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Femminismo Islamico

Femminisimo islamico: il personale è (sempre) politico

Appunti facili per decostruire pregiudizi difficili

Roma. Agosto 2018. Chiudo il primo capitolo della mia tesi di laurea con un appunto a margine: “se ti leggono le femministe mussulmane ti massacrano. Perché fai queste affermazioni? Chi siamo noi per farle?”. Richiudo il pc, ci penso su. Sono scossa e turbata.

La ricerca bibliografica si scontra con l’esperienza e pretende di darle forma: dovrei parlare di giornalismo e donne nel mondo arabo, finisce che ne studio il linguaggio e scopro il potere delle parole che nominano e fanno esistere.
Mi denuncio colonialista, generalista e superficiale. “Legge religiosa e potere inscindibilmente legati” – scrivo – “fanno sì che le donne arabe debbano continuamente negoziare per ritagliarsi uno spazio con il campo del potere, il cui accesso è permesso dalle alte gerarchie della società”.

“Chi siamo noi per dirlo?”: allargo la domanda e ne capisco il senso.

Quando si parla di islam solitamente non si parla anche di femminismo. Fanno eccezione alcuni impavidi commenti social: “vai a fare la femminista nei paesi islamici e vedi come ti passa la voglia”. Ma, contrariamente a quanto si pensa, l’Islam – con il femminismo – c’entra eccome.

Quando si parla di Islam, i pregiudizi che inquinano il discorso hanno una matrice comune, la stessa che mi ha autodenunciata: la prospettiva coloniale per cui l’islam è una società retrograda, ferma al medioevo, una massa indistinta in cui non ci sono differenze tra una nazione e l’altra e tra una persona e l’altra. Lo sguardo occidentale sulle donne è il medesimo e monolitico: non possiamo concepire che le donne musulmane abbiano una loro individualità, una loro fede e specifiche rivendicazioni e idee politiche.

Nel paradosso occidentale, la violenza sulle donne musulmane ci indigna di più: è lontana, non ci coinvolge in prima persona e possiamo attribuirne la colpa a un’altra cultura e religione.

Come si decostruisce un pregiudizio? Conoscendo l’esperienza di chi lo vive.

Sveva Basirah Balzini è una femminista intersezionale musulmana che non accetta una e una sola interpretazione delle proprie esperienze. Ventenne, queer, bianca, occidentale, ideatrice del progetto “Sono l’unica mia”, vegana e antispecista: eccentrica? Dipende dai punti di vista.

Ma su Instagram lei se ne frega e posta selfie con coloratissimi hijab parlando di sesso, porno e veli, portando avanti battaglie per i diritti della comunità LGBTQ+ e curando le ferite delle persone survivor che hanno conosciuto conosciuto abusi e violenze.

Il suo è un percorso di conversione e rivoluzione, scoperta e divenire. Accade nel 2015, durante un’esperienza di volontariato con la Comunità di Sant’Egidio, in cui aiuta un gruppo di famiglie musulmane nel doposcuola: “mi facevo, a bassa voce, le stesse domande che si fanno in tant*: «ma perché si coprono? Digiunare durante il Ramadan non è assurdo?» Ma l’islam mi interessava sempre di più: mi piaceva l’attenzione bilanciata per bisogni terreni e prettamente umani e l’elevazione spirituale e il nutrimento dello spirito, mi affascinava che Muhammad non fosse un figlio di Dio ma un semplice uomo, straordinario quanto umile e fallace”.

Il 28 agosto – quando aveva sedici anni – Sveva Basirah si converte all’Islam e – il suo personale – diventa politico: “non è stato difficile diventare una femminista islamica, oltre a essere musulmana ero già femminista. Sia il femminismo che l’Islam sono stati e sono ancora i miei strumenti di liberazione”.

Il femminismo islamico, nelle sue parole, è autocritico, resistente e agisce in modo trasversale: “definisco spesso il femminismo islamico come una doppia decolonizzazione. Dal patriarcato degli esegeti e dall’orientalismo occidentale”.

E, il processo, è fluido, costante e analitico perché “è come se il patriarcato fosse una lente scura dei nostri occhiali: quando leggiamo il testo e lo interpretiamo, ci vediamo quello che siamo abituati a vedere e vogliamo vedere, soprattutto quando godiamo di certi privilegi nella nostra società e siamo interessat* a mantenere lo status quo.

Il femminismo islamico rilegge i significati delle parole, i contesti, rielabora l’etica islamica, sfida gli esegeti ignoranza e si rifà direttamente all’Islam per concepire e enunciare i diritti divini dati alle donne, alle minoranze e alle persone LGBT+.”

