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Bandiera LGTB

La strada ancora lunga (ed in salita) per il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+

++grandi passi avanti ma a metà del guado, manca stepchild adoption e legge contro omofobia**

10 dicembre 2016, F. e P. si apprestano ad entrare nella Chiesa sconsacrata scelta per le loro nozze. F. entra ballando accompagnato dalla sorella sulle note di “Think” della regina del Soul, la Signora Aretha Franklin.

Io piango senza ritegno.

Piango senza ritegno perché avevo 14 anni quando decisi che mi sarei battuta affinché l’omofobia scomparisse dalla faccia della terra. Nel 2011 i matrimoni egualitari, l’adozione, la maternità surrogata per le coppie omosessuali, una legge contro l’omotransfobia erano traguardi impensabili, irraggiungibili.

Oggi qualche “grande” passo lo abbiamo fatto ma siamo ancora a metà del guado. 

E se l’Olanda, incredibile vero?, diede pieni diritti alle coppie omosessuali già nel 2001, seguita da paesi come Belgio (2003), Spagna (2005), Norvegia (2008), Svezia (2009) fino ad arrivare all’Irlanda (2015), l’Italia cominciò il suo cammino verso l’effettivo riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali solo nel 2016, anno in cui venne approvato il disegno di legge presentato dall’Onorevole Cirinnà.

Questo Ddl con i suoi 19 articoli permetteva la costituzione dell’unione civile: “Due persone dello stesso sesso possono costituire un’unione civile tramite dichiarazione di fronte all’Ufficiale di stato civile e in presenza di due testimoni. A tal fine, è istituito il Registro nazionale delle Unioni civili. Le persone che vogliono unirsi in unione civile devono dichiarare quale cognome vogliono scegliere oppure mantenere entrambi i cognomi della coppia”.

Inoltre venivano riconosciuti alcuni diritti e doveri presenti anche nel matrimonio: “a) I coniugi uniti civilmente avranno l’obbligo reciproco di assistenza morale e materiale e collaborazione nella vita comune; b) i coniugi uniti civilmente devono scegliere il regime patrimoniale (comunione o separazione dei beni); c) ai coniugi uniti civilmente saranno estesi i diritti in materia previdenziale e sanitaria previsti per le coppie sposate; d) in caso di morte del partner si applicano le stesse regole previste per la successione legittima delle coppie sposate; e) i matrimoni contratti all’estero e i matrimoni nei quali un coniuge ha cambiato sesso possono essere riconosciuti come unioni civili ed essere trascritte nel registro”.

La Stepchild Adoption

Inizialmente il ddl Cirinnà avrebbe dovuto regolare anche la così chiamata Stepchild Adoption, secondo cui uno dei due congiunti avrebbe potuto adottare il figlio dell’altro partner; e l’obbligo di fedeltà, un obbligo morale che qualifica il tipo di rapporto che c’è tra due persone che scelgono di unirsi civilmente.

Questi due punti crearono scompiglio non solo all’interno partito della deputata che aveva presentato il disegno, il Partito Democratico, ma anche all’ interno del Movimento 5 Stelle che non ha adottato una linea unanime ma ha lasciato libertà di voto sulla questione quando nel 2013 si era detto pronto ad una battaglia per i diritti, inscenando anche un flashmob in cui deputati e deputate baciavano i colleghi dello stesso sesso in aula al grido di “più diritti”.

Il Ddl Cirinnà è passato senza stepchild adoption e senza obbligo di fedeltà e così, inevitabilmente, le unioni civili non possono compararsi al matrimonio.

E’ vero, sicuramente, che si tratta di un grande passo avanti nel riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, eppure qualcosa ci brucia dentro perché dopo anni di lotte estenuanti e dibattiti feroci ci vediamo accontentare con una legge che dice “si, potete sposarvi, ma non come lo fanno le persone del sesso opposto”.

Come se avessimo già avuto tanto, come se stessimo facendo i capricci. Tantissime volte mi sono sentita dire “l’Italia non è pronta”, “ma a fare cosa?” Mi chiedevo, a garantire i diritti sanciti anche dalla Costituzione?

A riconoscere tantissime famiglie prive di tutele poiché non considerate tali? Esattamente, l’Italia non è pronta a fare cosa? Con l’originario Ddl Cirinnà non si parlava più di poter essere liberi di camminare mano nella mano di scambiarsi tenerezze in strada, bensì di riconoscere famiglie, di ottenere il diritto al matrimonio sancito non solo dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo all’ articolo 16, ma anche dalla Convenzione Europei sui diritti dell’uomo all’articolo 12.

