TOP
Dr Li Wenliang

Il coraggio di difendere i diritti umani durante la pandemia

Degli effetti devastanti della pandemia a livello sanitario, economico e sociale se ne è già parlato tanto con analisi, critiche e proposte di intervento eppure troppo poco si è analizzato l’impatto del Covid 19 sui diritti umani. Governi di ogni parte del mondo hanno messo in atto politiche per limitare la libertà di espressione e ridurre al minimo il dissenso in nome della sicurezza e della salute pubblica.

Nel rapporto Il coraggio di difendere i diritti umani durante la pandemia” Amnesty International ha analizzato come coloro che lavorano nel campo della salute pubblica, della ricerca, dell’assistenza sanitaria e del giornalismo hanno spesso dovuto affrontare ostacoli come attacchi fisici e verbali, criminalizzazione, discriminazione, mentre fornivano informazioni su come proteggersi dal Covid-19 – in particolare quando le informazioni erano carenti o contraddittorie – quando denunciavano la mancanza di adeguate misure di prevenzione e di servizi sanitari o quando fornivano aiuti a gruppi emarginati e discriminati.

In Cina molti giornalisti sono stati presi di mira per aver fatto circolare notizie sul virus non gradite al potere politico e, insieme a loro, tanti medici. Il caso più noto è quello di Li Wenliang, lo scienziato arrestato dalla polizia di Wuhan per aver lanciato il primo allarme sulla reale gravità della situazione e poi deceduto a causa del virus.

Il rapporto di Amnesty International ha denunciato come molti governi hanno limitato la libertà di informazione con la scusa di voler combattere la diffusione di “fake news”.

Nelle Filippine, ad esempio, il governo ha promulgato una legge contro “la creazione e la diffusione di false notizie” che ha portato a interrogare persone che avevano osato criticare l’azione del governo nella gestione della pandemia.

Lo scorso aprile il presidente aveva anche incitato la polizia a sparare contro i manifestanti che mettevano in dubbio il suo operato incoraggiando rappresaglie contro giornalisti o attivisti per i diritti umani. 

Una situazione simile si è registrata in Ungheria.

Grazie ai poteri speciali assunti nel periodo di emergenza, il primo ministro ungherese, Victor Orbán, ha potuto compiere azioni che hanno ulteriormente peggiorato la situazione dei diritti umani nel paese. Con la modifica al reato di “allarmismo” – secondo cui chiunque diffonda false informazioni può incorrere in un’accusa che vale fino a cinque anni di prigione – il lavoro dei giornalisti è diventato più pericoloso e più difficile visto che tale norma ha reso i rappresentati del personale sanitario restii a parlare con i reporter per informarli sulla reale situazione epidemica per paura di ritorsioni.

In Azerbaigian il governo ha scatenato una nuova ondata di arresti e procedimenti contro decine di attivisti politici, giornalisti e difensori dei diritti umani, spesso in risposta alle loro critiche sulla gestione della pandemia da parte del governo.

In Thailandia i poteri di emergenza relativi al Covid-19 sono stati utilizzati contro attivisti politici e difensori dei diritti umani per minare il loro diritto alla libertà di riunione e di espressione pacifica.

In diversi paesi come il Nicaragua, Usa, Russia si sono verificati episodi di licenziamenti ingiustificati o molestie ai danni di dipendenti sanitari colpevoli di aver sollevato preoccupazioni su condizioni di lavoro non sicure sulla risposta inadeguata all’emergenza.

Quando il coronavirus ha iniziato a diffondersi, molti stati avevano annunciato politiche di svuotamento delle carceri, tuttavia, molti difensori dei diritti umani sono stati esclusi da queste misure. In Turchia, Egitto, India e Iran ad esempio i governi hanno scelto di non rilasciare i prigionieri di opinione. Il caso più tristemente noto in Italia è quello che riguarda lo studente egiziano dell’Università di Bologna, Patrick Zaki, da oltre otto mesi in attesa di processo in Egitto.

Nei paesi in cui i difensori dei diritti umani erano già a rischio, come la Colombia, il numero di attivisti uccisi negli ultimi mesi è ulteriormente aumentato, senza contare che gli schemi di protezione per i difensori dei diritti umani sono stati applicati con difficoltà, ove sia stato fatto, mentre le misure generali per affrontare la pandemia hanno spesso avuto effetti deleteri su quei difensori dei diritti umani che appartengono a gruppi marginalizzati, poiché i loro bisogni e la radicata disuguaglianza e discriminazione che devono affrontare non sono stati presi in considerazione.

La pandemia ha mostrato ancora una volta come il lavoro dei difensori dei diritti umani sia fondamentale per garantire parità di accesso all’assistenza sanitaria, al cibo e all’alloggio e per informare sui pericoli del virus e sui modi per proteggersi ma ha anche mostrato come molti governi abbiano sfruttato la situazione per limitare alcuni diritti fondamentali e mettere a tacere chi li reclama.

Monitorare l’operato di questi governi e denunciare le loro inadempienze è, ad oggi, l’arma più efficace per difendere i diritti umani nei paesi che meno li rispettano, perché, in un modo altamente globalizzato come il nostro, ciò equivale a difendere anche i nostri diritti.

Lavoro in Amnesty International da oltre 10 anni dove seguo il programma 'Arte e diritti umani' dopo essermi occupata di raccolta fondi. Attivista, viaggiatrice, appassionata di cucina etnica da sempre credo che i diritti umani vadano difesi nei piccoli luoghi vicino casa, quei luoghi, come sosteneva Eleanor Roosevelt ‘così piccoli da non essere visibili in nessuna mappa del mondo. Eppure sono il mondo in cui tutti viviamo: la nostra casa, il quartiere, la scuola, il posto di lavoro.

Post a Comment