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RIMANE IMPANTANATO IL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO: DALLA FINE DEL ‘700 AI GIORNI NOSTRI

“Considerando che le strutture carcerarie sono state da sempre caratterizzate da una logica interna che ha consentito loro, di riproporsi pressoché immutate dall’Unità d’Italia sino ai nostri giorni, nonostante i vari trapassi istituzionali e di regime politico”,

da un’ attenta analisi e senza tema di smentita, emergerebbe che sin dagli albori del pensiero, al fine di salvaguardare la pace e la sicurezza sociale, la società organizzata si è continuamente adoperata a contenere e circoscrivere dalla perbenista collettività, coloro i quali si rendevano proclivi a trasgredire le regole imposte, ovvero quell’ ordine pre-costituito, sottoponendo a misure restrittive e di estremo rigore, suddetti soggetti deviati, in appositi istituti, cosiddetti carceri.

Così facendo inizia a delinearsi, sin d’allora, il problema penitenziario, che si protrae ancora purtroppo sino ai nostri giorni, permanendo tutt’ora come un problema e non come la soluzione.

Problema, inizialmente avvertito solo dal punto di vista della custodia o della Polizia Penitenziaria, essendo la pena, pensata come vendetta sociale ed avendo esclusivamente, finalità atte ad annullare il colpevole del reato e non a rieducarlo.

Soltanto nel secolo XVI si inizia ad assistere ad un radicale cambiamento del concetto della pena, poiché si insinua, formandosi, il nucleo dell’ ideologia penale pre-illuministica.

Infatti in Inghilterra, troviamo che man mano che vagabondi, ladri, prostitute e poveri ragazzi abbandonati, venivano fermati, anziché essere sottoposti alle sanzioni vigenti di quel dato momento storico, venivano stipati nel palazzo di Bridewell e obbligati a riformarsi attraverso discipline rigide e duro lavoro.

Nasceva attorno al 1557 la prima “house of correction” o “workhouse”, caratterizzata proprio dall’organizzazione rigida del tempo e strutturato in rituali gesti quotidianamente sempre uguali e ripetitivi. Successivamente, le nuove teorie rivoluzionarie borghesi, politiche e sociali, iniziano ad affermare una nuova struttura giuridico-normativa, dapprima in Francia, con il codice rivoluzionario del 1791 e successivamente in Germania con il codice bavarese del 1813, attraverso il quale si stabilisce una sorta di equivalenza tra il delitto e la pena, tentando di sottrarre quest’ultima all’arbitrio.

In tale contesto insorgono con favore le teorie di alcuni “riformatori” inglesi tra cui Jeremy Bentham, il quale assegna al carcere, un carattere intimidatorio e di totale controllo, al fine di realizzare un ruolo produttivo e risocializzante. Tale innovazione verrà apportata con il c.d. progetto Panopticon basato sul “principio ispettivo” ed attraverso il quale i pochi carcerieri potevano controllare i molti detenuti, non solo sotto il profilo fisico, ma anche sotto quello psichico, cosicchè il controllo iniziò ad essere totalmente esercitato su tutti gli atti ed i fatti del carcerato, nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere.

Nasceva così la nuova struttura architettonica del carcere moderno, c.d.carcere Benthaniano, costituita da “bracci” o “raggi” e da rotonde, costruito in modo tale da poter agevolare i carcerieri a maggiore controllo, pur rimanendo fermi nel posto di guardia, posto sulla rotonda:

Ovvero la struttura c.d. a raggiera ancora tutt’ ora presente nelle carceri italiane. In tale contesto e cosi stanti le cose, ne deriva che ogni detenuto matura indirettamente una pressante concezione psicologica sorta dalla consapevolezza secondo la quale, ogni proprio atto o movimento veniva controllato “a vista” anche quelli meramente intimi e con estrema facilità.

Con riguardo al profilo pratico e gestionale della convivenza intramuraria fra internati, invece, vengono introdotte, dapprima in Inghilterra, con la legge del 1810 e con il Goal Act del 1823 e poi in tutta Europa, alcune innovazioni come: separazione tra i sessi, isolamento notturno e lavoro diurno in comune, cosicchè le condizioni di vita nelle carceri non sortiscono gli effetti sperati e vanno peggiorando, così come peggiorando vanno anche le modalità di vita e di lavoro per i poveri internati nelle “workhouses”.

