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Donne e Uomini

Perché se un fascista parla di femminismo io non gli credo

ILLUSTRAZIONE DI IRENE FATTORI

Esiste un punto in cui un certo femminismo e politiche xenofobe s’incontrano: spetta a noi smascherare l’inganno e rinnegare questa congiunzione.

Qualche tempo fa fece scalpore il ritorno in auge di un vecchio manifesto del 1944 della Repubblica di Salò, a opera di Gino Boccasile. L’immagine ritraeva un uomo nero che strappava la camicietta a una donna bianca.

Gino Boccasile - manifesto per la repubblica di salò

Il monito “Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia aveva lo scopo di mettere in guardia gli italiani dagli “invasori” afroamericani, pronti a “profanare” le “donne della patria“. Il ritorno in pompa magna sulle nostre strade di quest’immagine è dovuta al fantasioso intervento di Forza Nuova, cui proverbiale originalità non ha impedito di attingere a un immaginario imbevuto di naftalina. Lo slogan è stato corretto con la variante “Difendila dai nuovi invasori!” in chiave anti-immigrazionista.

Il dibattito scatenatosi ruotava intorno all’inaccettabilità di un manifesto e di uno slogan inequivocabilmente di matrice fascista, oltreché razzista – paradossalmente, poi, che un partito inequivocabilmente di matrice fascista sia ormai sdoganato e inserito nell’alveo della legittimazione democratica sembra non suscitare più la stessa indignazione, ma questa è un’altra storia.

Nonostante parte dell’opinione pubblica abbia trovato inammissibile quest’operazione di revival fascista, associare la presunta necessità di politiche di contrasto all’immigrazione alla protezione e sicurezza delle donne è un meccanismo propagandistico che molti, soprattutto negli ultimi trent’anni, hanno imparato a maneggiare con crescente abilità, rendendolo ormai un sistema di manipolazione dell’opinione pubblica ben rodato. 

Questo meccanismo è stato approfondito dal volume di Sara R. Farris intitolato Femonazionalismo – contrazione di “femminismo nazionalista e femocratico” – nel quale approfondisce come le strategie comunicative di alcuni partiti di estrema destra (a partire dalla Lega di Matteo Salvini, passando per Front National francese e Pvv dei Paesi Bassi) abbiano tirato in ballo la parità di genere per proporre politiche razziste e islamofobe. 

La strumentalizzazione dei diritti femminili in chiave razzista affonda le radici nell’elaborazione – tutta di stampo colonialista – di un Terzo Mondo/Oriente in cui l’oppressione di genere è sintomatico della “non-occidentalità” delle società locali: le culture “altre” vengono contrapposte a quella europea e connotate negativamente, in quanto intrinsecamente misogine e retrograde. “Non civilizzate”.

Da qui ne deriva la costruzione di un immaginario stereotipato sul Terzo Mondo/Oriente per cui l’uomo viene ritratto come misogino, aggressivo, pericoloso, e la donna come una vittima oppressa, arretrata, ignorante, incapace di salvarsi da sola.

Diventa, quindi, necessario un intervento esterno – occidentale – per liberarla.

La sociologa Chandra Talpade Mohanty, nel suo importante Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses  del 1984, ha tratteggiato l’immagine della “donna del Terzo Mondo” così come emersa da certe analisi femministe bianche e occidentali e ha riflettuto su come questo stereotipo si contrapponga all’implicita autorappresentazione delle donne europee o statunitensi come istruite, moderne, con il pieno controllo dei proprio corpi e della propria sessualità, depositarie della libertà di prendere le proprie decisioni.

Questa narrazione si riflette, oggi, soprattutto sulla costruzione dello stereotipo occidentale della donna musulmana. 

Questo paradigma si declina in maniera diversa.

Da un lato, si costituisce la presupposta necessità dell’intervento dell’uomo bianco europeo in chiave salvifica: “il fardello dell’uomo bianco“, come nella poesia di Rudyard Kipling. L’intervento americano in Afghanistan, per esempio, fu giustificato agli occhi dell’opinione pubblica anche attraverso le immagini delle donne oppresse dal governo talebano: l’operazione militare appariva accettabile nella misura in cui avrebbe istituito libertà e modernità.

Mosque The Mooristan Cairo illustration by David Roberts (1796–1864)

Anche la narrazione delle migrazioni subisce questo immaginario. Della caratterizzazione negativa dell’uomo migrante si è già detto, e si potrebbe scrivere molto sulla tacita tendenza di parte dell’opinione pubblica a reputarlo più incline a commettere determinati reati, soprattutto quelli relativi alla sfera sessuale.

È stata sottolineata la responsabilità della stampa nel condizionare l’opinione pubblica. L‘Associazione Carta di Roma ha spiegato come il presentare la notizia di uno stupro utilizzando il verbo in forma passiva – “la donna è stata stuprata” – riduca la responsabilità dell’aggressore, e venga preferito quando questo è italiano. Il verbo in forma attiva viene utilizzato più spesso quando l’aggressore è immigrato o più generalmente straniero – “immigrato violenta donna” – suggerendo che la responsabilità del crimine sia da afferire alla sua natura bestiale, confermato anche dal maggior uso, negli articoli, di metafore che associano criminali ad animali quando il crimine in questione è commesso da un immigrato.

