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Vent’anni di battaglie poetiche: Sergio Garau e il Poetry Slam italiano

Il Poetry Slam, la competizione tra poeti che ha fatto riavvicinare enormi fette di pubblico alla poesia, e che ha fatto ricongiungere questa alla sua dimensione primordiale di oralità, si appresta a compiere vent’anni di presenza sul suolo italiano.

Mi sono fatto raccontare questi due decenni dal poeta Sergio Garau, che li ha vissuti tutti in prima linea.

Sergio Garau
Fonte: www.poesiadelnostrotempo.it

Matteo Di Genova: partiamo dal principio, narraci le tue prime esperienze nel poetry slam, la scena degli anni duemila e le differenze tra ieri ed oggi.

Sergio Garau: Il primo slam che ho visto era nella Mole di Torino nel 2002, durante la Biennale Internazionale Giovani, ed era il primo slam internazionale in più lingue mai fatto.

Organizzato da Aldo Nove, con Lello Voce come MC e con solo donne ad eseguire poesie dal vivo.

Invece il primo a cui ho partecipato era alla Settimana Letteraria di Torino sempre nel 2002.

Mi ero presentato con la maglia degli Skruigners con su scritto “finalmente vi odio davvero”, ero sbronzissimo e dopo la prima poesia dal backstage/cesso ho sentito che uno mi aveva dato 5. Sono uscito gridando “chi cazzo mi ha messo cinque!?” e quindi ho vinto per intimidazione.

I primi slam erano sostanzialmente all’interno di festival di poesia e di letteratura: Lello (Voce, colui che ha portato il poetry slam in Italia n.d.r.) chiamava dei poeti che riteneva validi sia come scrittura che come performance, gli slam venivano vissuti da loro come attività a margine e non come attività principale, anche perché molto più rari di oggi.

C’erano gettoni di presenza e premi di centinaia di euro. Nei primi slam c’era anche Filippo Timi (fresco di premio Ubu), che performativamente era un mostro e scriveva le poesie il giorno stesso, in treno.

Il livello di perfomance e dei testi era molto alto (Sara Ventroni, Giovanna Marmo, Stefano Raspini, Tiziano Scarpa …), la scena nasceva da quegli ambienti che venivano dalla tradizione della neoavanguardia e “avanguardia con due nei”: gruppo 63 e gruppo 93.

Pensa che il primissimo slam fu il 21 marzo 2001, organizzato da Balestrini, con Lello Voce come conduttore e Valerio Magrelli nel pubblico.

Fondamentale in questa prima fase era stata anche Daniela Rossi – tra gli slam organizzati da lei ricordo il Pink Poetry Slam. Negli slam dei festival letterari non c’erano contenuti predominanti o tematiche privilegiate, i poeti erano già affermati a prescindere dallo slam, avevano già una loro poetica predefinita riconoscibile sia testualmente che performativamente.

Il mio collettivo, sparajurij era tra i primi ad organizzare i poetry slam al di fuori dei festival, ad esempio in un locale dell’underground torinese che si chiamava “Punto G”. Altri slam andavano mano mano nascendo ad Ancona con Luigi Socci, a Trieste con gli Ammutinati, a Monza con Poesia Presente, da queste ultime due scene i primi due presidenti della LIPS Cristian Sinicco e Dome Bulfaro, per arrivare ai tornei della Scighera di Milano e di Poeti in Lizza di Torino. 

Nello sviluppo negli anni degli slam “dal basso” nei locali ho notato un miglioramento nella performance sul palco e nell’uso della voce dei poeti, forse anche perché sempre più partecipanti si sono formati nelle arti performative (doppiatori, attori…).

Mentre quando andavo a vedere l’attore cane maledetto che faceva vuoti esercizietti di dizione leggendo poesie alla presentazione di un libro altrui ne uscivo spesso con disturbi stomacali, quando invece assisto ad attori che partecipano agli slam con i propri testi è tutta un’altra musica. 

