sopravvivergli. 

Da che lo conosce, Mariani è fissato con il comunismo, con la sua fine. 

Bleaching Ground at Scheveningen (1882) by Vincent Van Gogh.

– Oltre la Cortina di Ferro che differenza poteva fare ascoltare Like a rolling stone o il Tuca tuca della Carrà? Per loro, il nostro era tutto grasso, grasso colato. Poco ma sicuro.

Papa Ka conosce solo Bob Dylan, e neanche tanto, ma annuisce come se avesse inteso il quesito. Mariani parla di quei poveri cristi che, dopo il crollo dell’URSS, si muovono persi lungo i viali larghi a misura di carro armato, con i cementi già sgretolati manco fossero antichi come il Partenone. Ne parla quasi come se li conoscesse di persona, a uno a uno, questi tizi dell’Est.

Poco importa che ora, a.d. 2003, a Mosca non si contino più le Limousine che attraversano la capitale. Ma per Mariani questi arricchiti sono solo eccezioni che confermano la regola. La coda per il pane, ecco la regola. Bisogna andare negli Urali, per tastare il polso alla situazione.  

– Ma resistono comunque, capisci? Mica per questo è crollato tutto. Sono stati massacrati, esiliati, affamati, ma non è stato questo il motivo della sconfitta, capisci Papacà?

Che poi il mondo si sia risolto nella solita farsa senza uno solo dei megatoni promessi dalle varie amministrazioni dell’Est o dell’Ovest non è un miracolo, si sa. Lo si deve alla Pepsi che non ha mai retto il confronto con la Coca Cola.

Papa Ka lo ha visto in un documentario: in Russia, durante la guerra fredda, c’era solo la Pepsi, come nella zona dell’Africa dove è cresciuto lui. Ma si guarda bene dal dirlo a Mariani. Io sono il garzone, lui il verniciatore, pensa.

È successo un giorno, all’improvviso. Perché le cose che ti cambiano l’esistenza ti trovano sempre nel momento in cui hai la guardia bassa. Quando Papa Ka viene investito dalla grande opportunità della sua giovane e scoglionatissima carriera, per la verità, ha proprio le braghe calate.

È nel bagno, accosciato sulla turca, giusto in quell’unico attimo di pausa che Mariani gli ha concesso quando gli ha fatto intendere di avere le viscere in subbuglio. 

– Oddio, Papacà, se c’hai il cagotto vai, ci mancherebbe. Quando capita a me, apro il giornale sul cesto della biancheria, mi siedo sul water e faccio telefonare in ditta da mia moglie. Poco ma sicuro

Papa Ka sente all’improvviso una gragnuola di colpi alla porta del bagno. Quasi non ha il tempo per pulirsi. Lo strappano da quel buco maleodorante e lo vestono di tutto punto. Sono in tre: il capo, il figlio del capo e il nipote del capo.

I gradi di parentela sono evidenti perché ognuno sembra la copia più giovane, ma anche più diluita, di quello più anziano. Potrebbero stare uno dentro l’altro e formare una di quelle bamboline russe, giusto per stare in tema di comunismo.

The Potato Peeler (1885) by Vincent Van Gogh.

Gli mettono una tuta intera di tyvek addosso, un respiratore ai carboni attivi intorno al collo, con i lacci ancora da regolare e i sigilli sui filtri. Gli fanno cambiare pure le scarpe. Gliene danno un paio antinfortunio di due numeri più grosse, enormi. Dentro il piede è come un animale che va avanti e indietro in una gabbia.

– Papacà. Sei tu il verniciatore, ricorda – gli dice il patriarca, il fondatore. Quello più piccolo e nervoso.

Lo accompagnano, ancora stordito e con la pancia dolorante fino all’ufficio. Con la tuta bianca addosso che pare di cartone, le scarpe nuove che stenta a sollevare da terra per non perderle, la maschera che gli ballonzola al collo. Gli pare di essere pronto per venire immolato durante un rito propiziatorio.

È questa l’immagine che lo perseguita per tutto il tragitto, come se lo avessero adornato di ghirlande, cosparso di oli profumati e drogato solo per poi essere fatto a pezzi o bruciato vivo.

E Mariani? – chiede Papa Ka.

Sei solo tu il verniciatore in ditta – gli risponde uno dei tre, quello di mezzo – il Mariani non lavora più qui da un sacco di tempo, lo sai.

Gli dà anche una pacca sulle spalle. Ci sarebbe anche Federico, il tizio che vernicia fondi e tinteggiature nell’altra verniciatura, quella che chiamano serie b, ma è a casa da un paio di giorni perché ha appena avuto una coppia di gemelli. 

Sei l’unico. Non c’è nessun Mariani qua dentro.

In ufficio c’è il medico del lavoro. Un uomo con uno sguardo severo e una barbetta rossa innestata come una baionetta su di un mento spigoloso. Quand’era ancora studente all’UCAD di Dakar, Papa Ka aveva seguito una lezione di storia dell’arte su Van Gogh. Van Gogh era un genio, dicevano. Faceva quadri con i cieli che sembravano acque di un torrente con le stelle conficcate in fondo ai gorghi. Van Gogh si era tagliato un orecchio.

– Lei è l’applicatore

Papa Ka fa cenno di sì. Poi pensa a una mossa che potrebbe cambiare la sua vita. Gli si presenta l’idea già bella e pronta in testa, scintillante come una stella in fondo a un gorgo, appunto. Un gioiello. Mariani è un pensionato che lavora in nero.

