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arancia

CAPORALATO: il filo che parte dalle arance dello scaffale del supermercato

Sembra così sottile e trasparente da passare completamente inosservato.

Al tempo stesso, è così spesso e resistente da provocare la morte per asfissia di chi, questi agrumi, li raccoglie.

Perchè?
Che succede al di là di questi scaffali?
Che responsabilità ha il consumatore e che potere di scelta può agire?
Come si può influire sul tipo di agricoltura e sul rispetto dei diritti dei lavoratori?


Solleviamo con cura quest’arancia in offerta, giriamola per verificarne la freschezza.
Ora possiamo scorgere l’inizio di questo filo e possiamo iniziare a camminare.
Camminare. Camminare.

Chilometro dopo chilometro, esso ci conduce lontano dalle nostre case, lontano dalle nostre vite, dalle pause pranzo, dalle spese consegnate a casa e ci porta in Calabria.

Piana di Gioia Tauro, Rosarno.

Baraccopoli di San Ferdinando.

Almeno una volta, tutti abbiamo sentito nominare questi luoghi.

Rosarno (RC) è saltato sulla tavola degli italiani a causa delle rivolte del gennaio 2010 o dei ripetuti  incendi che hanno causato il decesso di braccianti all’interno delle baracche di lamiera, tra questi Suruwa Jaithe, 18 anni, Al Ba Moussa, 28enne , Becky Moses, 26.

La cittadina calabrese è tornata alla ribalta a causa dello sgombero della baraccopoli nel marzo 2019, per volontà dell’ex Ministro Salvini. Le ruspe hanno arrovvellato le lamiere, i materassi, gli abiti, le biciclette dei migranti trasformando la tendopoli in una tremenda installazione di tragedia contemporanea che tutt’ora fischia al passaggio del vento.

I braccianti sono stati spostati, quelli in possesso di regolare titolo di soggiorno, in un campo tendato della Protezione Civile a pochi metri dal sito precedente.


Mentre San Ferdinando compare e scompare dai titoli di giornali e dalle cucine illuminate degli italiani riuniti a cena, mentre più o meno giovani portatori di braccia si svegliano all’alba ed attendono di essere reclutati per lavorare, spesso a cottimo, sempre in nero, con orari e in condizioni disumani, nei frutteti della zona, noi siamo ancora sotto il neon del supermercato di turno, con l’arancia cerata in mano.

Cosa c’entra con le lamiere?


In fondo, siamo solo andati al supermercato per fare la spesa, dopo il lavoro, come ogni settimana.
Cosa abbiamo fatto se non non esserci chiesti: da dove viene questa frutta?

In realtà questo filo non è una bava da pesca, ma una corda spessa e piena di nodi complessi da sciogliere.

Prima il processo di urbanizzazione ed industrializzazione, poi i conseguenti ed attuali ritmi di vita, il (tavolta) totale distacco dai ritmi naturali e delle stagioni ci hanno portato a dipendere dall’esterno per tutte le esigenze basilari della vita: alimentazione, casa, abbigliamento, salute.

Al tempo stesso, in una dinamica perfetta, cinica e violenta risulta innegabile che i prezzi della grande distribuzione corrispondano alle esigenze di una grande fascia della popolazione che vive in condizioni economiche, quantomeno, precarie.


Se da un lato, infatti, c’è chi non si pone la domanda relativa alle origini dei prodotti che acquista per abitudine, cultura, distaccamento, dall’altro c’è chi questa domanda non può permettere di farsela.

I costi della frutta raccolta rispettando i diritti dei lavoratori e seguendo le regole dell’agricoltura biologica sono certamente differenti da quelli esposti sugli scaffali e spesso si preferisce -o si deve preferire- il risparmio immediato, ma il problema ha radici ben più profonde.

Non siamo più in grado di coltivare il cibo che mangiamo.
Abbiamo perso l’autonomia alimentare.
Il denaro veicola tutte le nostre gesta e le nostre necessità.

Credo che quest’anno potrebbe -o avrebbe potuto- indicarci la rotta sull’urgenza di tornare ad una forma di autosufficienza sempre più necessaria, non tanto per il benessere del Pianeta, quanto per la sopravvivenza della specie umana; sopravvivenza fisica, mentale, comunitaria, spirituale.
E’ in corso un cambiamento?
Sta crescendo il livello di consapevolezza in materia?



