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Catcalling

Perchè il Catcalling non è un complimento?

Quello che sto per scrivere è per molte persone un qualcosa di risaputo, fortunatamente. Ma oggi voglio parlare a chi invece tende a sminuire il catcalling, cercando di spiegare perché non sono dei complimenti.

Il catcalling viene definito da wikipedia come “molestie per strada” (si, molestia, in accezione negativa)

Citando sempre wikipedia: “le molestie di strada non includono solo azioni o commenti che hanno una connotazione sessuale. Le molestie di strada possono includere insulti omofobici e transfobici e altri commenti che fanno riferimento a razza, religione, classe sociale e disabilità.

Le molestie possono anche includere assillanti richieste di informazione personali quali: nome, numero di telefono, indirizzo o destinazione.

Doveroso citare anche casi di masturbazione pubblica e lampeggiamento. Stop Street Harassment (N.d.E.: organizzazione noprofit che cerca di documentare le molestie sessuali in tutto il mondo) afferma che qualcuno potrebbe essere molestato per diversi motivi all’interno dello stesso caso di molestia. La pratica delle molestie di strada è radicata nel dominio pubblico ed è spesso un riflesso della discriminazione sociale.”

Nonostante il fenomeno sia stato abbastanza trattato e per molti paesi è reato, come ad esempio in Francia, in Italia c’è una certa resistenza a riguardo e ci ritroviamo molto spesso a dover combattere, con donne e uomini, per spiegare che il catcalling non è una pratica così tanto gradita come si pensa, per lo meno, non da tutt*!

Io penso che per sviscerare in maniera completa il fenomeno, bisogna farsi due domande:

Cosa prova la persona che subisce il catcalling?

I dati su quante persone hanno subito catcalling sono reperibili ovunque sul web: secondo dei recenti studi, l’84% delle intervistate ha subito molestie per strada già entro i 17 anni. L’indagine riferisce come le emozioni maggiormente suscitate nelle donne dal catcalling siano depressione, bassa autostima, sensazione di violazione del proprio spazio, sporcizia, paura.

Altre conseguenze includono un cambiamento dello stile di abbigliamento o la scelta di non percorrere certe strade, di socializzare o rincasare a un certo orario. Il catcalling quindi non solo crea sensazioni spiacevoli a chi li riceve, ma li spinge a cambiare comportamenti, abitudini, stili di vita.

I dati sono chiari. Eppure, di risposta, sta avvenendo un altro tipo di fenomeno: il laissez faire, ovvero quello di sminuire e ridurre questa forma di violenza a semplici apprezzamenti, etichettando come problematiche e pazze quelle donne (per lo più femministe) che, sempre a detta degli uomini, non riescono ad “apprezzare i complimenti“, perpetrando una nuova violenza verbale. Questo comportamento va ad ignorare l’impatto emotivo che ogni donna subisce, ma non solo: ciò che viene ignorata è la paura che, rispondendo a quelle considerazioni non volute o comunque ignorandole, possano verificarsi gravi ritorsioni per la vittima.

Infatti al disagio di non riuscire neanche a raccontare questi episodi, si aggiunge per le donne l’impossibilità di segnalarli alle forze dell’ordine, non essendo riconosciuti come reato in Italia, rispetto a moltissimi paesi nel mondo che hanno riconosciuto la gravità del fenomeno. 

Queste persone, che reagiscono negativamente al catcalling, non possono essere considerate esagerate: prima di tutto perché, se la maggioranza prova queste emozioni di fronte al fenomeno, c’è qualcosa che non va e che va dunque analizzato.

Anche se, prima di tutto, il giudicare le sensazioni di una persona è sbagliato a prescindere: nessuno meglio della persona stessa che ha provato quell’emozione sa cosa ha realmente provato.

E non si può sminuire un qualcosa che non si sa con certezza. Anzi, come minimo va rispettata e creduta. 

Dobbiamo ricordare che non possiamo essere noi a giudicare come si sentono gli altri. Se io mi sento sporca, nessuno può dirmi che sto esagerando. A questo proposito, dobbiamo ricordare che ognuno è diverso, ognuno ha una sua sensibilità personale che fa sì che reagiamo ad ogni cosa in modo diverso. Ecco perché come bisogna rispettare chi la molestia per strada faccia piacere, per un aumento dell’autostima, bisogna farlo anche per chi, invece, ne soffre.

