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Brigata Maddalena: internazionaliste in Rojava

Brigata come esperienza molteplice, non solo militare, attraverso i diversi aspetti del processo rivoluzionario che ciascuna ha avuto modo di incontrare. Farsi brigata, per noi, significa apprendere. Non mitizzare, ma prendere parte a un cammino complesso e in continua trasformazione.

Avviene in questi giorni la presentazione del libro Brigata Maddalena – Storie d’internazionaliste, una raccolta di quattordici racconti anonimi scritti da quattordici internazionaliste italiane che, tra il 2012 e il 2019, si sono recate nei territori dell’amministrazione autonoma del Rojava (Kurdistan siriano) per prendere parte al processo rivoluzionario che stava e sta avvenendo in quelle terre.

I racconti dalle narratrici si incentrano su tematiche diverse, ma risultano essere tutti strettamente connessi dall’imprescindibile filo rosso della sorellanza, che segna una direzione comune per tutte – quella della riscoperta degli spazi autonomi femminili e della liberazione delle donne come elemento essenziale della rivoluzione. Si scrive a pagina 26:

Abbiamo scavato dentro noi stesse, supportandoci a vicenda imparando a utilizzare il metodo della critica e dell’autocritica, provando a diventare un solo corpo, fatto di tante membra diverse e scomposte, capaci però di avanzare all’unisono e in sintonia con tutti gli altri pezzi, con tutte le altre donne ribelli del passato, del presente e del futuro.

fonte: retejin.org

Donne, dunque: donne rivoluzionarie, militanti, che insieme si ritrovano a studiare, ragionare, combattere, organizzarsi fianco a fianco.

Talvolta sono donne che prima della rivoluzione confederale non avevano mai approcciato il femminismo nell’accezione più tradizionale, che non si rispecchiavano nell’idea di un lavoro politico di genere. Una heval (compagna, ndr) scrive a pagina 34:

Se mi avessero detto che noi donne non vogliamo diventare come gli uomini, perché il sistema maschile e patriarcale è lo stesso sistema statale e capitalista che ci opprime, e quindi il fatto di costruire strutture autonome di donne è l’unica strada per arrivare a costruire un sistema diverso, se mi avessero spiegato che l’organizzazione femminile non è solo metodo ma anche prerogativa per il cambiamento sociale, beh, probabilmente non avrei ascoltato.

E ancora, a pagina 44:

La rivoluzione delle donne è cominciata molto prima di quella del Rojava. Ho conosciuto donne che già negli anni ’80 avevano capito che bisognava fare qualcosa e senza una vera struttura politica alle spalle hanno cominciato a organizzarsi, aiutarsi a vicenda, sviluppare un nuovo rapporto e una nuova solidarietà. Questa sorellanza è evidente nei rapporti umani, nell’amore che si esprime nei piccoli gesti, nelle accortezze e nei dettagli. […] Ho imparato a fidarmi delle mie compagne senza quella mediazione maschile che in molti contesti è fin troppo presente. Ho spinto per creare nuove dinamiche tra donne, per sostenerci e spronarci a vicenda. E insieme immaginare un mondo migliore.

Alcune internazionaliste parlano o lasciano intendere di un’esperienza di vita militare intrapresa nella struttura delle YPJ (Yekîneyên Parastina Jin), le Unità di Difesa delle Donne, che uniscono al percorso politico e filosofico della rivoluzione la lotta armata in difesa della popolazione civile.

Ed eravamo in tre, fucile in spalla e amore nel cuore, ma solo in due un giorno scalammo la cima e vedemmo sorgere il sole in quella terra per cui l’altra aveva dato la vita. […] E adesso non sono più solo curda, sono araba, armena, yazida, assira. Sono argentina, zapatista, indiana, tamil, slava, catalana, terrona. Sono figlia di ogni terra e portatrice di ogni resistenza.

Non solo vita militare: la maggior parte delle narratrici parla di percorsi che si sono sviluppati nello sfaccettato e più ampio contesto civile.