Assumersi la responsabilità di enunciare l’Islam come una realtà vivente e, per questo, essere plurale e multiforme: quando a parlare di donne musulmane sono loro – e non musulmani uomini o donne non musulmane – “noi siamo parte di quell’enunciato, e plasmiamo il presente e il futuro attraverso le nostre vite. Per questo non esiste una cosa o l’altra. Siamo sia musulmane che libere. Siamo impegnate nell’affidarci a Dio e siamo esseri umani. Qualunque cosa si frapponga fra le due, non importa da quanto tempo sia in vigore, non importa da quante persone sia sostenuta, è di fatto una violazione dei diritti cha Dio ci ha riconosciuto. Ed è nostro dovere affermare questa verità”. (cit. di Amina Wadud)

E, allora, perché esiste ancora chi crede che le musulmane debbano scegliere fra la propria identità musulmana l’adesione ai valori di libertà, diritti umani, dignità e democrazia? Perché ancora sopravvive l’idea per cui l’Islam sia dogmatismo patriarcale, un monolite e uno strumento di controllo e di giudizio: “si ha l’idea che – se una musulmana voglia essere femminista e sostenitrice dei diritti umani – debba accantonare l’Islam e viverlo nello sgabuzzino di casa sua.

Anche alcune di noi sono influenzate da questa visione della religione, come qualcosa da ridurre al focolaio domestico e mondo a sé. Tante volte ho sentito dire dalle mie sorelle «io sostengo il femminismo e sostengo anche il tuo femminismo islamico, ma io non riesco a non sentire la voce di chi mi ha detto che sarei un’eretica e fuori dall’Islam se cambiassi idea.» Devo lavorarci, ci sono passata anch’io, in parte.”

Ripenso all’appunto a margine della mia tesi: “chi siamo noi per fare queste affermazioni?”. Mi rispondono le parole di Sveva Basirah per cui “la religione non fa la persona: ognun* di noi ha una storia unica, un modo personale di vivere la fede unico, un percorso unico, una personalità unica. Nel tentativo di riassumere o di dipingere i quadri delle situazioni rischiamo di incappare nel solito stereotipo: cancellare l’identità di una persona inquadrandola in un contesto più ampio”.

Un’immagine dall’evento Femminismi, religioni e Lotta Queer

Per questo, il femminismo islamico, aderisce a vite e contesti differenti che ne definiscono naturalmente battaglie e priorità: “non tutte hanno le solite necessità: quando affermo che il velo non è obbligatorio e non è un peccato non portarlo, questo potrebbe essere più importante per una donna che sente viva la pretesa della copertura del suo corpo e meno per chi decide di velarsi per suoi personali e rispettabili motivi.

In più, non tutte abbiamo le stesse urgenze: in Egitto una femminista islamica potrebbe trovare impellente schierarsi contro le mutilazioni genitali femminili, ma pur supportandola con tutta la mia energia e diffondendo al massimo la sua voce, posso dire che questa non è una lotta alla mia portata. Allo stesso modo, in base alla vita e al contesto che vivo, potrei avere validi motivi per dichiarare la legittimità dell’orientamento poliamoroso, mentre nello stesso momento un’altra sorella combatte la pretesa della poligamia. Non sono cose che si contrappongono, la linea è la stessa e i diversi studi e applicazioni quotidiane non ci creano delle divisioni sostanziali”.

Lo stesso non può dirsi del dibattito intorno al velo in cui, le divisioni sostanziali, si articolano numerose non solo nell’opinione pubblica, ma anche nelle voci interne ai movimenti femministi, per cui sembra che l’autodeterminazione delle donne di fede islamica nei paesi occidentali non possa prescindere dal giudizio sui loro costumi tradizionali.

Il termine hijab significa “velo, tenda, schermo”, nell’accezione di “separazione visuale e protezione”: nominato nel Corano sette volte, è un atto di fede che non presuppone la sottomissione delle donne ma si inserisce in un discorso più ampio che riguarda il comportamento di modestia del credente, raccomandato non solo alle donne ma anche agli uomini. Quando si parla del “velo musulmano”, non si possono ignorare le interpretazioni individuali dell’islam e i contesti socio-economici in cui si sviluppano.

Oggi, per molte, indossare il velo è una scelta personale ed è un simbolo a tanti livelli, con significati politici, intimi, culturali: “affermare che il velo è solo questo o quello è semplicistico e colonizzatore: dipende da dove sei, da come lo interpreti, da come lo vivi, da come lo vedono gli altri e se condividi certi valori morali altrui.

