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aquile migratorie

La Fortuna di essere un* migrante a Roma.

Quando chiedi a un* migrante a Roma come ha fatto ad integrarsi nella città, la maggior parte risponderà: “È stata fortuna”. Fortuna.

Gli antichi romani adoravano la dea Fortuna.

Nelle mie orecchie riecheggiano lezioni di letteratura del liceo, in cui si dibatteva tra una visione classica e una medievale della Fortuna come divinità. Secondo gli antichi romani, infatti, la dea Fortuna era una figura bendata, che assegnava a caso ricchezza e povertà.

Questa visione si andò a modificare nel Medioevo, in particolare a seguito di una visione cristiana che ha sostituito al caso il disegno divino. In realtà poco cambiava, dato che il disegno divino rimaneva anch’esso imperscrutabile ai comuni mortali. 

Come in molti altri campi, in Italia ci sono due piani di realtà per quanto riguarda il sistema dell’accoglienza di migranti. Uno è quello teorico, così come è strutturato da regolamenti, direttive e quant’altro; l’atro è il piano di realtà. In base al piano teorico, l’accoglienza dovrebbe declinarsi secondo il seguente iter. La persona che giunge a Roma ed ha desiderio di richiedere una delle varie forme di protezione (sussidiaria, internazionale, casi speciali) deve presentarsi allo Sportello Unico per l’immigrazione della Prefettura del Comune di Roma1)http://www.prefettura.it/roma/contenuti/Sportello_unico_immigrazione-37636.htm.

Tale Sportello, ha il compito di processare le domande e smistare le persone nel sistema di accoglienza. In genere, la domanda viene fatta indistintamente da migranti così detti economici e migranti forzati, perché le lungaggini burocratiche tendono ad assicurare a tutti un periodo di emersione e regolarità, durante il quale si è “richiedenti asilo” in attesa di un esito positivo o, la maggior parte delle volte, negativo.

Flying magpies, illustration from Seitei Kacho Gafu (1890–1891) by Wantanabe Seitei, a prominent Kacho-ga artist.

Tre strade per l’accoglienza

Si aprono a questo punto tre strade di accoglienza: vi è il circuito emergenziale, costituito dai CAS (Centri Accoglienza Straordinaria), vi è il circuito cittadino, anche detto a bassa soglia o ordinario, e vi è il circuito strutturale, costituito dai SIPROIMI (Sistema di Protezione per i Titolari di protezione internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati). Il criterio secondo il quale si è assegnati ed assegnate a tali circuiti dovrebbe essere il seguente.

In primis si passa per i CAS, questi sono infatti i centri di prima accoglienza, assicurano una copertura minima, una protezione basilare che consente di mangiare e dormire. Tale permanenza dovrebbe essere quanto più breve possibile, una sorta di ponte verso la “seconda” accoglienza, quella che prevede anche il processo di integrazione. Coloro che non riescono ad essere inseriti nel circuito CAS, possono ricadere in quello cittadino, simile per ventaglio di protezione e servizi assicurati.

Dopo pochi mesi, in teoria dai tre ai sei, dovrebbe scattare il sistema di accoglienza diffusa.

Cosa significa accoglienza diffusa? È l’idea che sta dietro il sistema SIPROIMI, cioè di un’accoglienza secondaria, che assicuri ai migranti progetti di inserimento linguistico, lavorativo, sociale all’interno della comunità di arrivo, e che si oppone all’idea dei maxi-centri di accoglienza, promuovendo invece piccoli progetti per l’appunto diffusi sul territorio.

Questa, sulla carta, è l’accoglienza strutturale; il resto dei circuiti solo un passaggio, uno stallo per dare tempo alle varie amministrazioni di smistare le persone. 

Ora veniamo invece al piano di realtà. L’esperienza sul campo ha infatti riportato un sistema molto più arbitrario di quello presentato sulla carta. Intervistando i protagonisti e le protagoniste del campo dell’integrazione a Roma sono emerse molteplici falle che mettono in moto quei meccanismi di marginalizzazione dei e delle migranti. Partendo dallo Sportello Unico, quasi tutti i migranti che arrivano fanno una richiesta di protezione.