Si è nascosto in fondo al ripostiglio dove tengono le vernici. Il pannello che lo copre fa anche da appendiabiti. Per questo i controlli non lo trovano mai. Se Papa Ka riuscisse a prendere in disparte quest’uomo, che pare la reincarnazione di un pittore famoso, e a dirgli di buttare uno sguardo dietro quell’attaccapanni che succederebbe? La ditta sarebbe costretta a pagare una multa e a lasciare a casa Mariani.

Poco ma sicuro, direbbe quest’ultimo. Il ragazzo si rigira nella testa questa opportunità che è posticcia almeno quanto l’attrezzatura nuova di pacca che si porta addosso. Alla fine si decide per tentarla.

Sì, i proprietari si beccherebbero una bella multa. Ma soprattutto Mariani finalmente se ne starebbe a casa.

Il medico del lavoro fa le solite domande di rito. Problemi alle mucose? Pelle screpolata? Asma? Allergie? Il ragazzo sa che cosa rispondere: no, no, no e ancora no. Ma con la testa è altrove, dove c’è quel pensiero, la stella in fondo al gorgo.

Potrei essere io il vero verniciatore. Potrei finalmente diventarlo. Ho il potenziale. Sono formato ormai.

Papa Ka aspetta che i tre capi lo lascino da solo con il medico e poi raccoglie il coraggio a due mani, anzi, con le mani a coppa dentro il gorgo con la stella. Ha poco tempo. Sa che torneranno a breve.

Di fianco alla verniciatura c’è un appendiabiti. Dietro c’è un ripostiglio… – ecco, l’ha detto. Un atto di coraggio come quando si è sradicato a forza dal suo paese per venire in Italia.

Il medico del lavoro lo squadra con quegli occhi che, sì, sono gli stessi di Van Gogh, ma di un Van Gogh che non conosce la demenza e nemmeno la pietà per il prossimo. Questo tizio non ha mai mangiato patate assieme ai disgraziati del nord Europa del Diciannovesimo secolo. Non ha mai fatto la fame per comprarsi i tubetti di colore.

– Scusi?

C’è un pensionato nascosto dietro l’appendiabiti della verniciatura. Cioè… È un nascondiglio.

Il medico lo fissa per un attimo interminabile con quegli occhi azzurri che sono bellissimi, insostenibili, poi torna a leggere ad alta voce il libretto di istruzioni del respiratore ai carboni attivi: 

Vapori organici con punto di ebollizione sotto i 65 gradi centigradi. La maschera va bene.

Papa ka si chiede che cosa non abbia funzionato, come quando schiacci il grilletto di un’arma e quella fa cilecca. Può anche essere che quest’uomo sia pagato dalle stesse aziende che deve ispezionare. Può darsi che non gli interessino questo genere di delazioni, dato che lui non è un ispettore dell’INPS. Deve solo controllare la sicurezza. O può anche essere che sia veramente un pittore folle. Vallo a sapere.

Papa Ka ritorna in verniciatura accompagnato sempre dal patriarca e dagli altri due. Gli chiedono indietro la tuta di tyvek, il respiratore e le scarpe. Si cambia e si rimette i suoi abiti. I tre se ne vanno. È lui stesso ad andare a bussare sul pannello di truciolare del finto appendiabiti.

– Libero!

Matrioska! Titolare, figlio e nipote. Uno dentro l’altro. Adesso gli è venuto in mente il nome. A furia di parlare di Russia con Mariani, sta diventando un esperto.

Papacà, ma ci sono i comunisti là in Africa dove stai tu? –  gli chiede Mariani. 

È passata una settimana dal tradimento con il quale non ha tradito nessuno. Papa Ka sente che però qualcosa ha intaccato il suo amore per quest’uomo con la dentiera che va su e giù quando ride.

Mariani gli dice che il comunismo è morto all’Autobianchi, nello stabilimento di Desio, sul finire degli anni ottanta, poco prima che il carrozzone chiudesse. Dice che il muro di Berlino non c’entra niente: non è mai c’entrato niente. Dice che, se cadeva loro un sacco pieno di bulloni, nessuno si chinava a raccoglierli. Il sacco lo buttavano via manco fosse merda.

Mica come adesso, poco ma sicuro.

Dice anche che ogni tanto andava a prendere il vino nella cantina di un sindacalista. Un giorno, mentre spostavano assieme le damigiane di Grignolino, una di queste era andata in frantumi. Neanche l’avevano sfiorata e la damigiana aveva fatto il botto, come una bolla di sapone. Puff! Parcheggiata fuori c’era la 131 di Mariani con il portellone del bagagliaio aperto. Con il vino alle caviglie i due si erano fissati a lungo negli occhi, senza riuscire a trovare bestemmie abbastanza orribili per affrontare la situazione. Il primo a rimettersi fu il sindacalista: Varda un po’ te, Mariani, che sei mica in giornata, oggi. È scoppiata proprio la tua. 

Dice che il comunismo è morto proprio così, poco ma sicuro.

Poco ma sicuro – ripete annuendo Papa Ka, mentre pensa di nuovo a come si è fatto fregare da una stella in fondo al gorgo.

Luca Bertolotti 

È nato a Milano nel 1977. È autore de La bambina falena (Fandango Libri, 2018). Vive in Brianza e ha due figli. Ha stampato manichini, ha saldato ferro per poco tempo, ha fatto il falegname e da anni lavora in ogni ambito in cui ci siano vernici da spruzzare o anche solo da annusare. 

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrista.it

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