È probabilmente più corretto dire che i media nutrano un pregiudizio preesistente, piuttosto che ritenere che lo abbiano creato di sana pianta. Ma resta un cane che si morde la coda. 

Se l’uomo migrante viene percepito come un pericolo, la migrazione della donna viene vista invece in chiave “evolutiva”: la transizione da un contesto tradizionale e arcaico a un mondo moderno e civilizzato rappresenta un cambiamento positivo per la donna migrante, così in grado di emanciparsi.

Se è vero che questa visione dicotomica abbia a che fare con lo stereotipo colonialista sul Terzo Mondo/Oriente, allora ne deriva che la donna musulmana, per integrarsi ed emanciparsi, debba liberarsi del proprio background culturale per sposare i costumi europei e occidentali. 

Secondo questo presupposto, dunque, la parabola di liberazione femminista è solo una, determinata dal paradigma bianco, liberale e occidentale, unico modello valente da “insegnare” alle donne del Sud per permettere la loro liberazione.

La presunzione di un certo femminismo bianco e occidentale, convinto di essere l’unico autorevole depositario di un progetto di promozione della parità di genere, supponentemente incapace di ascoltare altri paradigmi elaborati in maniera autentica da attivisti intersezionali, è la stampella più conveniente alla strumentalizzazione dei diritti femminili con il fine di proporre politiche razziste e islamofobe. 

Sara R. Farris sottolinea le connessioni tra questa narrazione e gli interessi degli stati neoliberisti: “la rappresentazione delle migranti come soggetti redimibili” deriva anche “dal ruolo chiave di queste donne nel settore della riproduzione sociale, ossia del lavoro domestico e di cura.

L'”utilità” delle migranti nella ristrutturazione contemporanea dei regimi di welfare e nella femminilizzazione dell’economia dei servizi permette di comprendere come mai i governi neoliberisti e i partiti nazionalisti si riferiscono alle donne e agli uomini migranti secondo registri differenziati”. 

Inoltre, le donne migranti in quanto corpi fertili diventano essenziali come sostitute delle “donne della nazione” – laddove il tasso di natalità è più del doppio di quello delle donne europee, così come riportato da dati quantitativi raccolti nel 2007 – nella riproduzione sociale, purché trasmettano e riproducano determinati valori: per questo la donna migrante viene caldamente incoraggiata a conformarsi ai costumi occidentali.

Si tratta, questo, di un punto cruciale per smascherare gli interessi politici ed economici di questa operazione e ristabilirsi su un piano intersezionale di lotta.

In Europa, l’espressione di questo doppio registro ha spesso visto il coinvolgimento dell’hijab, il velo utilizzato dalle donne musulmane, percepito come simbolo di oppressione femminile da parte di padri e fratelli, manifestazione massima del maschilismo insito nella religione islamica – nonostante teologhe e attiviste musulmane abbiano dimostrato attraverso approfondite opere di esegesi dei testi sacri come l’Islam non sia intrinsecamente misogino, smontando pezzo per pezzo sia la propaganda islamofoba che le interpretazioni umane più conservatrici che hanno storicamente connotato questa religione come maschilista. Il Femminismo Islamico esiste. 

Alcuni attivisti e politici, in nome della laicità e di una – solo apparente – promozione dei diritti femminili, sono apparsi ciechi di fronte all’evidente analogia tra l’obbligare le donne a indossare il velo in Iran e impedire l’accesso alle spiagge alle donne che indossano il burkini, come voluto da alcune amministrazioni comunali francesi nel 2016, divieto ritenuto poi illeggittimo dal Consiglio di Stato.

Si tratta in entrambi i casi di una discriminazione e di controllo sui corpi femminili, chiamati ad adeguarsi a dei codici di decoro stabiliti da uomini.  

In Italia, l’approssimazione di un generico Islam monolitico e ugualmente insensibile ai diritti delle donne è diffuso in maniera trasversale. Utilizzato come strumento di propaganda islamofoba e razzista a destra, lo stereotipo ha trovato fortuna anche a sinistra: la presunta assenza di diritto all’autodeterminazione delle donne musulmane e l’equivalenza tra Islam e misoginia è un concetto propagato da giornalisti di destra e di sinistra, da politici di destra e di sinistra, da ministri di destra e di sinistra.

Sara R. Farris ricostruisce la parabola del Femonazionalismo, ripercorre gli scritti di Oriana Fallaci – che pur riconoscendosi atea definiva la cultura cristiana superiore a quella islamica – di Monica Lanfranco e Giuliana Sgrena, che hanno contribuito alla diffusione dell’idea di un Islam intrinsecamente maschilista. Daniela Santanchè, allora deputata di Alleanza Nazionale, propose nel 2006 di vietare il velo nelle scuole pubbliche.

