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Black Cow in a Meadow (ca. 1881) by Georges Seurat.

VEGANISMO INTERSEZIONALE: IL LEGAME (QUASI) INVISIBILE TRA LIBERAZIONE UMANA E ANIMALE

Con il veganismo si configura uno sguardo critico rispetto all’assodata supremazia umana sull’animale non umano; una prospettiva che può risultare sbilenca, impraticabile, e che spesso viene rinchiusa nella sua visione stereotipica, dove il ridicolo, l’estremo e il paradossale tentano di neutralizzare domande destabilizzanti.

Mi sono chiesta spesso se, e in che misura, sia stato il vegano stesso a nutrire il calderone di luoghi comuni.

Perdonerete l’uso del maschile generico, che peraltro non rispecchia la reale demografica vegana.

Ho pensato molto anche a questo, al peso del genere, come insieme di vissuti, nel posizionamento politico. Perché il veganismo sarà pure una scelta personale, ma in quanto tale è un esercizio politico. 

Ben lontana dal voler alimentare una divisione strettamente binaria, riconosco come l’appello alla compassione e alla liberazione dei corpi ottengano più spesso una risposta empatica tra un pubblico femminile. Una volta affrontata qualche precisazione doverosa su come la gabbia della mascolinità voglia uomini cacciatori e distaccati rispetto alle prede, dobbiamo misurarci con il fatto che nei processi di oggettificazione alla base dello sfruttamento animale la donna non è solo “pubblico”, come si legge poche righe più su. C’è una forte componente di esperienza personale e collettiva.

Coqs et poules from L'animal dans la décoration (1897) illustrated by Maurice Pillard Verneuil. Original from the The New York Public Library.

Smontare i corpi animali (mentalmente prima che materialmente), negare la loro totalità d’individui, è un processo analogo all’oggettificazione riservata al corpo femminile, ancora troppo spesso narrato attraverso un immaginario che lo riduce alle sue parti.

Avvicinarsi al veganismo chiede di valutare criticamente il nostro ruolo in un sistema gerarchico e oppressivo. Nulla di troppo distante da altre forme di liberazione umana, pensiamo ad esempio ai femminismi. Il femminismo intersezionale in particolare ci insegna che possiamo rivestire allo stesso tempo il ruolo di oppress* e oppressor*, e questo è un concetto fortemente calzante nell’ottica vegana.

Non c’è, a mio avviso, liberazione umana o animale, che non passi attraverso una messa in discussione del sistema. Il punto di partenza è un processo di decostruzione.

Riconosco un potenziale immenso in questo, vedo aprirsi una strada verso una collettività più inclusiva.

Decostruire: un concetto accolto con entusiasmo tra i banchi di scuola. Smettere di dare per assodato che la visione dominante sia l’unica possibile. Realizzare l’ovvio, capire che è stata prescritta da chi domina, e che chi esercita potere sistemico cercherà di preservarlo, anche con gli strumenti del linguaggio. 

Il solo amore per gli animali non genera un cambio di prospettiva immediato. Bestia, maiale, vacca, hanno continuato ad essere registrati come insulti nel mio vocabolario, anche dopo che il sapore della loro carne è svanito dai miei ricordi. Non ne faccio una questione di etichetta, quanto uno spunto di riflessione linguistica. Penso a come la retorica che fa dell’altro un animale per spogliarlo della sua libertà e dignità è comune a più sistemi oppressivi: la condizione di animalità dell’altro è ciò che ci autorizza moralmente a sopraffarlo.

Il veganismo è una finestra sulla nozione di potere e si affianca ad altre lotte nel proporre una visione libera da processi di frammentazione dell’individuo, umano e non.

Avverto un rischio nel parlare a nome del veganismo, quando un articolo indeterminativo sarebbe più calzante.

Il timore è che si materializzi una cattedra sotto i miei gomiti, quando non cerco d’insegnare ma di leggere, di unire i frammenti d’un mosaico. Credo che il veganismo sia stato fatto a pezzi, forse dall’interno. Parlo di frammenti, ma vedo anche cocci da gettar via, come la relazione morbosa tra alimentazione vegetale e dieta intesa come controllo del corpo e del desiderio.

L’ingresso del vegano nel mainstream è spesso accompagnato da un immaginario fuorviante, generalmente focalizzato sul versante alimentare del movimento e incentrato su ciò che è escluso dal pasto quotidiano. Mentirei se dicessi che l’associazione tra moralità e capacità di attenersi a un regime alimentare “pulito”, a proposito di potere del linguaggio, danneggia solo gli animali. 

Chiariamo subito: a meno di non nutrirsi con le barrette al plutonio dei Simpson, il cibo non è tossico, non è sporcizia da rimuovere con i vegetali (#eatclean). 

Eco invoca un lettore modello, e nell’economia del testo do anch’io voce a una breve riflessione su chi immagino possa leggermi.