Solamente verso la seconda metà del XVII secolo, si realizzerà una delle prime esperienze carcerarie moderne che sorgerà infatti a Firenze all’interno dell’Ospizio del S. Filippo Neri: struttura pensata per ospitare giovani abbandonati, come anche giovani di buona famiglia con seri disagi di disadattamento.

La sezione del S. Filippo Neri era composta da otto cellette singole, ove i giovani venivano rinchiusi in isolamento giorno e notte. Sarà il primo caso italiano di isolamento cellulare a scopo correzionale.

Di poi seguirà Milano verso la fine del XVII secolo, ove nella città Meneghina vengono realizzati una “Casa di Correzione” e un “Ergastolo”.

Nella prima vengono rinchiusi i colpevoli di reati minori, tenuti in regime di separazione cellulare, mentre nel secondo vengono rinchiusi i condannati per gravi reati che non vivono in isolamento ma vengono utilizzati in lavori di pubblica utilità.

Al contempo stesso a Napoli è in funzione la Vicaria: la cui struttura contiene un migliaio di prigionieri in condizioni terribili, inumani e degradanti, molto al di sotto dei livelli di sopravvivenza, mentre altrettanto aberranti saranno le condizioni della Casa dei poveri, il cosiddetto “serraglio”. Sarà la volta di Roma poi, siamo nel 1770, ove viene realizzato il carcere cellulare del San Michele, la prigione vaticana.

Almeno fino alla metà del XVIII secolo, il carcere non era ritenuto una sede costruita per finalità detentive, ma un edificio concepito come luogo di custodia provvisoria, per imputati in attesa di giudizio o dell’esecuzione della pena. S

olo verso la metà del XVIII secolo fu inteso come luogo di espiazione delle pene detentive, acquistando rilevanza sociale, poiché il ricorso alla pena della privazione della libertà era divenuta la sanzione prevalente che veniva applicata ai condannati.

In tale epoca, Cesare Beccaria e Giovanni Howard in Inghilterra, si facevano pionieri di alcuni principi innovatori in materia penitenziaria:

Il principio della umanizzazione della pena, intesa come castigo inflitto nei limiti della giustizia in proporzione al crimine commesso e non secondo l’arbitrio del giudice; – il principio della pena come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale e non come pubblico spettacolo deterrente per la sua crudeltà.

Con l’affermarsi della detenzione come pena e non come mezzo per l’esercizio della potestà punitiva, a partire dalla seconda metà del Settecento si fanno strada diverse teorie che hanno tutte in comune l’intento di razionalizzare le condizioni delle carceri e di cercare di abolirne gli aspetti più violenti, come la tortura e la pena di morte, tipici delle società di antico regime.

Questo fermento di idee generatosi nell’ambito del movimento illuminista, portò alla consapevolezza della necessità di riforme penitenziarie volte alla trasformazione delle prigioni da luoghi di infamia e crudeltà, in luoghi di rigenerazione del reo.

A partire dal XVIII secolo, la dottrina illuministica adotta la concezione della pena come rieducazione, infatti la crudeltà che aveva caratterizzato per secoli l’istituto della detenzione, le pene corporali, il lavoro ad esaurimento, l’assenza di igiene e di luce, la negazione di un obbligo statale del vitto che dipendeva dai benefattori, la promiscuità fra detenuti per età, criminalità, recidiva, vengono meno dando luogo a spazi architettonici diversi.

Lo Stato ha così sia il diritto di recludere, sia l’obbligo di rieducare.

Col tempo,verrà altresì messo in discussione il rischio di indurre stati di follia. Gli edifici si adattano man mano a questa evoluzione, dando luogo a complessi architettonici piuttosto sofisticati per quei tempi.

Agli inizi dell’Ottocento studiosi di fama, fondarono in Italia la scienza delle prigioni, una scuola impegnata nella ricerca di una corretta impostazione pratica della funzione della pena detentiva. La scuola si dedicò alla soluzione del problema delle prigioni sotto un duplice profilo: – disciplinare: valutando la necessità dell’isolamento, del lavoro e dell’istruzione del recluso; – architettonico: individuando un nuovo modello strutturale delle carceri, definito panottico.