Sicuramente ci sono alternative sostenibili ai prodotti dalla GDO.


Ce ne sono tantissime, ma desidero presentarvene due, entrambe calabresi che ho conosciuto personalmente.

La prima mi è stata presentata da Peppe Pugliese, fondatore della campagna “Sos Rosarno” nata in seguito agli scioperi del 2010. L’idea è stata semplice e, al tempo stesso, rivoluzionaria: unire i deboli con i deboli, dunque i piccoli produttori -rigorosamente biologici- che faticavano a stare nei prezzi imposti dalla GDO e i braccianti, spesso -ma non sempre e non solo- di origine africana provenienti da condizioni di sfruttamento lavorativo.

I criteri fondamentali sono: la coltivazione biologica che rispetti la terra, la distribuzione equa del reddito, la dignità del lavoro (di chi raccoglie e di chi produce).

La frutta viene venduta ai GAS (gruppi di acquisto solidale), ovvero singoli e famiglie che si riuniscono per comprare direttamente dal produttore (c’è una lista su: http://www.economiasolidale.net/), all’intero di alcune botteghe del commercio equo-solidale, negozi etici che propongono cibo sfuso (come per esempio, Emporio Camilla a Bologna), associazioni e centri sociali.

In questo modo, è stata tagliata la lunga filiera della grande distribuzione organizzata ricollegando la terra al “consum-attore” dimostrando, stagione dopo stagione, che è possibile un mercato differente e soprattutto rispettoso della vita e del lavoro degli esseri umani.

I prezzi sono equi e trasparenti ed è possibile, sul sito del progetto, comprenderne l’origine e la composizione; risulta interessante infatti che oltre al costo della mandopera e le altre spese “vive” sia prevista una quota da destinare a progetti virtuosi in Italia o nel mondo.

All’interno della campaga hanno poi fatto ingresso altre realtà agricole del territorio che rendono l’offerta alimentare più vasta e la rete più estesa, anche grazie alla coopertiva Mani e Terra, nata dagli stessi ideatori e lavoratori italiani e migranti, il cosidetto “braccio operativo”.

Attraversando la strada provinciale che collega il Mar Tirreno al Mar Jonio, si arriva alla porta di un’altra realtà giovane e calabrese: sita a Gioiosa Ionica (RC), terra del mugnaio Gatto ucciso dalla criminalità organizzata nel 1977, porta il nome del celebre Nelson Mandela. 

Nata nel 2017, ha lo scopo di favorire l’inserimento sociale e lavorativo di uomini con lunghi percorsi carcerari alle spalle e migranti a rischio di sfruttamento lavorativo. 

Gestisce un terreno in cui sono coltivati, in maniera biologica, olivi ed agrumi ed una struttura alberghiera che ospita gruppi, singoli, famiglie interessate a conoscere un’altra Calabria, con gli occhi di chi è rimasto e ha deciso di dedicare la sua vita ad una terra tanto affascinante quanto complessa, tanto fertile, quanto dimenticata.

Ad un’ora circa dal borgo di Riace e Camini, la piccola cooperativa sostiene il “Comitato 11 giugno” in supporto a Mimmo Lucano e alle faccende giudiziare in cui è stato coinvolto.

E’ possibile acquistare i prodotti della cooperativa facendo riferimento ai contatti presenti sul sito internet o tramite i canali social del progetto: villasantamariagioiosa.it

Barbara, classe 1986, un vecchio zaino sulle spalle e un quaderno bianco dove scrivere. Sono nata a Bologna ma ho il cuore distribuito sulle varie sponde del bacino del Mediterraneo e le radici sugli Appennini Tosco Emiliani. Ho una formazione da assistente ed educatrice sociale e dopo un’esperienza decennale nel lavoro con cittadini migranti in condizione di difficoltà ho deciso di cambiare Vita per crearmi un contesto in cui vedere, e sentire, i miei valori realmente rispettati. Il 21 marzo 2019 sono partita, senza soldi, per il #travel4mediterranea: da Bologna a Lampedusa alla ricerca di forme di vita comunitaria, storie di cambiamento ed ispirazione, finanziando Mediterranea.

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