Cosa prova la persona che fa catcalling? 

Cosa prova invece chi fa catcalling? Certo non lo fa per approcciare con l’altro, altrimenti i metodi sarebbero ben diversi (e sicuramente più efficaci e rispettosi). 

Il catcalling viene praticato per mostrare la propria superiorità verso chi subisce.

Molto spesso quando si parla di catcalling, nell’immaginario collettivo, si pensa che sia l’uomo che fischia ad una donna e in effetti la maggior parte delle volte è così. Come mai? Non è tanto perchè l’uomo è “un porco” e la donna no. Non cadiamo negli stereotipi che cerchiamo di abbattere con il nostro movimento.

Il motivo è molto più profondo e radicato di così.

Vivendo in una società eteropatriarcale l’uomo bianco etero cisgender è in cima alla piramide del privilegio, esercita dunque un potere maggiore rispetto ad una donna o una persona nobinary.

Questo privilegio fa sentire legittimato l’uomo a mostrare potere nei confronti della donna con atteggiamenti di prevaricazione come appunto il catcalling e tantissimi altri comportamenti.

Infatti il commentare un corpo, anche in accezione positiva (poi vai a vedere se “ah bella, che bel culo che tieni” sia positivo o meno). senza il consenso della persona è una sopraffazione verso quella persona, un abuso di potere che la società ha imposto a favore del maschile. 

La colpa di certo non è dell’uomo di per se: l’uomo nasce con questo privilegio e non tutti purtroppo ne sono consapevoli. Ma è chiara la loro responsabilità nell’allearsi per ristabilire un eventuale l’equilibrio di potere tra i generi.

Può dunque capitare che è la donna a fare catcalling o molestare un uomo: in quel caso è la donna che, per un motivo o per un altro, ha una posizione di potere rispetto all’uomo molestato, come ad esempio nell’ambito lavorativo.

Ma è chiaro che stiamo parlando anche qui di una situazione molto meno comune o se non altro di eccezionalità, poiché le donne sono in netta minoranza nelle situazioni di potere, e quindi che abbia dei privilegi in più rispetto all’uomo. 

Spesso la donna che fa catcalling lo fa per imitare il potere maschile che esercita sul femminile. Il problema non è quindi l’uomo o la donna, ma la dinamica di potere tossica e sbilanciata imposta dalla società patriarcale in cui siamo nati e cresciuti. 

Una donna che fa catcalling non la rende dunque migliore, oiché imita un comportamento tossico e patriarcale per acquisire potere. Molto spesso infatti, si giustifica una donna quando ha un comportamento prevaricatore in quanto donna, ma, seguendo questa logica, è sbagliato.

Il problema non è quindi il genere, ma il sostenere e alimentare la società patriarcale con le sue dinamiche di disuguaglianza. 

Torniamo al catcalling. Ma quindi non si possono fare più i complimenti per strada?!?!

Come detto prima, i complimenti sono ben altri. Il complimento è contestualizzato, anche se a farlo è uno sconosciuto. 

Un esempio: urlare “ah bionda!” (anche quando hai capelli scuri, valli a capire), è ben diverso da una persona che magari ti si avvicina, e con gentilezza ti chiede “Ciao, ho notato i tuoi capelli, sono molto belli complimenti”. 

Quando una persona fa un complimento, è per farlo sentire bene, a suo agio, per apprezzarlo. Ma senza un contesto, e il consenso (soprattutto nel dare e farsi dare un feedback sul proprio corpo) da parte di entrambi, c’è prevaricazione. 

Poi è chiaro, che esistono delle donne e degli uomini che apprezzano il catcalling nudo e crudo e bisogna rispettarli, come bisogna rispettare chi invece si sente violata da un commento per strada dal nulla. 

Fare apprezzamenti è una cosa bella, sana. Saperli fare, però, è un dovere da parte di tutt*.

La linea potrebbe sembrare per alcun* molto sottile.

Ma non per questo possiamo negare che non ci sia, e va discussa.

Benedetta La Penna è una scrittrice, speaker radiofonica e attivista femminista di Pescara. Collabora con diverse testate nazionali come BL magazine, dove cura la rubrica sul femminismo intersezionale e Pressenza, dove racconta della situazione dei diritti umani e civili in zona Pescara e dintorni. È autrice e speaker del programma “Stand up! Voci di resistenza” su Radio Città Pescara Popolare Network”.

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