Il velo può essere affermazione della propria identità musulmana nello spazio pubblico, ma anche segno politico, gesto anticapitalista e antipatriarcale, atto di protesta contro la colonizzazione”. Così come la scelta del velo, anche il significato di “autodeterminazione” – nel femminismo islamico- “è un percorso, non un piglio decisionista”: non solo una pratica personale e politica, ma interconnessione di soggettività in cui “la sorellanza, il senso di comunità, il safer space, la cultura del mutuo-aiuto sono tutti elementi che coinvolgono l’aiuto, la partecipazione e lo scambio di energie da parte di terze persone che imparano a non invalidare gli sforzi delle compagne né a sovradeterminarle, ma a essere parte di un nuovo modo profondo e sovversivo di intendere le relazioni e confrontarsi con la realtà”.

Per Sveva Basirah, l’autodeterminazione è una pratica fondamentale da non concepire come qualcosa a sé: “la mia autodeterminazione” – racconta – “coincide col sottrarsi alla violenza, decostruire e ricostruire, studiare e comporre il mio safer pace e così via. La religione influisce perché mi garantisce lo spazio spirituale che sono portata ad abitare. Uno spazio intimo di raccoglimento e, allo stesso tempo, uno spazio comunitario in una Ummah (comunità) va nella mia stessa direzione, autodeterminandosi”.

Dentro e fuori il safer space dell’autodeterminazione, trovano spazio tutte le possibilità di definirsi – o la libertà di non farlo: “nel 2019, dopo un Pride, una compagna tirò fuori una bellissima perla da un lavoro sulla liberazione nella teologia islamica di Farid Esack per cui «quella della stranezza è una missione profetica: nessun profeta s’è chiesto come poteva conformarsi e prendere parte al potere precostituito». Senza la pretesa di essere profeti, applichiamo la stessa logica alla queerness, intesa come l’insieme di tutte quelle identità che – non ricalcando i modelli patriarcali – sono considerate strane e sovversive. Con le nostre scelte e con la dichiarazione al mondo di essere noi, obblighiamo il mondo a vederci”.

Se pensavate che non si potesse parlare di femminismo e islam, ora sapete che il femminismo islamico può essere anche queer: “ogni fede può essere riletta, liberata dall’influenza dei patriarchi e vissuta in modo felice. Intimo e/o comunitario se la comunità è ideale.
Dio non ci odia”. Gli islamofobi, invece, sì: “la scoperta del femminismo islamico e di una Ummah queer e femminista mi ha resa felice. Purtroppo non sempre elementi ben accetti tra i musulmani, e neanche tra gli islamofobi che vogliono rimanere fermi nelle loro idee più becere e colonialiste, così mi sono trovata ben presto tra l’incudine e il martello, rinchiusa nello stereotipo della convertita.

Per chi non è musulmano, se sei donna e ti converti, sei principalmente una traditrice. Non è concepito che una donna possa avere la capacità di intendere e di volere, basta fare un passo lontana dal focolare per essere additata come schizofrenica e pu**ana degli islamici”.

Ma, alle definizioni che tentano di incastrarla, Sveva Basirah risponde con la consapevolezza di sé:


“Sono l’unica mia” è il suo mantra e il nome della community virtuale in cui parla di femminismo islamico, intersezionalità e transfemminismo: “il nome del progetto è la traduzione della parola turca «birtanem», che significa «amore mio, tesoro, unica mia»: quando ho aperto il blog ero in una relazione violenta e parlarne mi aiutò ad uscirne. Mi resi conto che quell’espressione, con cui lui mi chiamava, comunicava l’idea di possesso e decisi che dovevo essere io la donna della mia vita”.

Oggi “Sono l’unica mia” è diventata una rete, “a metà tra un’agorà e un safer space”, dedicata al mutuo aiuto per le persone survivor.

Il personale è sempre politico.

Origini pugliesi, anima cosmopolita e cuore romano. Giornalismo e politica. Digital, content e management insieme: quando dico a mia nonna che di professione faccio “la content manager”, lei non capisce. Per questo, ho rimediato con una laurea in comunicazione digitale e un master in giornalismo politico-economico. Non credo alle definizioni, ma al potere delle parole che nominano. Prima femminista dichiarata della mia famiglia, non l’unica. Sostengo il women empowerment nella vita e in radio. “Le Ragazze stanno bene” è il mio format e il mio posto felice. Su Instagram, faccio cose e vedo gente: @nicolettalaba.

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