Se da un lato quindi ho visto molti poeti migliorare performativamente, anche grazie all’esperienza, dall’altro ho notato anche che relazionarsi col pubblico può spingere a fare quello che Marc K. Smith  (inventore del poetry slam n.d.r.) dice ad ogni intervista di non fare: invece di sperimentare, sfidare il pubblico, fargli male, si cerca di blandirlo, compiacerlo e questo è deleterio per la crescita artistica del movimento e dei singoli.

Lo slam è di per sé un trucco per accattivare il pubblico, per portarlo alla poesia però, non ad altri trucchi e trucchetti – sennò il tutto si riduce a un fastidiosissimo solletico. 

Matteo Di Genova: Poi dalla scena anni 2000 si è arrivati alla costituzione della Lega Italiana Poetry Slam, che gestisce il torneo su tutto il territorio nazionale…

Sergio Garau: Sì, ci fu un articolo (anche un po’ autocritico) di Lello in cui diceva che questo movimento in Italia non aveva preso piede come in Francia e in Germania.

A quel punto tutti i principali organizzatori italiani si ritrovarono a Trieste e fondarono l’associazione. Trieste ha sancito l’inizio del campionato nazionale, provocando l’espansione di tutte le realtà territoriali, tra le quali il Poetry Slam Sardegna, che ho fondato con Giovanni Salis.

Sono l’ultimo di quel direttivo iniziale LIPS ad esserne uscito, tant’è che la poetessa portoghese Raquel Lima una volta dopo slam internazionale di Palazzo Grassi a Venezia mi chiese “ma come fai ancora a non romperti di organizzare slam?!”

Sergio Garau
Fonte: www.poesiadelnostrotempo.it

All’inizio mi son occupato soprattutto delle relazioni con le scene internazionali, essendo anche l’unico ad uscire dall’Italia.

Già nel 2005 facevo slam al Bastard, storico slam tedesco, da lì in avanti ho frequentato, e a volte anche vinto, slam internazionali a Madrid, Barcellona, Lisbona, Francoforte, Svezia, Gran Bretagna, Varsavia, Rio de Janeiro, Città del Messico… per una ventina di paesi in tutto.

Nel 2007 partecipavo a Parigi alla prima coppa del mondo, nel 2009 agli European Poetry Slam Days di Berlino, una settimana di festival con centinaia di mc, poeti e organizzatori da una ventina di paesi, dove si son messe le basi per il Campionato Europeo.

Europei che, per avversissime circostanze, non siamo riusciti a portare in Italia, né a Matera nel 2019, con chi nelle alte sfere della Capitale Europea della Cultura si ritira dopo anni di accordi presi e ripresi senza dare mezza spiegazione, né a Milano, dove, nonostante pandemonici problemi a Piazza degli Affari (Cattelan docet), grazie a pochissime persone tenaci, e a notti al bianco di mail e file excel, ce l’avremmo anche fatta, ma è arrivata poi la brace della pandemia a spazzare tutto – era il 21 marzo 2020: perfetto tempismo.

Sarebbe stato l’Europeo con più paesi partecipanti di sempre, e per un punto di arrivo dopo appunto vent’anni di attivismo nello slam italiano ed europeo, a sette anni dalla fondazione della L.I.P.S.   

Matteo Di Genova: E da lì in poi si è sviluppata una rete di collettivi e coordinamenti L.I.P.S. molto solida e diffusa su tutto il territorio, come hai vissuto quel momento?

Sergio Garau: Ho visto la nascita di questa rete in modo molto positivo, vedere le scene radicarsi nei territori sotto questo spirito è stato molto bello.

Si potrebbe cercare un filo conduttore dalle avanguardie storiche fino ad oggi, con tutti i dovuti peggioramenti (risate), sarebbe interessante tracciare una panoramica dagli scapigliati fino a… ZooPalco, non so, prendendone uno a caso di cui tu hai fatto parte.

Durante la fase dei collettivi avevo sviluppato una dipendenza, giravo dappertutto, mi sono fatto non so quanti slam di fila. Son così finito alla finale regionale abruzzese, dove tra l’altro ci siamo conosciuti, arrivando tu ultimo e io penultimo (risate ulteriori). 

Quando mi è stato chiesto di presiedere l’associazione dal gennaio 2017, mi sono impegnato per unire la scena, che in quel momento era divisa e in profonda crisi, affrontando i conflitti che c’erano stati e quelli che si presentavano via via – ascoltando sempre le ragioni di tutte e tutti.