Tuttavia durante tutto il periodo che va sino all’Unità e anche oltre, a parte la lenta costruzione di poche carceri giudiziarie cellulari, le case di pena continuano a venire gestite secondo l’arcaico sistema della vita in comune .

L’impegno dei giuristi e degli operatori del settore si concretizzò tra il 1872 e il 1930 in una serie di congressi internazionali che portò all’attenzione dei tecnici e del pubblico in generale il problema delle carceri, ove attraverso tali congressi, la realtà penitenziaria, a lungo trascurata dai cultori del diritto penale, che non la ritenevano degna del rigore di scienza penalistica, si elevava gradualmente a scienza penitenziaria, dando luogo al diritto penitenziario come branca autonoma del diritto pubblico.

Il 6 novembre 1890 venne istituita la prima Commissione Penitenziaria Internazionale mentre nel 1929 una seconda Commissione Internazionale Penale e Penitenziaria. Nel corso dei lavori delle commissioni venne ufficialmente riconosciuta l’esistenza di un diritto penitenziario.

Raggiunta l’Unità si avvertì in Italia la necessità di raccogliere e uniformare, in maniera organica e sistematica, tutta la legislazione vigente in ogni settore del diritto e anche per il diritto penitenziario fu avvertita la stessa esigenza.

Cosicchè dopo l’estensione del codice penale sardo a tutte le province italiane, il Governo, nell’arco di due anni, emanò cinque nuovi regolamenti relativi alle diverse tipologie di stabilimenti carcerari, così classificati: bagni penali (regio decreto 19 settembre 1860) – carceri giudiziarie (regio decreto 27 gennaio 1861, n. 4681) – case di pena (regio decreto 13 gennaio 1862, n. 413) – case di relegazione (regio decreto 28 agosto 1862, n. 813) – case di custodia (regio decreto 27 novembre 1862, n. 1018).

Nel 1889 venne emanato il codice penale Zanardelli, entrato in vigore il 1° gennaio 1890, che sostituì il codice penale sardo emanato nel 1859 ed esteso a tutte le province italiane, ad eccezione della Toscana, dopo l’Unità. Al 1889 risale anche la prima legge relativa all’edilizia penitenziaria e agli stanziamenti di bilancio per farvi fronte (legge 14 luglio 1889, n. 6165).

Gli istituti realizzati in questo periodo si ispireranno al modello indicato da Crispi, portando alla formazione di una nuova tipologia carceraria caratterizzata dal sistema cellulare. La legge del 1889 sull’edilizia penitenziaria, unitamente al codice penale Zanardelli, costituì il presupposto per l’emanazione del Regolamento generale degli Stabilimenti carcerari e dei riformatori giudiziari avvenuta con regio decreto 1 febbraio 1891, n. 260.

Venne abolita così la pena di morte e sostituita con l’ergastolo, ma restarono severissime le pene per i reati contro la proprietà.

Nel periodo giolittiano venne soppresso l’uso della catena al piede per i condannati ai lavori forzati e furono introdotte modifiche al rigido sistema delle sanzioni disciplinari, eliminando le disumane punizioni della camicia di forza, dei ferri e della cella oscura. I ferri saranno di fatto aboliti soltanto nel 1902, mentre rimase fermo tuttavia, il quadro legislativo del periodo crispino: codice penale, leggi di pubblica sicurezza, ordinamento giudiziario che non vennero toccati da Giolitti .

Le tensioni sociali del secondo dopoguerra non investirono la popolazione carceraria: sino al 1920 tutto procede secondo la norma e i detenuti sono una delle pochissime categorie rimaste tranquille. Il principio che i detenuti dovevano essere oggetto di cura, più che di repressione, di rieducazione più che di punizione, trovò una applicazione pratica nel 1921 e 1922 in una serie di circolari innovatrici che determinarono alcuni miglioramenti nel trattamento dei detenuti.