Nel 2018 il Parlamento tenta, però, un’altra strada: viene presentata una proposta di legge dall’onorevole Zan che prevede l’estensione delle protezioni in vigore attualmente previste dalla Legge Mancini del 1993, all’orientamento sessuale.

In altre parole, si prevede la punizione, con la reclusione, per chi commette o chi incita a commettere atti di violenza nei confronti di persone sulla base dell’orientamento sessuale.

Due anni dopo, nel 2020 anno già funesto di suo, la proposta viene approvata dalla Commissione Giustizia della Camera e scatena, come prevedibile, le ire dell’opposizione e della CEI che gridano alla violazione della libertà d’espressione definendo tale proposta liberticida in un crescendo di critiche fuori da ogni logica.

Violenza in base dell’orientamento sessuale – Chiesa e Politica

Sul sito chiesacattolica.it si legge: “un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte“.

Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione.

Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso”.  Giudizi, questi, che rivelano l’assoluta mancanza di attenzione con cui i vescovi cattolici hanno letto la proposta di legge che è volta a proteggere chi rischia la propria vita solo perché cammina al fianco della persona amata: si parla, infatti, di punire chi commette o chi incita a commettere atti di violenza sulla base dell’orientamento sessuale, e non già chi, basandosi su una religione, condivisibile o meno, pensi che la famiglia debba essere formata da un papà ed una mamma, da un uomo e da una donna. 

Peraltro, si dovrebbe ricordare ai vescovi cattolici che l’Italia è un paese laico che da moltissimo tempo vive la divisione tra potere spirituale e potere temporale e come questa sia riconosciuta dalla stessa Costituzione Italiana che all’articolo 7 recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. […]”.

Sempre secondo la Costituzione Italiana, principale fonte di legge su cui ogni politico giura e che ogni politico dovrebbe baciare, invece di invocare figure religiose e baciare simboli non rappresentativi di tutto il popolo italiano, all’articolo 20 dichiara che “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.

Ma nonostante le istituzioni religiose dovrebbero evitare intervenire a gamba tesa nelle vicende politiche, il parlamento ha comunque approvato un emendamento di chiara ispirazione cattolica, proposto dall’opposizione Forza Italia, che esonera dalle sanzioni di legge tutte quelle opinioni che non sfocino in esplicita istigazione o provocazione alla violenza.

“Gli omosessuali sono malati” dunque, diventa un’opinione, purché non si arrivi o non si rischi di arrivare alla violenza fisica, alle botte, al sangue. E chissene frega delle parole affilate come coltelli che invadono gratuitamente la tua sfera personale, chissene del vuoto che ti scavano dentro e chissene frega delle offese, perché alla fine si tratta solo di “opinioni” da tollerare perché è già tanto e bisogna dire grazie che sia stata proposta una legge con cui tutelare omosessuali, bisessuali e transgender.

Come se, di nuovo, voler tutelare i diritti fosse un capriccio e come se queste persone valessero meno, meritassero meno. 

Lunedì 3 agosto la discussione sulla proposta di Legge Zan viene rimandata ad ottobre ed io riesco a pensare solo che così si gioca con la vita delle persone e che non si debba scendere a compromessi né accontentarsi.

Ed è frustrante vedere istituzioni religiose che avrebbero tanto altro a cui pensare, condizionare ancora, così pesantemente, la vita di tanti.

Ma quello che fa più orrore è l’uso distorto che si fa della parola “diritto”, storpiandola, calpestandola, stracciandola a proprio uso e consumo. Invocare la libertà di espressione, proposito nobile per il quale tanti sono morti, per nascondere ed incitare all’odio è disgustoso.

Ma questo è quello che si è fatto pur di modificare la legge per la quale “rotti in culo” o “lesbicacce” saranno da considerare solo come giudizi e non già come insulti.

Il 10 dicembre 2016 piango perché finalmente vedo i miei zii coronare il loro amore che dura da più di 10 anni.

Finalmente.

So che la strada è ancora lunga ed in salita e so che quando i miei zii potranno diventare genitori piangerò di nuovo.

E so che lo farò, perché insieme a me, tantissime persone ed organizzazioni pretendono che tutti possano vedersi riconosciuti gli stessi diritti che ci spettano solamente in quanto esseri umani e non ci accontenteremo di modifiche becere, portate avanti da chi cerca qualche voto o da chi pensa che ancora nel 2020 la religione possa prevalere sul Diritto.

Questo mai.

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

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