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Totem difensore popolazioni Indigene

I Difensori della Terra

Berta, leader indigena del popolo Lenca, uccisa in Honduras per il suo impegno in difesa della terra, e delle acque del Rio Gualquarque, minacciate dalla costruzione della diga di Agua Zarca.

Berta Caceres che incarna, nella sua lotta e nella sua storia la lotta di chi difende la Madre Terra, chi vuole prendersene cura, riparare le fratture e le crepe aperte dal modello di sviluppo dominante, rivendicando il diritto all’autodeterminazione e la lotta contro il patriarcato e contro le forme attuali di colonialismo.

Berta, donna indigena in difesa della Terra, criminalizzata in quanto donna, indigena e attivista, assieme a tante altre donne indigene, ed attiviste – come le donne bosniache di Kruščica, protagoniste di una lotta vittoriosa per la protezione del loro fiume e dei “commons”- ed  oggi in prima linea per proteggere le foreste ed ecosistemi fragili e minacciati sono emblema del carattere intersezionale di ogni lotta possibile e urgente in difesa della Madre Terra.

L’ultimo rapporto sui difensori della terra pubblicato dall’ONG inglese Global Witness Defending tomorrow: the climate crisis and threats against land and environmental defenders offre un quadro allarmante, e denuncia per l’ennesima volta una guerra “sporca”, nascosta, contro comunità in resistenza, organizzazioni che lottano per difendere la Madre Terra dall’impatto devastante di megaprogetti, landgrabbing e watergrabbing, estrazione di materie prime, espansione incontrollata di piantagioni monocolturali di palma da olio e soia.

Dimostrano, dati alla mano, la stretta connessione che intercorre tra l’avanzata della frontiera estrattivista a livello globale, caratteristica determinante di questa fase del capitalismo, ed il progressivo restringimento degli spazi di conflitto e resistenza per movimenti, comunità e società civile organizzata.

Marivic ‘Tarsila’ Danyan en una plantación de café cerca de la aldea de Tabasco (Filipinas). THOM PIERCE / GLOBAL WITNESS

Nel 2019 sono stati registrati 212 casi di omicidi di difensori dell’ambiente con una media di 4 difensori uccisi ogni settimana dal 2015.

Oltre la metà degli omicidi sono avvenuti in Colombia (64) e nelle Filippine, (da 30 nel 2018 a 43 nel 2019) seguiti da Brasile, Messico, Honduras e Guatemala. La maggior parte di loro erano impegnati e impegnate nella lotta contro l’estrattivismo (sono 50 gli attivisti ed attiviste che hanno perso la vita nel 2019 per la loro resistenza alle attività di estrazione di minerali) e l’agribusiness (34 omicidi con un aumento del 60% dal 2018).

Nel 40% dei casi erano leader e rappresentanti di comunità indigene.  Al di là della tragica conta dei morti assassinati per mano di forze dell’ordine, militari, milizie paramilitari o criminalità organizzata infatti è necessario inserire la questione nel quadro più ampio dei conflitti sulle risorse naturali, e nelle lotte per la rivendicazione della giustizia ambientale, climatica ed i diritti dei popoli indigeni e della Madre Terra.

L’Atlante della Giustizia Ambientale curato da un gruppo di ricercatori di Barcellona traccia una radiografia dei conflitti ambientali e sulle risorse in ogni parte del mondo.

Numeri che rivelano storie tragiche, di sofferenza, esclusione, espulsione forzata da terre ancestrali, trasformazione di interi ecosistemi in apparati di produzione di materie prime, ma anche numeri che, letti in altra maniera,  ci dicono che dove ci sono conflitti c’è resistenza, mobilitazione, attivazione di persone, comunità che si schierano in prima linea in difesa del vivente per loro, per le future generazioni e per il futuro del pianeta. 

Degli oltre 2000 conflitti registrati nel 2019 almeno 272 sono relativi all’estrazione di petrolio, 252 all’estrazione di oro, 210 a quella di carbone, 155 di rame, 150 di gas naturale, 119 di legname, 115 di argento, 93 per la produzione di olio di palma, 45 di soia.

Dati che confermano ulteriormente quel che il filosofo africano Achille Mbembe chiama “necropolitica”, o nel nostro caso una vera e propria “necropolitica dell’estrazione” che produce morte, di esseri umani e degli ecosistemi. 

Un sistema complesso appunto nel quale si intrecciano livelli diversi: dalla corruzione, alla connivenza, alla collusione tra interessi criminali e apparati dello stato, la discriminazione storica vissuta da popoli e comunità indigene e rurali, il patriarcato che delegittima il ruolo chiave delle donne nella cura della terra, la “colonialità del potere” che opera una distinzione arbitraria tra chi ha diritto alla vita e chi invece diventa vita di scarto, e ridisegna i territori e la terra come una mappa di sfruttamento e manipolazione per servire gli interessi del mercato e del potere.

Insomma, un sistema che produce e genera morte, e distruzione del vivente, veri e propri crimini di sistema, per i quali risulta assai complicato risalire alle responsabilità e perseguirle. Così come risulta necessario ed urgente coltivare una visione “altra”, decoloniale, intersezionale ed anticapitalista, che metta al centro il protagonismo attivo delle comunità e dei popoli, la resistenza e la costruzione di alternative al modello dominante, basate sulla cura e la responsabilità verso il vivente, e le future generazioni.

mani con offerta alla madre terra

Senza perdere di vista un altro elemento dirimente, relativo al restringimento progressivo degli spazi di agibilità, di resistenza e di conflitto a livello globale. Spazi che si restringono intorno a chiunque, individualmente o collettivamente lotta per i diritti umani, quelli dei migranti, per il diritto alla partecipazione, all’informazione, alla giustizia, per chi lotta contro razzismo, xenofobia, discriminazione di genere.

Sono a migliaia in ogni parte del mondo, coloro che quotidianamente soffrono criminalizzazione, stigmatizzazione, arresti arbitrari, processi iniqui, violenza e repressione. Esiste pertanto un sottile filo che lega oggi chi resiste nei territori per proteggere gli ecosistemi e la Madre Terra e chi lotta nelle città per i diritti delle donne o contro la discriminazione di genere, chi naviga in mare per soccorrere migranti e viene accusato di traffico di esseri umani e chi si schiera a difesa della propria terra e viene accusato di terrorismo.

Un sottile filo che connette lotte e vertenze che si pensano essere solo “altrove”.

E che invece attraversano anche il nostro paese: criminalizzazione della solidarietà verso migranti, dei movimenti contro le grandi opere, i processi contro il movimento No TAP in Salento o l’incarcerazione arbitraria dell’attivista del movimento No TAV Dana Lauriola.

Storie, testimonianze, vicende di persone, comunità e movimenti che da oggi troverete narrate in questa nuova rubrica “In prima linea/in the frontline”, curata dalla rete In Difesa Di, per i Diritti Umani e chi li difende, rete italiana di oltre 40 organizzazioni, associazioni, realtà che lavorano in sostegno ai difensori ed alle difensore dei diritti umani. (www.indifesadi.org). 

"In Difesa Di", per i Diritti Umani e chi li difende, è rete italiana di oltre 40 organizzazioni, associazioni, realtà che lavorano in sostegno ai difensori ed alle difensore dei diritti umani. (www.indifesadi.org).

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