La maggior parte delle innovazioni introdotte dai diversi provvedimenti ministeriali diverranno parte integrante del regolamento carcerario con la riforma introdotta dal regio decreto 19 febbraio 1922, n. 393 ove le principali modifiche riguardarono: il lavoro svolto in carcere dai detenuti; i colloqui; la corrispondenza; la disciplina delle case di rigore.

Con successivo regio decreto 28 giugno 1923 n. 1890 vennero emanate le norme di esecuzione, in base alle quali le competenze in materia penitenziaria, prima attribuite al ministero dell’interno, al prefetto e al viceprefetto, furono rispettivamente assegnate al ministro della giustizia, al procuratore generale presso la Corte d’appello e al procuratore del re.

Con l’avvento del fascismo i timidi tentativi di riforma del 1920 subirono un brusco arresto e si ripiombò nell’inerzia che aveva caratterizzato il settore. Non si sperimentarono più riforme, ma ci si limitò a nominare commissioni di studio che portarono avanti i lavori con esasperante lentezza. Con regio decreto 5 aprile 1928, n. 828, la Direzione generale delle carceri e dei riformatori assunse la nuova denominazione di Direzione generale per gli istituti di prevenzione e di pena.

Nel 1930 vennero approvati il nuovo codice penale Codice Rocco” e nel 1931 il nuovo codice di procedura penale, mentre con regio decreto 18 giugno 1931, n. 787 venne approvato dal guardasigilli Alfredo Rocco il nuovo “Regolamento per gli Istituti di prevenzione e di pena, fedele traduzione dell’ideologia fascista nel settore penitenziario, che rimarrà in vigore fino al 1975.

Non venne varato un ordinamento radicalmente nuovo perché il regolamento del 1891 viene sostanzialmente mantenuto: rimangono infatti le tre leggi fondamentali della vita carceraria (lavoro, istruzione civile e pratiche religiose) che divengono tassative, nel senso che ogni altra attività è non solo vietata ma fatta oggetto di sanzioni disciplinari.

I punti qualificanti del regolamento Rocco sono: rigida separazione tra il mondo carcerario e la realtà esterna – limitazione delle attività consentite in carcere alle tre leggi fondamentali del trattamento (pratiche religiose, lavoro e istruzione) – atomizzazione dei detenuti impedendo loro qualsiasi collegamento e presa di coscienza collettiva – esclusione dal carcere di qualsiasi persona estranea cioè non inserita nella gerarchia e non sottoposta alla disciplina penitenziaria – obbligo di chiamare i detenuti con il numero di matricola (al posto del cognome) volto alla soppressione della personalità del detenuto – carcere come istituzione chiusa.

Il Regolamento carcerario del 1931 suddivideva le carceri in tre gruppi: carceri di custodia preventiva, carceri per l’esecuzione di pena ordinaria e carceri per l’esecuzione di pena speciale.

Secondo il regolamento del 1931 il carcere giudiziario era uno stabilimento di custodia preventiva, cioè riservato a coloro che devono ancora essere giudicati, ma sono stati arrestati per assicurarne la presenza al processo.

Al regolamento del 1931 fece seguito la legge 9 maggio 1932, n. 527 “Disposizioni sulla riforma penitenziaria” composta di solo cinque articoli concernenti il lavoro dei detenuti, la ristrutturazione dell’edilizia carceraria, la contabilità carceraria e le istituzioni di assistenza ai carcerati. Questa seconda riforma penitenziaria non prevedeva uno specifico programma di finanziamento per l’edilizia. Essa, pertanto, iniziò a dipendere dai programmi e dai fondi del ministero dei lavori pubblici i quali si rivelarono del tutto insufficienti ad affrontare i complessi problemi dei manufatti penitenziari.

Ciò condusse pertanto ad un graduale decadimento del modello architettonico e alla realizzazione di edifici carcerari che non presentavano più l’imponenza e il severo decoro dei precedenti. Nel 1934 vennero approvate altre leggi (n. 1404 e n. 1579) che regolamentarono il funzionamento del Tribunale dei minorenni e delle Case di rieducazione per minorenni e che istituirono i Centri di Osservazione dei minori. Mentre nel 1937 venne emanato il nuovo regolamento degli agenti di custodia (regio decreto 30 dicembre 1937, n. 2584) che, seppure modificato e adeguato negli anni successivi, rimase in vigore fino al 1990.

