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Il nuovo Patto su asilo e immigrazione: Le parole sono importanti

Oltre alla pandemia, alla crisi economica, un’altra priorità dell’azione politica, nazionale ed europea, è l’immancabile “emergenza” immigrazione.

Un tema sempre attuale, complesso e ormai fin troppo ideologizzato. Un tema che richiederebbe scelte nettamente diverse dal passato, memori di una ventennale stagione di errori disastrosi sul piano politico, giuridico ma soprattutto sociale.

Sulla scia di questo auspicabile cambio di sensibilità, sembra proprio che i decisori politici abbiano avuto più facilità a formulare proposte che trattino l’immigrazione come quel fenomeno sociale da valorizzare e, nel caso delle migrazioni forzate, da supportare!

E infatti il 23 settembre ci siamo svegliati all’alba di una nuova era: la Commissione europea ha presentato il nuovo Patto su asilo e immigrazione: il nuovo e innovativo punto di partenza (“a fresh new start”, per usare le parole della Presidente Von Der Leyen) e la base su cui poggeranno importanti riforme legislative e politiche.

Primo fra tutti il Regolamento europeo 604/2013, meglio noto come il “regolamento Dublino III”, ossia quell’atto che impone di fare domanda di asilo nel primo paese d’ingresso. Si tratta di uno dei principali ostacoli all’equa condivisione delle responsabilità tra Stati membri e che, al contrario, impone maggiori responsabilità ai paesi frontalieri come Grecia, Italia e Spagna. Già una settimana prima, la Presidente aveva annunciato la sua abolizione e l’introduzione di un nuovo meccanismo di solidarietà.

Insomma, una gustosissima anticipazione che ha portato tutti gli esperti del settore o gli appassionati del tema a chiedersi: “Ma quale sarà questo nuovo e rivoluzionario strumento? Forse la proposta già approvata dal Parlamento europeo a novembre 2017 con una larga maggioranza? Quella in cui il criterio del paese di primo ingresso è abrogato e ciascuno Stato è tenuto ad accogliere una quota di richiedenti asilo secondo una complessa, ma equa, chiave di calcolo? Quella stessa proposta che di fatto costringe ogni Stato membro ad assumersi le proprie responsabilità su un tema di interesse europeo? Proprio quella proposta che prevede anche il coinvolgimento dello stesso richiedente asilo nella scelta del paese di destinazione, superando la concezione del richiedente come un pacco postale sgradito da rimpallarsi tra 27 Governi?”.

No, non è questo di cui stiamo parlando.

Ma di un testo che, effettivamente, va oltre ogni aspettativa: la copia esatta del Regolamento Dublino III, in cui il criterio del paese di primo ingresso non si mette in discussione. “Fortunatamente”, viene introdotto un complesso meccanismo di solidarietà perversa in cui gli altri Stati possono decidere se accogliere un richiedente oppure se agevolare l’espulsione di un cittadino straniero tramite per esempio acquisto di biglietti aerei, rilascio di documenti per il rimpatrio, supporto nell’identificazione o nelle relazioni diplomatiche con i paesi di origine.

Insomma, non ci potremo più lamentare che l’Ungheria (nome a caso, ndr.) non ammette richiedenti asilo dall’Italia, ma ci sarà comunque molto utile per fare colpo su una qualsiasi ambasciata africana a Roma per velocizzare i rimpatri.

Perchè sembra che questo sia il massimo vantaggio che il Governo italiano potrà ottenere.

I rimpatri sono la vera ossessione europea: nel documento illustrativo del Patto, le parole rimpatrio e ritorno compaiono 375 volte. La parola solidarietà appena 129. E mai in riferimento ai diritti o alla dignità delle persone. Insomma, questa solidarietà europea è una “foglia di fico”.

Si cerca maldestramente di mascherare una politica vecchia, brutale e inefficace con una nuova veste: la solidarietà verso chi adesso può tranquillamente affermare “qui immigrati non ne vogliamo!”. E ha anche le norme dalla sua parte per farlo.

Per restare coerenti con questa bizzarra solidarietà europea, si chiede agli Stati di avvalersi sempre più delle procedure accelerate o di frontiera per l’esame della domanda di asilo.

Queste procedure dovrebbero costituire l’eccezione poiché prevedono una valutazione più rapida e con molte meno garanzie per il richiedente. Nella visione della Commissione, invece, le nuove procedure diventeranno la regola: si applicheranno praticamente a chiunque, salvo minori e persone con patologie gravi. E, cosa da non sottovalutare, consentono il trattenimento del richiedente fino alla decisione.

Trattenimento è un termine più politically correct per indicare la privazione della libertà personale non sempre connessa alla commissione di un reato e applicata a cittadini stranieri senza permesso di soggiorno o appena sbarcati sulle nostre coste.

In questi casi la Commissione ci dice che le persone sottoposte a tali procedure “non sono autorizzate all’ingresso nel territorio dello Stato membro”. Quindi, possiamo trattenere le persone in apposite strutture vicino alle zone di frontiera, magari dopo averle soccorse, ma non possiamo considerarle sul suolo italiano. O meglio, sul suolo europeo.

Ma quando si tratta di immigrazione e asilo, è meglio che ciascun paese faccia da sé.

