TOP
lotta alla burocrazia

Permesso di Soggiorno: il business invisibile

L’immigrazione è senz’altro uno dei temi più discussi negli ultimi anni in Italia. Si parla spesso di chi deve arrivare o di chi è arrivato da poco, marginalizzando però chi nel paese ci vive da anni e fa parte del tessuto sociale.

Secondo i dati ISTAT, aggiornati al 1o Gennaio 2018, i cittadini regolari residenti in Italia sono poco più di 5 milioni (5.144.440 per l’esattezza), rappresentando circa l’8,5 % della popolazione globale italiana.

Nei vari dibattiti, tuttavia, raramente si parla di quelli che sono gli onori e i doveri, nonché i disagi sempre più grandi di chi si trova a vivere da straniero nonostante sia nato in Italia. Sono proprio queste le categorie sulle quali vorrei porre l’accento: gli stranieri residenti regolarmente e le persone nate nel paese ma ancora straniere.

Affronterò questa tematica parlando di un aspetto, a mio avviso, molto trascurato nei vari dibattiti politici e televisivi: il permesso di soggiorno, i suoi costi ed il peso che ha nella vita di tutti.

Ma che cos’è il permesso di soggiorno?

Dunque, il PDS è un atto amministrativo con il quale l’Italia autorizza i cittadini terzi, rispetto all’Unione Europea a soggiorno legittimamente sul proprio territorio.

La prima cosa che occorre sapere è che tale permesso non viene concesso a titolo gratuito, ma soprattutto deve essere rinnovato periodicamente (da 1 a 5 anni) dietro somme e condizioni che possono generare cavilli burocratici tali da stravolgere completamente anche l’esistenza di una persona che, per esempio, risiede nel paese da 20 anni.

L’analisi costi-peso sociale che andrò fare servirà a farvi capire ciò che definisco come un vero e proprio business sociale e burocratico.

Il PDS è disciplinato dal Decreto legislativo no 286 del 1998 (ciò che viene comunemente chiamato il Testo Unico sull’Immigrazione – T.U.I)

In esso si legge che costi per ottenere il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno si compongono di una parte fissa che sono:

  • 30 euro per la spedizione del kit postale da compilare e spedire;
  • 16 euro di marca da bollo da applicare nel modulo presente nel kit e
  • 30, 46 euro per la stampa del permesso di soggiorno elettronico.

A questi 76,46 euro di base vanno aggiunti i costi che formano la componente variabile:

  • 40 euro per i permessi di soggiorno che vanno dai tre mesi ad un anno;
  • 50 per quelli che durano fino a due anni e
  • 100 per il permesso di soggiorno UE per soggiornanti lungo periodo (dura fino a cinque anni).

Così rispettivamente abbiamo un totale di costi pari a 116,46 euro per chi rinnova il permesso annualmente, 126,26 euro per chi lo deve rinnovare ogni 2, e di 176,46 euro per coloro che hanno l’obbligo di rinnovo ogni 5 anni.

Per via delle condizioni necessarie per ottenere e rinnovare il PDS di lungo periodo (una residenza con possesso di soggiorno per almeno 5 anni, un reddito annuo minimo di 5953 euro, il test di lingua italiana ecc…), è facile dedurre come la maggior parte degli stranieri sia in possesso del PDS da rinnovare ogni anno o due.

Dunque, facendo una media dei periodi, dei costi e dei 5 milioni di residenti risulta che lo stato italiano incassa circa 855 milioni di euro ogni 2 anni e mezzo per il PDS, vale a dire 342,2 milioni di euro l’anno, solo ed unicamente per concedere il diritto ad altri essere umani di esistere sul proprio suolo.

Quanto detto fino ad ora rientra chiaramente nel costo economico di questo documento così fondamentale per le persone immigrate.

Tuttavia, esiste un costo ancora più importante in questo contesto, ed è il costo sociale e di vita.

Con l’attuale legge che disciplina la cittadinanza, una persona nata in Italia da genitori che non hanno la cittadinanza (quindi è indifferente il numero di anni di residenza dei genitori), è cittadino straniero e devono essere attuate le pratiche per dargli la cittadinanza dei genitori.

Dunque, in questo scenario sia gli immigrati regolari, che i nati in Italia dovranno possedere un PDS che all’interno della società mette una serie di limitazioni tali da classificare a tutti gli effetti categoria degli immigrati come cittadini di Serie B.

Innanzitutto, chi è in possesso di un PDS ha grossi limiti di spostamento perché pur godendo della libera circolazione nell’area Schengen deve rientrare per fare la richiesta di rinnovo.