Il regolamento assegnava al Corpo, il compito di assicurare l’ordine e la disciplina negli stabilimenti di pena.

La conduzione del carcere, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, fu la stessa di quella in vigore in epoca fascista, governata dal regolamento penitenziario del 1931. Infatti dopo la liberazione si constata ancora l’assenza di qualsiasi riforma delle strutture penitenziarie ereditate dal regime fascista e ancora una volta la loro impermeabilità alle vicende della società libera. I principi fondamentali dell’isolamento e dell’emarginazione dei detenuti rimasero ben saldi anche in momento di estrema tensione per la storia delle istituzioni carcerarie, quali la seconda metà del 1945 e i primi mesi del 1946.

Tali tensioni scaturivano sia dal peggioramento delle condizioni carcerarie, sia dalla delusione di chi sperava in un cambiamento dopo la liberazione (gravi tensioni provocò infatti l’amnistia Togliatti del 22 giugno 1946 che condonò numerosi crimini fascisti).

Questo breve arco di tempo è caratterizzato da alcune tra le più clamorose rivolte della storia carceraria italiana:

le carceri giudiziarie di Regina Coeli a Roma, le carceri Nuove a Torino e San Vittore a Milano furono al centro di drammatiche e sanguinose sommosse che impegnarono seriamente l’apparato repressivo. La popolazione carceraria intanto era aumentata a dismisura sino a raggiungere valori doppi, rispetto a quelli normali.

Nel 1948 venne istituita la prima commissione parlamentare d’inchiesta sullo stato delle carceri della storia italiana che documenta, dopo gli anni dell’immobilismo del dopoguerra, un rinnovato interesse per i problemi penitenziari. La Commissione presieduta dal senatore Giovanni Persico, venne insediata il 9 luglio1948 e concluse i suoi lavori alla fine del 1950, presentando alla Camera dei deputati una lunga relazione in cui furono affrontati tutti i problemi dell’istituzione carceraria e prospettate concrete soluzioni per la riforma.

La relazione propose l’abolizione dell’isolamento diurno, l’introduzione della musica tra i mezzi rieducativi, il potenziamento del lavoro agricolo, l’abolizione del taglio dei capelli, la facoltà di chiedere e acquistare libri, l’abolizione del sistema di chiamare i detenuti con il numero di matricola, e altre innovazioni umanizzanti. Ma si trattava di ritocchi marginali, che ammorbidirono il sistema, lasciandone intatte le strutture portanti e continuando a isolare il carcere dalla società civile .

Alcune proposte avanzate dalla commissione parlamentare trovarono finalmente attuazione solo nel 1951 ove furono apportate diverse innovazioni riguardanti i colloqui, la possibilità di leggere e scrivere, l’abolizione del taglio dei capelli e dell’uniforme, venne anche disposto che tutti i detenuti fossero chiamati con nome e cognome.

Un importante risultato legislativo delle attività parlamentari sull’ordinamento carcerario, arrivò nel 1975 con la legge 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure preventive e limitative della libertàcon cui venne varata la nuova riforma organica degli istituti di diritto penitenziario, della quale si discuteva dal secondo dopoguerra.

La legge si compone di 91 articoli suddivisi in due titoli: il primo riguardante il trattamento penitenziario (artt. 1-58); il secondo riguardante l’organizzazione penitenziaria (artt. 59-91) e punti qualificanti di questa legge sono: il principio della qualificazione del trattamento – la disciplina del lavoro in carcere – la creazione di nuove forme di operatori specializzati – le misure alternative alla detenzione.

Successivamente all’entrata in vigore della legge di riforma, venne approvato il 29 aprile 1976, con decreto del Presidente della Repubblica n. 431, il relativo regolamento di esecuzione che entrò in vigore il 22 giugno 1976. Secondo la nuova riforma del 1975 (art. 59) gli istituti per adulti, dipendenti dall’amministrazione penitenziaria di distinguono in: – istituti di custodia preventiva; – istituti per l’esecuzione delle pene – istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza – centri di osservazione.