In Italia, i dinieghi sono però intorno all’80%; in particolare 73% a luglio 2020 e 81% a giugno 2020 secondo i dati del Ministero dell’Interno. 2)Dati accessibili a: https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e- statistiche/i-numeri-dellasilo Ma questi dinieghi prendono tempo per essere emessi. Un anno, due, in cui la persona è legalmente “richiedente asilo” perciò regolare sul territorio italiano. La regolarità assicura però, nel post Decreti Sicurezza 3)Cfr. legge 132/2018, solo un accesso al circuito emergenziale CAS e al circuito a bassa soglia cittadino.

Nei SIPROIMI infatti possono essere accolti solo titolari di protezione (perciò con esito della richiesta di asilo positivo) e minori.

Flying Barn swallow by Kōno Bairei (1844-1895) Digitally enhanced from our own original 1913 edition.

E qui si incontra la prima falla del sistema: a Roma, e in Italia in generale, la maggior parte delle persone che arrivano passa fino a due anni in un circuito di accoglienza emergenziale, senza la garanzia di offerta di servizi di inclusione come l’insegnamento della lingua o l’inclusione lavorativa, e dopo due anni, tale stato di regolarità può decadere. 

Veniamo ora alla distinzione tra SIRPOIMI e CAS. In teoria i due sistemi dovrebbero essere complementari ma i CAS, dopo i Decreti Sicurezza, hanno assorbito tutti i casi che sono stati espulsi dal circuito strutturale, oberando un sistema nato come emergenziale, e con risorse e offerta di servizi appunto emergenziali, con delle responsabilità e numeri propri di un sistema strutturale. Perciò, di fatto, i CAS suppliscono in maniera emergenziale ad esigenze strutturali di accoglienza e inclusione.

Tutto ciò che esce fuori da questa distinzione già di per sé molto confusa tra CAS e SIPROIMI, rientra nel circuito cittadino. Non solo, ma anche coloro che, una volta usciti dal SIPROIMI non si possono permettere un affitto o non hanno un lavoro devono ripartire dal circuito cittadino.

E le permanenze in questi centri, che offrono solo un basso livello di protezione e pochi servizi per l’inclusione, può arrivare anche ad essere tre volte quella predisposta da regolamento, secondo una prassi del tutto discrezionale che dipende fondamentalmente dalle direttrici e i direttori dei centri. 

In un sistema dove i confini non sono netti, i regolamenti non vengono applicati e i tempi non rispettati, la dea Fortuna, bendata o compitrice di un oscuro piano divino, si insinua nei discorsi di migranti che vivono Roma come il risultato di incastri casuali che li hanno portati dove sono.

Se ce l’hanno fatta, se hanno un lavoro, una casa, una squadra di calcio dove andare a scaricare un po’ di tensione accumulata, è frutto di un loro spirito di adattamento, una loro iniziativa che li ha spinti a riconoscere i confusi segni che la Fortuna gli ha indicato. Segni colti da un’indole speranzosa che vi ha riconosciuto un’opportunità.

Ma non c’è da illudersi, per pochi che ce la fanno, molti cascano nelle crepe del sistema e lì vagano, fantasmi in una città confusa da un’amministrazione diffusa e mal gestita a livello centrale. 

Note   [ + ]

1. http://www.prefettura.it/roma/contenuti/Sportello_unico_immigrazione-37636.htm
2. Dati accessibili a: https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e- statistiche/i-numeri-dellasilo
3. Cfr. legge 132/2018

Chiara Gullotta è laureata in Cooperazione Internazionale e ha un Master in Politiche Migratorie all’Università delle Nazioni Unite a Maastricht (Olanda). Collabora ora con diverse organizzazioni non governative in Italia e si occupa di progetti di sviluppo per l’inclusione dei migranti a Roma.

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