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trattativa del covid

I pensieri di Lanfranco: La tattica “trattativista” tra stato e covid

il partito della trattativa con il covid

Forse, si potrebbe definire adesso così il governo. Un passettino avanti, uno di lato, uno indietro, uno di nuovo avanti.

A seconda di come crescono i contagi o si riducono.

Di come si intasano le terapie intensive o si svuotano.

Apriamo un po’ qui oggi, chiudiamo un po’ lì domani.

Pure, ne possiamo trarre qualche sollievo per due questioni: la prima, non abbiamo un governo negazionista – va dato atto, fin dall’inizio, attipo che questa è poco più di un’influenza, come Trump e Bolsonaro per capirci (anche se sarebbe più sobrio evitare la retorica sul “siamo i campioni del mondo”, che porta pure jella);

Light (1893) by Odilon Redon. Original from the National Gallery of Art.

La seconda, che da un iniziale, e tardivo per un verso (al nord) e frettoloso per un altro (al sud), partito della fermezza, quello del lockdown totale, si è addivenuti a un modo meno ideologico e più realistico.

Dipende anche sicuramente da due fatti: il primo, che siamo già al collasso economico e che morire sani di infarto non è poi sta grande idea;

Il secondo, che il covid è ormai dilagato, anche territorialmente, oltre che socialmente, e che qualsiasi confinamento può significare solo tenersi l’assassino dentro casa nascosto nel sottoscala e pronto a saltarti addosso: il lockdown totale non è più una scelta tra scelte.

Si può dire dunque che il governo tiene fermi tre punti:

1) la produzione non si può fermare;

2) il sistema sanitario non si può fermare;

3) la scuola non si può fermare.

Il punto 3) è il più controverso – e lascerei da parte ogni considerazione sul crollo della cultura e sul futuro dei ragazzi in un tempo in cui non sappiamo neppure se avremo un futuro e che futuro – anche perché come gli altri due, ma più degli altri due comporta una mobilità e una socialità che va contro ogni considerazione di buon senso.

lo si può capire, il punto 3) solo in quanto subordinato agli altri due e perché più degli altri due dà l’idea della normalità e della normalizzazione – è anche cioè un “provvedimento bandiera”. Per questo suo carattere ero decisamente per la chiusura delle scuole – ma ho idea che neanche se i contagi, diononvoglia, salissero molto, il governo si appresterebbe a un provvedimento simile generalizzato.

In una serie di provvedimenti “a tampone” – ci troviamo cose senza senso, come chiudere i ristoranti alle 24 piuttosto che alle 23; o impedire gli assembramenti davanti i bar ma non dentro o nelle vie laterali; o evitare gli sport di contatto, per cui possiamo praticare la pallavolo e il calcio e le freccette ma non la boxe – come se il covid si trasmettesse solo tra avversari e non dentro la propria squadra e i propri spogliatoi e ambienti.

Ma forse qualcosa si aggiusterà domani.

Insomma, il governo sta prendendo tempo – in attesa di un vaccino, che però non sappiamo quando arriverà e se arriverà e se quando arriverà sarà ancora utile.

E in attesa che la diffusione del contagio ne significhi anche un indebolimento della sua aggressività e mortalità (che non vuol dire “immunità di gregge”, ma ci somiglia parecchio).

Questa esasperata “tattica trattativista” – che mi trova, direi quasi per principio contro ogni fermezza, non ostile – sconta però i limiti di non essersi attrezzati strutturalmente: poco si è fatto in questi mesi per la sanità, dal personale ai dispositivi, dalle strutture alla territorializzazione, e senza questi elementi si corre solo dietro le manifestazioni del virus – e se è scandaloso che ancora si cincischi sui 36 miliardi del mes, lo è altrettanto che non si siano fatte spese adeguate di quel che c’era a disposizione; poco si è fatto per dare tranquillità economica alle situazioni più in sofferenza, dagli artigiani alle piccole imprese, dal commercio a tutti i lavoratori atipici, da chi era ed è ai margini della produzione a chi era ed è ai margini della socialità; e poco e nulla si è fatto lungo le reti di trasmissione del virus, perché il contagio è “mobile qual piuma al vento”, è un network che ha degli hub e non vive solo di casematte (cluster).

Paradossalmente, quanto più si è tatticisti tanto più si dovrebbe essere strategici: i negazionisti, e i minimalisti, in fondo si affidano solo agli “spiriti animali” dell’uomo e del mercato, alla “natura” cioè, ben sapendo che molti resteranno indietro (o moriranno) e i più forti (e dotati perché ricchi e potenti) resisteranno.

Se ciascuno può trovare perciò, a partire dal sé (sociale e economico), un buon motivo per dare addosso ai provvedimenti contraddittori del governo e al suo emergenzialismo – c’è sempre qualcosa di fatto male o fatto in modo insufficiente o di non fatto – il modo di procedere del governo è “inclusivo”, come piace dire oggi, sia delle richieste sociali, man mano che si presentano, sia del contagio.

Ecco, il punto: si può “portare dentro” il contagio e ammansirlo – ammansire i lupi? La trattativa sindacale “a oltranza”, che sembra un po’ anche caratterialmente rispecchiare il premier Conte, prevede che prima o poi il covid si sfianchi e venga a patti con noi – qual è il prezzo sociale?

E se mandasse all’aria il tavolo? Mica è sicuro che il covid sia iscritto alla triplice.

A me sembra perciò che proprio perché non ci troviamo di fronte un governo negazionista alla Trump – che ti inchioda sulle questioni di buon senso, costringendoti a smentire le sragionevolezze e le sguaiataggini, le falsità e le cialtronaggini – sia necessaria una opposizione e non una cieca “obbedienza”, non una delega in bianco, non una servitù volontaria alle decisioni dall’alto.

Una opposizione puntuale sulle “questioni” che rimangono scoperte o non trattate o mal trattate – e una opposizione più strategica proprio sui tre “pilastri” irrinunciabili e essenziali dell’azione di governo: la produzione, la sanità, il sistema scolastico. perché è da queste tre cose – che coinvolgono i rapporti tra il nord e il sud e tra il centro e la periferia – che si disegnerà il paese che verrà.

nicotera, 11 ottobre 2020.

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