Non cerco necessariamente un pubblico vegano; per quanto avverta un bisogno di fare autocritica, di consultarci in cerchio come le squadre sportive nei film. Vorrei arrivare a persone libere, desiderose di affacciarsi oltre i sistemi valoriali che abbiamo elevato a normalità, o che ci sono stati consegnati come tali. Vorrei che potessimo aprire uno spiraglio nella retorica sempreverde della tradizione da difendere, in cucina e in ogni stanza della casa.

Vorrei raggiungere chiunque abbia intrapreso, o stia iniziando, un percorso di consapevolezza femminista, ambientale e sociale. 

Perché c’è un veganismo che racchiude tutto questo.

Immagino un veganismo intersezionale, conscio del suo ruolo politico.

Un veganismo anticapitalista, capace di riconoscere che la povertà e l’emarginazione sono sistemiche, com’è sistemico lo sfruttamento animale. Ignorare l’elemento di classe facendo della posizione vegana una responsabilità individuale, una questione di acquisti migliori, fa un gran torto a quello che dovrebbe essere un movimento per la giustizia sociale.

Cani vestiti da umani

Non credo esista un copione, una prescrizione su come amare e rispettare gli animali. Non mangiarli è un inizio, ma una volta svelati i misteri del tofu e i migliori locali in cui mangiare avocado extra continentale, penso debba rimanere lo spazio per leggere tutte le intersezioni. Non basta liberare l’animale dalla prevaricazione umana o la donna da quella maschile. Forse vorremmo pensare di aver superato tutto questo, ma è ancora tempo di porsi domande transdisciplinari.

Chi ha raccolto questo avocado per me?

Chi ha cucito la maglietta con lo slogan vegano che indosso con orgoglio?

In quali discariche finiscono gli imballaggi dei miei prodotti vegetali, e secondo che tipo di politiche ambientali?

Sono una donna. Ho interiorizzato e poi rigettato a fatica lo sguardo maschile. Ho potuto sperimentare una delle tante forme di esclusione; sono cresciuta sapendo di non essere la norma, ma una variante con meno spazio, e che anzi, deve dimostrare qualcosa per ottenerlo.

Ma sono una donna bianca, eterosessuale e cisgender. La mia classe è il mio privilegio.

Il mio veganismo, e quello che spero possa diventare il futuro della liberazione animale e umana, non sarà un riflesso del privilegio. Spero che possiamo aprirci oltre una dimensione a misura di borghese, in cui possiamo credere di salvare gli animali con la stessa presunzione con cui abbiamo creduto di salvare intere popolazioni.

All’inizio dell’articolo riflettevo sull’eventualità che siamo stat* noi a fare dell’etica antispecista una parodia di se stessa. Ci siamo sentiti migliori di? Il nostro giudizio verso l’esterno ha reso gli spazi inaccessibili?

Per me rimangono domande aperte; oggi sono convinta che l’ostilità non sia solo figlia di una modalità comunicativa da rivedere.

Sento però un’urgenza di metter mano alla retorica del “go vegan”, go, a prescindere da tutto.

Sento l’importanza di smantellare il white veganism.

Veganismo bianco non è essere vegan e bianch*, e lo stesso vale per il femminismo bianco. Non si tratta di rientrare in queste due categorie, quanto piuttosto di combattere un sistema oppressivo sedendo comodamente su altri, con maggiore o minore consapevolezza.

Bianco non è solo un colore. Non è politicamente neutro (nessuna categoria lo è) e non è il colore di default di chi è vegan. Vorrei dire che l’idea di una relazione diversa tra noi e gli altri animali non è necessariamente di matrice europea, e tuttora stiamo assistendo a un cambiamento nella demografica, per cui sempre più persone BIPOC nel continente americano si stanno avvicinando al veganismo. 

Ma allora cosa dovremmo smantellare?

Il veganismo bianco è un sistema eurocentrico, che regola la rappresentazione mainstream. Mainstream è un colore di pelle privilegiato dai media, è un ideale abilista di come dovrebbe essere e cosa dovrebbe veicolare un corpo.

E ancora è la scelta problematica di tracciare analogie tra condizione animale e schiavitù, ignorandone il peso storico e appropriandosi indebitamente di un linguaggio carico d’esperienza, di vita e di morte.

C’è un veganismo del Single-Issue, apolitico, portato avanti con gli stessi capisaldi dell’impianto pubblicitario tradizionale, quando non dovremmo nemmeno star parlando di pubblicità. 

Vedo corpi utilizzati come sponsor del perfetto stile di vita, e altri usati come monito, come termine di paragone infamante. Parliamo di body shaming, ovvero la derisione di corpi non conformi a un dato canone estetico. Il corpo grasso viene associato a una serie di tratti caratteriali negativi, e in questa retorica al consumo di animali. Bellezza e compassione vengono fatte coincidere in una rappresentazione quasi disneyana, instillando un senso di vergogna in chi non trova spazio nelle pretese estetiche occidentali. E le persone vegane e grasse? Le persone vegane con disabilità visibili o patologie croniche invalidanti?

Sogno, desidero, lotto per, un veganismo che liberi davvero tutti i corpi, ché le gabbie e le costrizioni umilianti non sono solo quelle visibili.

Lotto per una liberazione animale totale, che sia inclusiva per ogni soggettività.

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