Eppure in Italia le cose sembravano andare molto meglio. Sin dalla nascita del Governo Conte II si è parlato tanto di abolizione, superamento o modifica dei due Decreti su sicurezza e immigrazione voluti dal precedente Ministro dell’Interno, soprattutto dopo le indicazioni formulate del Presidente Mattarella al momento della conversione in Legge del primo Decreto.

I due Decreti, se serve ripeterlo, sono un “mostro giuridico” i cui “successi” principali sono stati: l’aumento del numero degli stranieri irregolari a causa dell’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, lo smantellamento del sistema di accoglienza (che comunque già non godeva di ottima salute), la criminalizzazione della solidarietà e dei soccorsi in mare e l’aumento delle pene per alcune comuni forme di protesta e di manifestazione del dissenso.

Il 5 ottobre 2020 il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di un Decreto Legge che interviene sui due Decreti del precedente esecutivo.

Da qui un susseguirsi di manifestazioni di giubilo. “I decreti propaganda non ci sono più”, “I decreti insicurezza vanno in soffitta. Il PD ripristina la solidarietà e lo stato di diritto”, “I cosiddetti decreti sicurezza di Salvini non esistono più.

Questo solo per citare alcuni commenti di importanti esponenti del PD a cui va sicuramente il merito di aver fatto pressione sui partner di Governo, chissà se ancora troppo timidamente. . Ma alla fine conta sempre il risultato. E il risultato è che la montagna ha partorito il topolino.

La bozza che sta circolando, e che non è ancora stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, non è un testo che abroga o supera i Decreti precedenti.

Introduce di certo delle apprezzabili novità.

La possibilità di convertire un esteso numero di permessi di soggiorno in permessi di lavoro, che è stato da sempre un grande limite della nostra legislazione e un ostacolo a percorsi di integrazione e di progettualità.

L’estensione del permesso di soggiorno per protezione speciale alla tutela della vita privata e familiare, valorizzando anche i percorsi di integrazione e la durata del soggiorno in Italia..

Il diritto dei richiedenti asilo a essere accolti nel Servizio accoglienza e integrazione (SAI), l’ex SPRAR.

A parte questo, il testo è in perfetta continuità con le precedenti riforme del Governo Conte I e del Governo Gentiloni. E’ un insieme di norme che nel loro complesso ripristinano lo status quo con alcune positive eccezioni.

Non ritorna il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma una sua copia molto sbiadita i cui contorni si chiariranno nei prossimi anni e, con ogni probabilità, dopo numerose battaglie nei Tribunali.

Non c’è una riforma organica del sistema di accoglienza che vada verso una vera accoglienza diffusa su tutto il territorio nazionale e composta da centri o appartamenti di piccole dimensioni con il sostegno degli enti locali, superando definitivamente i centri periferici di grandi dimensioni.

Il trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), seppur ridotto a 90 giorni, conferma ancora una volta la predominante concezione securitaria ed emergenziale nella gestione del fenomeno migratorio.

Anzi, l’aumento delle prerogative del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale non fa altro che assimilare i CPR a strutture carcerarie senza però prevedere le stesse garanzie per chi è trattenuto nei primi.

Le procedure accelerate per l’esame della domanda di asilo, introdotte dal primo Decreto su sicurezza e immigrazione , sono confermate quasi in toto. E su almeno una delle procedure vi sono seri dubbi di compatibilità con la Direttiva europea di riferimento e, di rimando, con la Costituzione.

Il ruolo delle ONG che salvano vite in mare non viene riabilitato, ma rimangono multe e divieti, seppur ridotti.

Chiedere scusa per gli attacchi istituzionali di questi anni sarebbe stato troppo, forse, ma all’orizzonte non si vede neanche il ripristino di una missione di ricerca e soccorso coordinata dall’Italia o di cui l’Italia si faccia portavoce in Europa.

La norma che prevede la revoca della cittadinanza per chi l’ha acquisita resta. Si ampliano le ipotesi di applicazione del DASPO urbano, pesante eredità del Ministro Minniti e si aumentano le pene per il reato di rissa. C’è addirittura qualcuno che ha avuto il coraggio di dedicare queste norme alla memoria di Willy.

Poichè le parole hanno un significato preciso, cui corrisponde un peso specifico, sarebbe auspicabile ponderarle quando si parla di temi così complessi. Uno dei grandi problemi del dibattito pubblico e politico sull’immigrazione è l’utilizzo ossessivo di termini pomposi, al cui significato però non corrisponde un effettivo riscontro nella realtà dei fatti. Allora, forse, bisogna imparare a cambiare vocabolario .

Non chiamatela “Unione europea”, chiamatela “un bel tentativo”.

Non chiamatelo un “nuovo punto di partenza”, chiamatelo “punto di non ritorno”.

Non chiamatelo “Patto”, chiamatelo “compromesso al ribasso”.

Non chiamatela “solidarietà”, chiamatela “indifferenza”.

Non chiamatela “abrogazione”, chiamatela “vorrei ma non posso”.

Non chiamatelo “stato di diritto”, chiamatelo “diritto dello Stato a calpestarli, i diritti”.

Non chiamatela “norma Willy”, non chiamatela e basta..

Le parole sono importanti, diceva qualcuno.

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