Ma anche Livia Turco, allora ministro della salute, si inserì nel dibattito sul velo come simbolo di oppressione per suggerire l’istituzione di una “lobby rosa” che difendesse la libertà e indipendenza delle donne musulmane.

L’unica voce che si è persa, nel dibattito nazionale, è proprio quella delle donne musulmane che sceglievano di indossare l’hijab, non interpellate in merito. Non soggetto della narrazione, oggetto. Quanto scriveva nel 1984 Talpade Mohanty si manifesta chiaramente nelle parole delle giovani donne del Pd, riportate da un vecchio articolo del Corriere della Sera del 2007, secondo le quali il velo sarebbe “un falso problema. Il punto è un altro: superare gli imbarazzi e chiedere alle donne e agli uomini di ogni appartenenza, cultura e religione di adeguarsi all’autonomia e alla libertà delle donne occidentali. Quelli sono valori non negoziabili”. 

L’Islamofobia nel nome dei diritti delle donne

In oltre dieci anni, l’islamofobia in nome dei diritti delle donne ha trovato nuovi spazi. Matteo Salvini l’ha condensata in alcune dichiarazioni alla Stampa, lo scorso gennaio: “Non si possono spalancare le porte agli immigrati di religione islamica e poi parlare di rispetto della donna“. E ancora: “Io critico i benpensanti della sinistra e le femministe che non difendono le donne dalla subcultura islamica”.

Lo stesso Matteo Salvini che esibiva una bambola gonfiabile sul palco di un suo raduno chiamandola Laura Boldrini, che ha aizzato i propri followers contro contestatrici minorenni e – più recentemente -, contro la ministra Lucia Azzolina, scatenando l’ironia più bieca e sessista dei suoi commentatori.

Lo stesso Matteo Salvini accorato difensore della “famiglia tradizionale”, pur non praticandola. 

Chiaramente, la credibilità dell’ex ministro dell’Interno come paladino dei diritti femminili si è persa per strada e lascia il tempo che trova.

Stessa fine per la credibilità di certa stampa che si è reinventata “promotrice” di emancipazione femminile scagliandosi contro Silvia Romano, la cooperante rapita da Al Shabaab e liberata dopo 18 mesi, convertita all’Islam durante la prigionia.

La sua conversione – trattata come questione pubblica e politica, con toni drammatici da alto tradimento – ha tirato in ballo la parità di genere sulla base dell’abito tradizionale indossato da Silvia Romano nel suo ritorno in Italia: il campo di battaglia resta dunque il corpo femminile, percepito come libero quando scoperto, non quando autodeterminato.

Il tentativo di sovradeterminare i corpi per renderli rassicuranti agli occhi dell’uomo bianco occidentale appare evidente, a maggior ragione ripensando a un altro titolo di Libero, questa volta sulla capitana della Sea Watch Carola Rackete, che si presentò in Procura indossando una maglia nera senza reggiseno.

Evidentemente incontenibile lo shock del quotidiano, che titolò “sfrontatezza senza limiti” per definire la semplice scelta di una donna libera. Ma questa si tratta di una piccola digressione. D’altro canto, proprio Libero si è preso la briga di difendere la femminista milanese Nadia Riva, fondatrice del collettivo Cicip & Ciciap negli anni ’80, che ha commentato in questi termini le prime immagini del ritorno di Silvia Romano: “La struggenza di una donna sorridente in un sacco verde della differenziata”.

Frase poi spiegata al quotidiano La Repubblica, dopo le tante critiche suscitate: “Io mi propongo il tema del corpo delle donne che da una vita gli uomini cercano di cancellare. Io ho avuto questo conato di tristezza e di dolore, vedendo questa giovane sorridente messa in un sacco come a volerla eliminare, cancellandone l’identità. Questo solo volevo dire, non attaccare la ragazza”. 

Può esistere autentico femminismo laddove i margini di questa parola si confondono con quelli del razzismo?

La risposta è no. Il femminismo come strumento di liberazione deve necessariamente essere decoloniale, proponendosi di rintracciare l’insieme dei fili che costituiscono una rete di oppressione e discriminazione fortemente connessa al sistema capitalista, tenendo conto della storia dei popoli razzizzati, come suggerito dalla politologa e femminista Françoise Vergès.

Rifiutare la connessione tra politiche xenofobe e promozione della parità di genere, riconoscendone gli interessi politici ed economici, è necessario per riappropriarsi in maniera autenica di questa battaglia: è l’unica strada per restituire potenza immaginifica al femminismo.

Citando il Manifeste de L’Atelier IV, con cui la stessa Vergès conclude il suo Un féminisme décolonial, è la chiave per restituire “ai sogni di indocilità e di resistenza, di giustizia e di libertà, di felicità e di benevolenza, di amicizia e di meraviglia” la loro “forza creativa”. 

Nata una ventina di anni fa a Roma; cresciuta a pane, Peanuts, Ramones, e poi laureata in Storia e Politica Internazionale. Scrive da sempre, soprattutto sotto effetto di rabbia. Dal 2013, sul web, anche di calcio, di politica e di questioni di genere. Fermamente convinta che il femminismo o sia intersezionale, oppure non sia

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