TOP
Programma protezione testimoni

I “sintomi” nascosti del Programma di Protezione

Nel mondo di oggi, veloce, frenetico ed interconnesso, è essenziale rimanere aggiornati, muoversi e viaggiare, è necessario spesso saper lottare per evitare di essere divorati da questo Leviatano che è la nostra società. 

Molti giovani intraprendono quindi il proprio percorso di studi, sperando che la loro carriera scolastica possa aprire le molte porte loro davanti, e che magari possa permettergli di esplorare il vasto mosaico multietnico che è l’Europa come il resto del mondo.

Oggi molte di queste prerogative, questi bisogni, sono limitati dal diffondersi del Covid-19,che blocca i trasporti, minaccia la stabilità economica, e che per molti rende ancor più sterile e muta la possibilità di crearsi una vita autonoma. A me, come per molti altri, ciò e non solo è impedito dal Programma di Protezione, al quale sono sottoposto in quanto figlio del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Il Programma, che dovrebbe garantire tutela e sicurezza, pecca enormemente in ciò, ma rimedia “offrendo” una vasta gamma di limitazioni e negazioni di diritti: non si può lavorare nella provincia dove si abita, non ci si può votare, non si può studiare all’ Università di provincia, non si può partecipare a qualsiasi evento sociale che comporti una minima diffusione mediatica.

Il Programma letteralmente abusa della possibilità di trasferire i protetti da località a località, completamente non curante anche delle minime necessità di una famiglia ormai insediata da anni nella loro città, giustificando brutalmente la scelta del trasferimento usando anche motivazioni più che meschine come la morte di un familiare per cause naturali in quella città.

Il dramma continuo che è cambiare località , per molti protetti più volte nel corso dello stesso anno, viene completamente ignorato e si tralasciano, quasi volutamente, i vari effetti psicologici che un venir continuamente scaraventati da regione a regione, senza conoscenze e annullando la vita precedente, possa provocare, ed ha provocato, come dimostrano i vari casi di depressione e suicidio tra i sottoposti del Programma.

La mancanza di una fissa dimora comporta anche un enorme peggioramento nella vita dei figli dei collaboratori, costretti a cambiare scuola e amici, ad interrompere i percorsi scolastici e quindi a non poter usufruire correttamente del loro sacrosanto diritto allo studio e alla socialità.

La mancanza di un’identità con generalità definitive diverse da quelle originali provoca continuo disagio tra le relazioni sociali, per via del continuo flusso di menzogne che si è costretti a dire, per via dei vari documenti relativi alle precedenti località protette che in alcuni casi presentano cognomi differenti dal tuo attuale, per via dell’impossibilità di continuare quei rapporti, spesso molto solidi, edificati nelle altre località, costretti a sgretolarsi con enorme imbarazzo e tristezza immensa.

Come può un’istituzione creata per proteggere i familiari dei collaboratori, e quindi incentivare la stessa collaborazione, fallire in questo modo?

Perché uno strumento così importante, vitale, per la lotta alla criminalità organizzata, dichiarato nemico numero uno,  viene  poi lasciato e  trascurato in un buio angolino, quasi volutamente a dimenticarsene?

Quando la società, le associazioni anticriminalità, ed i giornalisti stessi, portavoce dell’opinione pubblica, capiranno che mettere in luce le nascoste dinamiche del programma di “protezione”, vuol dire anch’esso fare antimafia?

Quel giorno sarà un punto di svolta per molti aspetti sociali e giuridici, più di quanto si pensi.

Il Programma di Protezione è quindi  in definitiva obsoleto per i nostri movimentati tempi, nonché dannoso per i protetti sottoposti.

Un ragazzo, una ragazza, non possono vedersi rifiutato il diritto al voto e allo studio, non possono ritrovarsi frenati in quasi ogni aspetto della loro vita, e osservare inermi i continui soprusi subiti dai familiari, soprattutto da un’entità che dovrebbe rappresentare lo Stato stesso.

È per questo che ho deciso di far sentire la mia voce, di prendere il nome di “Nemo“(nessuno), supportato dall’ Associazione Sostenitori dei Collaboratori e Testimoni di Giustizia ideata dai miei genitori insieme ad altri membri e che si occupa di sostenere le scelte dei denuncianti e aiutare i protetti; di scrivere articoli e rilasciare interviste, per denunciare lo stato delle cose, per uscire da questa coatta inattività. 

Perché se il fiume si ferma, ristagna.

Post a Comment