A pagina 105 troviamo l’esperienza di una delegazione di passaggio nella città di Qamişlo che visita una mala jin; una mala jin, letteralmente casa delle donne, è un tipo di struttura presente in tutti i territori liberati e costituisce il cuore pulsante dell’autonomia delle donne, che qui si organizzano e lavorano insieme per portare e promuovere l’autonomia all’interno della società, con comitati autogestiti che offrono sostegno in vari aspetti della vita pratica – da problemi di violenza con padri e mariti ai problemi di lavoro.

Più di un racconto affronta la tematica dell’ISIS (Stato Islamico). In uno, a pagina 58, si parla del regime di terrore durante l’occupazione islamista nelle città di Manbij e Raqqa, quest’ultima roccaforte dello Stato Islamico prima della liberazione da parte delle YPG (Yekîneyên Parastina Gel, Unità di Difesa del Popolo), YPJ e Forze Democratiche Siriane nel 2017. Il focus del racconto, però, è l’incredibile resistenza delle donne, militanti e non, che in seguito alla liberazione, hanno preso in mano la gestione delle città e hanno dato nuova vita a una società devastata e terrorizzata da lunghi anni di barbarie. A seguire un passaggio da pagina 62:

È davvero emozionante vedere, in una città assediata per anni da DAESH, la forza e la volontà di donne che lottano, lavorano e studiano per creare una società multiculturale ed egualitaria, che discutono con grande determinazione e speranza sul proprio futuro. Un futuro che crediamo possa essere anche il nostro, un futuro e una lotta che ci accomunano verso una società libera e donna.

Donne kurde
fonte: medium.com

Più controversa, e dolorosa, è la testimonianza di una heval (compagna, ndr) che ha lavorato al fianco di una regista impegnata in un documentario sul ruolo delle donne nello Stato Islamico. Tenute prigioniere nei campi di Roj, Ayn-Issa e Al-Hol, le donne dell’ISIS si rivelano essere, attraverso le pagine di questo racconto, ben più delle vittime inermi e sottomesse che si potrebbero ingenuamente immaginare, comparendo invece nel loro ruolo strategico e terribile fatto di addestramento militare ed educazione ideologica dei figli.

Le quattordici voci che si susseguono nel libro sono tutte volutamente anonime. Nessuna delle internazionaliste si firma, né con il nome vero, né con quello di battaglia o con un qualche pseudonimo.

Questa scelta lascia molto su cui riflettere.

Brigata Maddalena – Storie di internazionaliste non è il primo libro sull’esperienza del Rojava, e certamente non sarà l’ultimo.

Dall’inizio della rivoluzione svariati hevalen internazionalisti, soprattutto ex-combattenti delle YPG, hanno scritto libri raccontando la partenza, l’addestramento, la guerra ed eventualmente il ritorno. Nell’ottobre del 2019 è stato pubblicato anche un libro corale, Omaggio al Rojava, che similmente a Brigata Maddalena si configura come una raccolta di racconti.

Nessuno di questi combattenti, però, ha mai utilizzato l’anonimato (salvo gli autori di Omaggio, che utilizzano però i nomi di battaglia). Perché dunque la scelta delle internazionaliste di nascondere le proprie identità?

Perché la rivoluzione è un atto collettivo.

Se l’individualismo a cui la modernità capitalista ci abitua porta inevitabilmente con sé la tendenza a mitizzare il singolo, una voce collettiva è la risposta più efficace a una narrazione personalistica della rivoluzione, affinché il focus rimanga sul valore della lotta e non sul nome di chi vi ha contribuito.

È in quest’ottica, dunque, che il libro va inteso: un insieme di esperienze di singole donne, che assumono però valore nel momento in cui queste si fanno collettività e lottano insieme – nel momento in cui, appunto, si fanno brigata.

Rete Jin è un collettivo politico femminile nato due anni fa ed esistente in decine di città italiane. È composta da donne militanti di qualunque età e nazionalità, e si occupa di sostenere la rivoluzione del Rojava con campagne dall'Italia e proporre sul territorio le diverse tematiche di studio relative al confederalismo democratico, alla liberazione delle donne e all’ecologia politica.

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