Sono soddisfatto per tutto quello che è stato fatto, dalla rifondazione dell’associazione, con nuovo statuto e regolamento, dall’incremento dei soci e dei fondi, entrambi ripartivano da zero.

Un passaggio interessante dell’ultimo anno è stato poi quello dell’ingresso in TV. Savogin a Italia’s Got Talent. Avevano mandato una mail alla L.I.P.S., e io ero l’unico che leggeva le mail. Mi ero anche fatto tutto questo viaggione perchè non mi avevano detto che era IGT, ma una casa di produzione che faceva anche Casa Vianello ed altri programmi del genere.

Allora mi sono fatto il trip che volessero organizzare uno slam in tv e mi facevo tutte delle paranoie etiche, di cui forse ci sarebbe bisogno anche oggi.

Poi quando mi hanno chiesto di fare dei nomi ho detto che la scelta sarebbe stata collettiva della LIPS, che in genere in occasioni simili usavamo il campionato come riferimento.

Il nome su cui c’era più accordo era Savogin avendo vinto il campionato nazionale per tre volte di fila ed essendo certi che si sarebbe fatto valere in una situazione rischiosa non solo per lui ma per tutta la scena.

Il risultato è stato positivo: di recente sono stato alla semifinale sarda a Cagliari vinta da Luigi Usai, lui ad esempio è un Under20 che ha iniziato a partecipare perché ha visto Simone in TV.

Mi ricordo questo poeta svedese, ci avevano invitato per fare poesie per far pubblicità a un’auto al salone dell’automobile di Parigi, e lui mi aveva scritto per chiedermi se avrei accettato, dicendomi che aveva visto le mie cose, e che ero “underground” (non ha detto “di sinistra” ma credo intendesse quello) e allora lui si divertiva a raccontare questo aneddoto dicendo che io avevo risposto al suo messaggio con un saggio breve.

La mia idea era che se riesci a mantenere un’integrità e ti danno uno spazio è buono tentare di entrarci provando a non farsi schiacciare sul piano soprattutto della forma. 

Matteo Di Genova: E infatti hai partecipato a ben due puntate dello slam di Zelig… 

Sergio Garau: Ci sono state delle polemiche sullo slam in Italia, sono sempre state quasi inutili perché fatte da persone che non sapevano di cosa stessero parlando.

L’unica eccezione forse è stata la Lo Russo avendoli fatti a suo tempo, ma anche quella è stata mi pare un’occasione mancata.

Invece sarebbe interessante discutere di questi temi sapendo che chi fa la pars destruens sappia anche di cosa sta parlando, e chi difende lo slam non si trinceri in proclami retorici.

Questo è successo anche quando si è parlato di Zelig. Non è un passaggio scontato, fare o non fare uno slam in tv, e, se sì, come farlo, quindi sarebbe stato interessante fare critiche, negative e positive, ma con cognizione di causa.

Come teatro dal vivo era ottimo: fatto per quel tipo di interazione col pubblico. Televisivamente invece il rischio di cadere in una fenomenologia di Mike Bongiorno era alto.

Bisogna stare attenti ad usare lo spettacolo come grimaldello per proporre la poesia, cosa che complessivamente a Zelig ha funzionato, ma diciamo anche che la Weltanschauung della televisione privata italiana dagli anni ’80 ad oggi si faceva sentire.

Quando, anni prima, qualcuno dopo aver sentito alcune mie poesie mi disse “Ah sei bravo dovresti proprio andare a Zelig!” io mi offesi, nel senso che è un orizzonte di riferimento che non condivido (“il momento è catartico…” madonna santa!) ma l’idea che ho cercato di seguire è che anche se c’è un mondo che non condivido esteticamente e politicamente ma mi viene data la possibilità di esserci, ci vado perché mi interessa entrarci in attrito, giocarmela con chi è diverso.

È inutile stare nella propria bolla dove tutti siamo d’accordo. Il rischio è venire fagocitati dal mezzo, io ho cercato di cavarmela, saranno gli altri a giudicare.