Tra il 1975 e il 2000 la riforma penitenziaria subì varie modifiche riguardanti sia il regolamento di esecuzione che la legge. Una prima serie di cambiamenti si sono avuti con la legge del 12 gennaio 1977 n. 1 contenente variazioni che permettevano di chiarire alcuni dubbi interpretativi, o di risolvere questioni relative alle attribuzioni di competenza. Altresì particolari cambiamenti si sono avuti sull’eliminazione della condizione del recidivo e sulla riconduzione della competenza del magistrato di sorveglianza all’ambito di un controllo garantistico.

Inoltre, venne data particolare importanza al procedimento di sorveglianza, con particolare riguardo al ruolo della difesa, all’intervento del pubblico ministero e alle modalità di impugnazione.

Nel maggio 1977, dopo la discussione sull’ordine pubblico avvenuta tra le forze politiche, il governo predispose un importante decreto interministeriale, il n. 450 del 12 maggio 1977 intitolato “Per il coordinamento dei servizi di sicurezza esterna degli istituti penitenziari”, in forza del quale venne attribuito ad un Ufficiale Superiore dei Carabinieri il potere di coordinamento per la sicurezza interna ed esterna degli istituti penitenziari.

Con questo stesso decreto vennero istituite le Carceri Speciali – Istituti di “Massima Sicurezza”. Nell’arco di tre anni entrarono in funzione i seguenti carceri speciali: Asinara, Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Favignana, Palmi, Badu e’ Carros, Termini Imerese, Ascoli Piceno; e per il femminile, Latina, Pisa e Messina, inoltre vennero allestite delle sezioni speciali in tutti i carceri giudiziari delle grandi città.

L’ articolo 58-bis è stato inserito dall’articolo 74 della legge 24 novembre 1981, n. 689: si tratta di un articolo che comporta l’obbligo di iscrizione nel casellario giudiziale dei provvedimenti della sezione di sorveglianza. La stessa legge poi, ha formalizzato (con l’articolo 110 che abroga l’art. 49 della legge del 26 luglio 1975, n. 354) la caducazione della previsione relativa alla semilibertà del condannato a pena detentiva per conversione di pene pecuniarie.

La legge 21 giugno 1985, n. 297 ha inserito nell’ordinamento penitenziario l’art. 47-bis riguardante l’affidamento in prova nei confronti di persone tossicodipendenti o alcool dipendenti . Diversi giuristi cominciarono a pensare ad alcune correzioni della “riforma”. Correzioni che non vedranno la luce prima del 1986, quando la legge 10 ottobre 1986 n. 663 che va sotto nome di “Legge Gozzini”, modificherà alcuni aspetti della riforma del 1975.

La legge Gozzini contempla dei benefici che permettono ai detenuti che hanno mantenuto una buona condotta, e dimostrato il ravvedimento, di usufruire misure alternative al carcere e permessi premio, per coltivare gli affetti familiari ed instaurare rapporti di lavoro, ma solo per quella tipologia di reati non ammantati dall’ art 4bis O.P. verso il quale, nel 2019, con lodevole coraggio la Consulta, ha ravvisato profili di estrema incostituzionalità, come anche da parte della C.E.D.U. per ciò che concerne il c.d ergastolo ostativo, definito una pena inumana e degradante e che va incontrovertibilmente a cozzare con l’ art 27, C III, COST atteso che “le pene devono tendere alla rieducazione…”

Molto recente, infine, l’ ammonimento di Papa Francesco rivolto alle autorità, che definisce l’ ergastolo ostativo “…come una pena di morte nascosta..”

Con riferimento, infine, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dal 1928 al 1989 gli istituti carcerari sono stati alle dipendenze della Direzione generale per gli istituti di prevenzione e pena del Ministero di grazia e giustizia. Competenze della Direzione erano l’amministrazione di tutto il personale delle strutture penitenziarie, le attività di rieducazione, il mantenimento dei detenuti e degli internati, le attività industriali e agricole di questi ultimi, nonché l’edilizia carceraria.

