TOP

Intersezionale

Pizze Cinematografiche

Cherchi Usai, è possibile un rapporto tra Natura e Pellicola Cinematografica?

In questo periodo difficile che tutti vorrebbero veder scorrere via, c’é chi invece é impegnato ogni giorno a fermare l’attimo. In un mondo che sta giustamente ricalcolando le sue risorse e ripensando cicli produttivi e stili di vita, c’é chi cerca in tutti i modi di conservare preziosi oggetti che non solo racchiudono la nostra memoria, ma che sono anche lacerti incerti di un’altra era, fatta di chimica e supporti a volte troppo instabili, altre troppo poco biodegradabili.

Sí, gli archivisti cinematografici sono ormai tra le poche categorie rimaste sul pianeta Terra a preoccuparsi di salvare la plastica.

Stiamo parlando ovviamente delle tanto amate e odiate pellicole, che se propriamente srotolate ai fantomatici 24 fotogrammi al secondo (a volte meno) davanti ad una luce incandescente, sono servite infinite volte a trasportartci in mondi lontani, commuoverci o farci ridere, emozionarci in modi svariati, ma che, tornate alla realtá fisica, sono centinaia di migliaia di chilometri e chilometri di polimeri pressati molto sottili.

Quelli a base di nitrato, prodotti fino ai primi anni ’50 del Ventesimo Secolo, sono altamente infiammabili, vanno movimentati e manipolati secondo protocolli di sicurezza severi (Covid scansate), conservati in celle lontane dai centri urbani, a volte vengono perfino congelati e messi sotto terra, certo con forte dispendio energetico ma é sempre meglio evitare il rischio di pericolosi incendi, che hanno funestato tante sale cinematografiche all’epoca del loro utilizzo quotidiano e poi diversi archivi in tempi recenti.

Poi ci sono le pellicole a base di acetato, che a contatto con l’aria e nel corso del tempo, oltre a scolorirsi, emanano quel odore aspro tipico dell’aceto – tutti abbiamo in un cassetto delle vecchie foto scattate in gita scolastica e stampate su carta Kodak che hanno súbito lo stesso processo chimico, ma in un archivio cinematografico dovrete moltiplicare quell’effetto “balsamico” alla ennesima potenza, calcolando l’imponente volume di materiali depositati.

E infine, le pellicole piú recenti, in poliestere, finalmente concepite con una formula chimica piú stabile, ma che ci lanciano ogni volta un monito – questa plastica é stata costruita per resistere almeno duemila anni senza decomporsi… e come la mettiamo con l’ambiente?

Conversando con un collega ecologista di un’altra facoltá, che lavora anche lui nella preservation ma non della celluloide bensí della cellulosa degli alberi, giustamente lui mi ha fatto notare che la nostra materia é plastica importante, per la quale non vale lo stesso discorso delle bottigliette o dei gas di scarico che vanno eliminati entro qualche anno. La plastica é importante – soprattutto quella buia che racchiude le immagini del nostro passato: Black Plastic Matters, insomma.

Questo lungo preambolo mi serve peró per annunciare che anche in un settore che fino a ieri non si preoccupava troppo della sua sostenibilitá, finalmente é arrivato un sentore di autoanalisi sulla questione etica legata al rapporto tra conservazione e impatto ambientale.

Infatti, l’annuale convegno della FIAF – la federazione mondiale degli archivi cinematografici, fondata nel 1938 e che comprende piú di 150 organizzazioni affiliate nei cinque continenti – svoltosi dal 28 settembre al primo ottobre a Cittá del Messico, ma ovviamente online e in streaming in diretta per tutto il globo – ha avuto quest’anno come tema nientemeno che “Preventing and managing natural and human-made disasters in film archives”.

E se guarderemo al 2020 come una data storica per gli archivi cinematografici non sará per il triste declino dei budget dedicati alle istituzioni culturali, o al calo di spettatori nelle nostre sale cinematografiche, ma fiduciosamente per un momento assolutamente ground-breaking come l’apertura di questo convegno affidata a Paolo Cherchi Usai, che dopo una lunga carriera all’estero é recentemente stato nominato Direttore della Cineteca Nazionale di Roma.

Il keynote speech di Cherchi Usai – che si trova online come il resto dei lavori del convegno – é partito dal titolo barricadero di Extinction Rebellion to Film Preservation, e si é dipanato lungo i quattordici punti del suo ormai noto Lindgren Manifesto, pamphlet sempre in bilico tra il gioco ironico del paradosso contro i luoghi comuni, e la sferzata alle storture di troppe istituzioni culturali ormai votate al neoliberismo piú sfrenato che non alla loro missione di creazione e salvaguardia della cultura audiovisiva.