Il comma 4 dell’articolo 5 T.U.I stabilisce che la richiesta del rinnovo debba essere inoltrata dallo straniero al questore della provincia in cui dimore almeno 60 giorni prima della scadenza.

Questo implica due cose: lo straniero se si trova all’estero per qualsiasi motivi (studio, lavoro, vacanza) deve rientrare obbligatoriamente in Italia perché non esiste la possibilità di svolgere questa pratica diversamente (ad esempio tramite ambasciata o consolato stando direttamente all’estero).

La seconda cosa importantissima da considerare è che durante il periodo di attesa per ricevere il permesso di soggiorno il cittadino deve altresì rimanere obbligatoriamente in Italia.

Infatti, il cedolino (che attesta che si è ufficialmente in attesa di ricevere il permesso di soggiorno quando pronto) che viene rilasciato quando si inoltra la richiesta per il rinnovo, non è valido in nessun caso per l’espatrio.

Persona Esausta

Per rendere la cosa più chiara consideriamo il fatto che, sulla carta il PDS viene rilasciato dopo 60 giorni dalla sua richiesta. Tuttavia, nella realtà le tempistiche sono assai più lunghe e generalmente, quando ci impiega poco tempo, viene rilasciato a 90/120 giorni dalla richiesta.

Consideriamo quindi l’handicap che può avere uno studente o un lavoratore all’estero che ogni anno (o due) deve perdere 5 mesi in Italia, interrompendo qualsiasi attività stia svolgendo, solo per il rinnovo.

Consideriamo, inoltre, l’handicap che può avere anche chi soltanto vuole spostarsi all’estero per motivi personali ma non può perché banalmente il suo rinnovo è fissato a cavallo dei mesi estivi dove lavoratori e studenti hanno i giorni di vacanza.

Infine, consideriamo l’obbligo che possono avere lavoratori specializzati o aspiranti studenti erasmus, di rifiutare queste opportunità per l’impossibilità di rimanere all’estero il tempo necessario senza dover interrompere le loro attività.

Al di là del discorso estero, voglio sottolineare il fatto che molti lavori, soprattutto quelli che prevedono i concorsi pubblici, hanno come requisito il possesso della cittadinanza italiana, e questo chiaramente esclude e limita il contributo alla società di una persona nata o cresciuta nel paese con capacità e competenze professionali ma ancora non italiana.

Concludo menzionando un paradosso enorme in tutto questo circolo di limiti e limitazioni.

Nel caso in cui una persona risulti all’estero e per un qualsiasi motivo non riesca a tornare per fare la richiesta di rinnovo, il soggetto in questione non riuscirà a rientrare nel paese risultando così irregolare, ovvero clandestino.

Stesso discorso vale per una persona che, ad esempio risiede nel territorio da 20 anni, ma che al momento del rinnovo non è in possesso di uno dei requisiti necessari, e questo può essere anche semplicemente la perdita di lavoro con conseguente impossibilità di presentare un contratto di lavoro.

In un panorama attuale di pandemia, con la perdita di lavoro da parte di migliaia di persone, diverse sono le persone che per questo motivo passeranno dall’essere cittadini regolare a clandestini. Il paradosso di vivere tutta una vita in un paese e poi di diventare clandestino in esso da un giorno all’altro senza colpe né soluzioni o tutele.

Una volta clandestino è impossibile rientrare in possesso di un contratto di lavoro regolare perché per averlo serve un permesso di soggiorno che è stato impossibile rinnovare proprio per la mancanza di un contratto.

Si entra così in un loop dalla quale difficilmente si esce, e spesso la soluzione rimane quello del lavoro in nero con tutti i rischi annessi. Lavoro in nero che in certe regioni pochi datori di lavoro offrono, rendendo così difficile la sopravvivenza di chi fino a qualche tempo fa era persona assolutamente in regola.

Fatte tutte queste considerazioni è chiaro come un sistema concepito così definisca e classifichi chiaramente i cittadini stranieri come cittadini da serie B, con tutti gli obblighi dei cittadini italiani, ma con un unico diritto, che spesso non va al di là del permesso di vivere da ospite sul suolo italiano.


LEGGI ANCHE: LA FORTUNA DI ESSERE UN* MIGRANT* A ROMA

Sono Abdul Zar, ho 31 e sono italo-ghanese. Ho da sempre un’interesse spiccato per i diritti umani e questo mi ha portato a studiare legge, con conseguente master in diritto internazionale. Scrivo da quando ho 13 anni, e la penna è diventata una meravigliosa alleata da quando faccio attivismo.

Comments (1)

  • Avatar

    cinzia

    Grazie, essere informato da te è interessante e utile

    reply

Post a Comment