Al Salone dell’automobile di Parigi quella volta avevo proposto agli altri poeti di vestirci da nazi con il logo dell’auto invece della svastica (era una nota marca tedesca), ma poi mi sono accontenato di portare una poesia in italiano dai risvolti Soffici sull’essenza masturbatoria dell’industria automobilistica, che iniziava così: -sborra sburra rulla e frulla …- 

Il discorso sulla spettacolarizzazione andrebbe piuttosto spostato sui social.

Lo slam dovrebbe essere un antidoto all’auto-specchietto per le allodole, invece spesso finisce per alimentarne l’aspetto più egocentrico.

Sergio Garau
Foto di Very Quiet

In questi vent’anni ho sempre trovato ridicoli quelli che lottano nel mondo della poesia come se fossero Wolf of Wall Street, nel senso, se uno è assetato di potere la poesia è uno degli ambienti più sfigati che uno si può scegliere…!

Ci sono sempre state persone che ragionano in termini di potere, per carità è inevitabile in qualsiasi relazione umana ed animale, però, voglio dire, siamo qui a fare la poesia… quindi volendo fare una critica dall’interno: vedo a volte ipocrisia nello sbandierare tanta retorica di comunitarismo e di bene comune (“portiamo la poesia nelle strade, tra la gente…”) e dall’altra parte l’estrema cura per il proprio ortus (anche nel senso spagnolo del termine) e non altrettanta per la terra comune.

È un discorso che per alcuni vale allo 0.5% e per altri sale. Non è sbagliato curare la propia carriera, ma se ci si prende delle responsabilità a livello associativo o a livello di coordinamento, poi bisogna svolgere questo ruolo con altrettanta cura. La cosa bella dello slam è comunque quel senso di comunità che si manifesta, tra le varie cose, anche nella festa dionisiaca.

Nell’ultimo anno delle volte invece mi sono riconosciuto un po’ meno in alcune scene, perchè ho avuto il paragone di quelle brasiliane e messicane. A Veracruz, ad esempio, con il Projecto Molotov, ho rigenerato l’idea del senso politico forte di questa disciplina.

Lì percepisci la necessità, percepisci che quel rito è indispensabile, estremamente politico per quelle comunità. Il ragazzo che organizza slam a Salvador de Bahia, ad esempio, è “nero, gay e favelado”.

Ha scelto come nome d’arte, Sussuarana, il nome del suo quartiere di periferia, la sua comunidade. Non ha l’acqua dentro casa, ma ha instagram, dato che il punto del mezzo è anche come lo si usa, nel suo caso soprattuto a servizio della sua comunità. Comunità che si ritrova negli slam per resistere e per esistere.

Perché lì li ammazzano, oltre a discriminarli e a non dargli voce. Anche a  livello prettamente urbanistico non esistono molti modi in cui celebrarsi e percepirsi come comunità. Lì lo slam, nelle piazze, alle uscite delle metro, nei teatri all’aperto è un’arma dell’opposizione, molto collegata con le lotte della scena lgbtqi+ e femministe.

Esistere e resistere è diverso da apparire ed intrattenere.

Altrimenti è meglio Netflix.

Un’industria dell’intrattenimento migliore di quello che può fare lo slam già esiste.

Matteo si chiama Di Genova, viene da L'Aquila e vive a Bologna. È finalista nazionale di Poetry Slam "L.I.P.S." nel 2017, vincitore della sezione di poesia orale del Poverarte - Festival di tutte le arti 2017, del Premio Alberto Dubito di poesia con musica 2017 e dei tornei di slam Poetronica, T.L.E. e Reginette. Compare in una puntata del Poetry Slam di Zelig TV. Si esibisce in vari festival indie e hip-hop aprendo la serata ad artisti del calibro di Salmo. Gira l'Italia coi suoi spettacoli "Dixit" (oltre 40 repliche) promosso e sostenuto dal collettivo bolognese ZooPalco, "Diossido Di Cromo" col percussionista Marco Crivelli (debuttato all'interno della prestigiosa rassegna "I Cantieri dell'Immaginario) e "Versus" prodotto dal Teatro Stabile d'Abruzzo.

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