Sono passati dieci anni dalla stesura del Manifesto, apparso per la prima volta ad una conferenza di Cherchi Usai al British Film Institute dedicata ad uno dei principali fondatori della istituzione britannica, Ernest Lindgren, appunto. Nel corso degli anni lo studioso italiano ha colto spesso l’occasione di approfondire in altri simposi alcuni dei punti salienti di quel documento, ma mai come oggi, con un mondo sempre piú in emergenza, le parole e le provocazioni del suo Manifesto sono risuonate come una chiamata alle armi.

Per la prima volta dopo decenni in cui si é ignorato troppo spesso l’argomento, Cherchi Usai ha parlato apertamente di Sostenibilitá: possiamo ancora accettare che il dispendio energetico per la preservazione del nostro patrimonio culturale non sia anch’esso soggetto ad una scansione etica, solo perché apparentemente sta giá svolgendo una azione altresí nobile?

Qual é l’impatto ambientale di un archivio cinematografico, di quello del passato, ma soprattutto del futuro, perché non di sole immagini di plastica stiamo parlando, ma anche dei giganteschi storages digitali che conterranno Petabytes e Petabytes di immagini born digital.

E se il digitale era una panacea per tutti quelli che credevano nei vantaggi dell’accesso, adesso dobbiamo pensare agli immani lavori di continuo aggiornamento e riversamento da uno standard all’altro, che ci attenderanno nel corso dei decenni. Risorse energetiche che dovremo continuare a bruciare?

L’utopia, e un nuovo ramo di studi nell’ambito della conservazione, é rappresentata dall’utilizzo dei rifugi naturali – trovare il modo di riprodurre le condizioni ottimali per lo stoccaggio delle pellicole (di solito a bassa temperatura e soprattutto a bassa umiditá, verso il 30 per cento) in cavitá giá presenti in natura, in zone con climi favorevoli. Sarebbe una soluzione consona e meritevole di essere esplorata con attenzione, al posto di continuare a pensare ad enormi celle frigorifere di periferia dove archivisti e ricercatori passano di solito le loro esistenze.

Ma soprattutto, la provocazione di Cherchi Usai al convegno di Cittá del Messico ha raggiunto l’unisono con quelle degli ambientalisti di tutto il mondo: “a cosa siamo disposti a rinunciare, in futuro?”. In un ambiente come il nostro, dove lo sport nazionale é far sempre la vittima per mancanza di fondi, strutture, attrezzature, esposizione mediatica e quant’altro, una frase del genere é l’uovo di Colombo.

Dobbiamo rinunciare a qualcosa, alleggerire, ripensare, abbandonare pratiche desuete, a volte paradossali, cervellotiche, dispendiose, vanitose – Cherchi Usai dedica alcune delle sue staffilate piú belle al mondo dei festival cinematografici, che nell’anno della pandemia hanno gettato la loro maschera di luoghi democratici e senza frontiere per combattere invece una guerra tra bande assolutamente indegna – dobbiamo usare meno e meglio cio che abbiamo, compresi i nostri archivi. I “cultural agents” dovrano rendere conto anche di questo alle generazioni future.

Non possiamo mancare il nostro mandato di preservare il presente, e l’immagini da mettere nella macchina del tempo per ricordare questo 2020 secondo Cherchi Usai sono quelle riprese da un passante a Minneapolis – il video dell’uccisione di George Floyd, la sua frase “I can’t breathe” – e il cortometraggio d’animazione An Imagined Letter from Covid-19 to Humans di Kristin Flyntz e Thomas Barter che ci dice di fermarci e a cercare di capire la nostra malattia, quella degli altri e quella del nostro pianeta. ( https://www.youtube.com/watch?v=RzIOr9IwHQI ).

Non respiriamo piú, dobbiamo fermarci.

E mentre poi il resto dell’industria cinematografica ha continuato ad interrogarsi sulle restrizioni per il numero di spettatori in sala, o sulla guerra tra piattaforme di streaming e grandi schermi, tra direttori di festival e decreti amministrativi, l’utopia rivoluzionaria del discorso di Cherchi Usai, per la prima volta quest’anno, ci ha fatto visualizzare qualcosa di bello e positivo – i classici del Cinema, e tutta la memoria del mondo, al sicuro grazie alla Natura, in un pianeta sicuro.

Finalmente qualcosa per cui varrá la pena combattere nei giorni a venire.

(Un ringraziamento speciale per il concetto di “Plastica Importante” al Prof. Lucio Montecchio, docente di Patologia Vegetale dell’Universitá di Padova. )

Massimo Benvegnú, critico e programmatore cinematografico, docente di Legislazione e Sicurezza dei Media all’Universitá di Udine. Collabora con diversi festival ed istituzioni culturali italiane ed estere.

Post a Comment