Nel 1990 vengono istituiti il Corpo di Polizia Penitenziaria e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP). L’art. 30 della legge 15 dicembre 1990, n. 395 infatti ne ha fissato le competenze, così delineate: svolgimento dei compiti inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere, delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione; – attuazione della politica dell’ordine e della sicurezza negli istituti e servizi penitenziari e del trattamento dei detenuti e degli internati, nonché dei condannati e internati ammessi a fruire delle misure alternative alla detenzione; – coordinamento tecnico-operativo, direzione e amministrazione del personale e dei collaboratori esterni dell’Amministrazione; – direzione e gestione dei supporti tecnici, per le esigenze generali del Dipartimento stesso e attività di gestione, manutenzione e adeguamento delle strutture di edilizia carceraria.

Attualmente gli istituti di prevenzione e pena sono alle dipendenze del Ministero della giustizia, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), al vertice del quale vi è il capo del Dipartimento. In ambito regionale, istituti e servizi fanno capo al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (PRAP). Organi decentrati del DAP, essi operano nel settore degli istituti e servizi per adulti, sulla base di programmi, indirizzi e direttive disposti dal Dipartimento stesso, in materia di personale, organizzazione dei servizi e degli istituti, detenuti ed internati, e nei rapporti con gli enti locali, le regioni ed il Servizio sanitario nazionale, nell’ambito delle rispettive circoscrizioni regionali.

A ciascun Provveditorato regionale è preposto un dirigente generale amministrativo degli istituti di prevenzione e di pena con funzioni di provveditore regionale, dipendente gerarchicamente dal Capo del DAP.

NOTE:

1: NEPPI MODONA G., Vecchio e nuovo nella riforma dell’ordinamento penitenziario in Carcere e società a cura di M. Cappelletto e A. Lombroso, Venezia, Marsilio Editori, 1976

2: Le note riportate sono in massima parte desunte dalle seguenti fonti a stampa e internet: – FESTA R., Elementi di diritto penitenziario, l’ordinamento penitenziario e l’organizzazione degli istituti di prevenzione e pena, II ed. Napoli, Simone, – www.museocriminologico.it/riforme.htmwww.tmcrew.org/detenuti/homecarc.htmwww.ildue.it/CosaFacciamo/Tesi/TesiMastroianni.doc – http://digilander.libero.it/anok4u/htmfile/StoriaCarcere.htm (“Il carcere come paradigma del modello di sviluppo occidentale” a cura di AnOK4u del collettivo Il Mondo Capovolto – http://www.giustizia.it/newsonline/specialepag198.htm 3

3:- 0 www.tmcrew.org/detenuti/carcere.htm

4: www.lugano.ch/lacitta/archivio.cfm? – Storia della città – Panopticon, Articolo 24 – Luglio 2005 – Autore MASSIMO AMBROSETTI

5: http://www.polizia-penitenziaria.it/chisiamo/storia.htm “Dalla Direzione Generale delle Carceri al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria”, 6: http://www.polizia-penitenziaria.it/chisiamo/attivita_navale_storia.htm 20 www.giustizia.it/newsonline/data/multimedia/742.pdf

7: ERRA C., Carceri, in Enciclopedia del diritto, vol. VI, Milano, Giuffrè, 1960

8: www.ildue.it/CosaFacciamo/Tesi/TesiMastroianni.doc 35 9:www.altrodiritto.unifi.it/misure/calderon/nav.htm?cap2.htm 36 10:www.ildue.it/CosaFacciamo/Tesi/TesiMastroianni.doc

11: www.giustizia.it/ministero/struttura/dipartimenti/dip_amm_penitenz.htm

Laureando presso la facoltà di giurisprudenza dell’ Università “Tor Vergata di Roma”, socio attivo dell’associazione Yaraiha Onlus. Praticante e collaboratore presso uno studio legale della capitale ove presta gratuitamente assistenza e supporto ai detenuti. Già autore di diversi lavori dedicati alle realtà carcerarie, protagonista di varie interviste radiofoniche e giornalistiche di rilevanza nazionale sul medesimo argomento. Partecipa a vari seminari ed incontri improntati sulla speranza di un'eventuale e necessaria riforma carceraria e sulla tutela dei diritti dei detenuti apportando il suo prezioso contributo. Convinto come Fedor Dostoevskij che “…il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni..”

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