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Donna con Hijab

I SENTIERI DEL HIJAB

Per anni hijab e oppressione sono andati a braccetto nelle narrazioni mediatiche globali. Ma come spesso accade, è stato creato un mostro zoppo: il nome fa paura, ma visto da vicino ha una complessità difficile da codificare. L’universo “hijab” si può immaginare nelle asimmetrie degli incastri di un puzzle, che si incontrano solo se si osservano e accettano tutte le singole componenti senza favorirne una rispetto all’altra.

Per cominciare a conoscere l’argomento è buona pratica partire dalla definizione.

Hijab, tradotto con velo in italiano, significa barriera che ha la funzione di schermare, proteggere un elemento da occhi indiscreti. Nel Corano non viene citato il termine, ma c’è un invito alle credenti a coprire capelli, collo e petto, mantenendo un profilo discreto anche nei comportamenti quando in presenza di uomini non mahram, ovvero quegli uomini con cui è lecito sposarsi.

Viene posta quindi l’attenzione su un equilibrio tra etica ed estetica: non è solo cosa porti, ma come lo porti. Questo si capisce meglio considerando che le azioni di un fedele musulmano valgono in funzione della niya, l’intenzione, che le accompagna. È un concetto che confonde il cittadino occidentale che non possiede conoscenze abbastanza approfondite per scindere quello che è il bisogno umano di perpetuare la tradizione, da una forma di relazione molto intima con Dio.

La tradizione spesso si lega al bisogno di certezze del genere umano, riguarda tutto ciò che è materiale e spesso si esprime attraverso il controllo delle categorie sociali considerate più fragili, con la consapevolezza che una loro emersione cambierebbe gli equilibri di potere portando uno svantaggio a chi lo detiene in quel momento.

-Sicuramente al cambiare della cultura cambia anche la modalità di controllo, ma se passate ai raggi X, queste imposizioni mostrano tutte uno scheletro simile. Un padre o statista che vuole imporre il velo alle donne che ha sotto la propria ala, non segue quindi un pensiero logico molto diverso da quello di chi vieta ferocemente a una donna di coprirsi.

La differenza sta solo nel calderone culturale da cui attinge. Contrapposta a questa dimensione umana, esiste quella spirituale: la religione islamica prevede una relazione diretta con Dio, senza mediazioni, in cui il fedele ha completa responsabilità delle proprie azioni ed intenzioni. Il libero arbitrio non può venire meno.

Le donne musulmane che scelgono con consapevolezza di portare un velo islamico, lo portano per molti motivi, ma tutti riconducibili a una sottomissione totale unicamente a Dio, che implica il rispetto di tutti gli esseri viventi agendo secondo princìpi di pace, ma che esclude la sottomissione all’uomo: in questo modo la donna definisce la linea tra sfera privata e pubblica ed è libera di regolare l’intensità delle relazioni; il hijab è quindi un atto di fede, come è la kippah per gli uomini ebrei o il turbante per i sikh: serve ad evidenziare la devozione a Dio.

Sono i fenomeni socio-politici a volerne fare uno strumento, ridefinendolo come simbolo religioso.

Farne un simbolo religioso porta a concentrare l’attenzione solo su un aspetto: hijab sì/hijab no. Cosa ne è invece degli sviluppi post scelta? Come abbiamo detto, portare il velo comporta anche una serie di aggiustamenti nella vita quotidiana, che portano con sé cambiamenti non sempre facili da affrontare.

Per citarne alcuni, le difficoltà emotive e la solitudine che spesso si presentano alla porta di una donna velata, la gestione delle aggressioni verbali e fisiche subìte per strada, come trovare indumenti che rispettino le regole di modestia del hijab senza mortificare la femminilità.

Se il primo bisogno può far notizia tra i terapeuti e il secondo si può risolvere con tanta meditazione, una denuncia e krav maga all’occorrenza, il terzo trova risposta nell’emergente industria del modest fashion.

Andiamo per ordine. Le difficoltà emotive sono un problema troppo spesso sottovalutato. Ai limiti che incontrano tutte le donne in una società maschilista, si aggiungono quelli dell’incomprensione da parte di alcuni interlocutori, dello sguardo della società che appiattisce tutte le stratificazioni identitarie di una donna velata riducendole allo spessore della stoffa con cui copre i capelli.

Portare il hijab diventa quindi una sfida quotidiana, un braccio di ferro perpetuo tra apparenza e sentimento. Un impegno a stare sempre sull’attenti, perché quando la società ti vede come parte di un blocco unico, si perde anche il diritto di sbagliare: ogni cosa detta o fatta viene attribuita a una religione che conta 1,6 miliardi di fedeli, identificata erroneamente con un’area geo-politica dai confini che all’occorrenza diventano elastici.

Sapere di essere sempre sotto osservazione, con la lente puntata addosso, porta ad autoimporsi censure spesso assurde, a fare attenzione a cosa e come si dice, come giocare a campo minato nella vita vera: sicuramente l’autodisciplina che si sviluppa è notevole, soprattutto quando sei una persona molto sarcastica. Si genera anche un senso di inadeguatezza molto spiccato, quando la società chiede di dissociarsi da atti puramente criminali, che strumentalizzano ciò in cui credi ma ne sono lontani anni luce.

L’altro elemento è quello dell’espressione di una femminilità discreta attraverso l’emergente fenomeno del modest fashion: trova molto consenso in occidente anche tra quelle donne che magari non credono in Allah, ma credono nel diritto di concedersi un guardaroba confortevole e modesto.

Nasce dal principio che una comunità islamica globale che conta più di 1.6 miliardi di fedeli ha un potere di acquisto di centinaia di milioni di dollari, e si sviluppa allargando un mercato fino a qualche anno fa considerato di nicchia, grazie anche alla diffusione di fashion blogger che promuovono uno stile più pudico, con o senza hijab, che giocano con colori, tessuti e accessori.

Ne sono promotori i marchi di lusso, attraverso collezioni dedicate e l’inclusione di modelle velate nelle loro passerelle, come i marchi più pop, passando addirittura dai laboratori high tech di Nike, che ha impiegato un anno per disegnare il hijab delle sportive, diventando simbolo di una emancipazione delle musulmane nelle loro pratiche agonistiche.

Basti pensare all’apertura delle olimpiadi che, in nome dell’inclusività, ha aperto per la prima volta le porte a sportive con il hijab nei giochi del 2016: hanno fatto notizia le egiziane del beach volley e la campionessa di scherma americana Ibtihaj Muhammad.

Alla luce di queste considerazioni, diventa chiaro che una classificazione di sorta non è applicabile: il hijab è un fenomeno sociologico o teologico? Si può scegliere o è sempre imposto? Sono più democratiche le leggi che lo vietano o quelle che lo impongono? La doccia si fa con il velo in testa o si può togliere?

L’unica cosa che si può fare nel discutere questioni così complesse, è essere onesti con sé stessi e scindere il dato oggettivo dal tipo di reazioni emotive che ci provoca. Spesso dimentichiamo che l’esperienza umana è soggettiva, unica e irripetibile.

Attivista per i diritti umani, operatrice sociale e scienziata appassionata di DNA e dialogo interculturale.

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