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Microfono che Rompe un muro

SLAM! E LA POESIA VALICÓ LE MURA DEL CARCERE

ILLUSTRAZIONE DI LINDA ZAMPIERI

Il racconto di un’esperienza non solo personale, l’incontro con una popolazione nascosta come polvere sotto al tappeto e la poesia, prassi inusuale e ancestrale capace di far fiorire il mondo segreto che ciascuno custodisce.

Mi aveva bonariamente messo una mano sulla spalla e si era rivolto al resto del gruppo impegnato a chiacchierare fuori dal locale:

“Ragazzuoli, io è da un po’che avrei questa idea di fare uno slam in carcere, ci state?”.

Appena un attimo prima gli stavo raccontando delle mie ricerche per la tesi di laurea in psicologia sull’applicazione del poetry slam  e della pedagogia hip-hop con adolescenti e in contesti marginalizzati. “Brava, ecco, mi hai fatto tornare in mente una cosa importante”. Ed è così che Francesco “Kento” Carlo, noto rapper-attivista e blogger originario di Reggio Calabria, ha portato me e altri 6 slammer romani a varcare per la prima volta i cancelli dell’Istituto Penale Minorile Casal del Marmo di Roma (nel quale Kento stava implementando un laboratorio di rap).

Per introdurre questo mondo a quanti siano rimasti perplessi nel leggere accostate le parole poetry  e slam, specifico che parliamo di una sfida giocosa incentrata sulla poesia e sulla performance ideata nel 1986 a Chicago; si è poi diffusa in quasi tutti i paesi del mondo andandosi a configurare come il movimento poetico di maggior successo degli ultimi decenni.

Una “chicca” di queste serate è che il pubblico viene direttamente coinvolto a fare da giuria, contribuendo alla creazione di un clima altamente partecipato e, specialmente sul lungo termine, al ritrovamento di un umano senso di comunità.

Parente stretta di questo movimento, e della spoken word  in generale, è la cultura hip-hop: non è raro, ad esempio, trovare metriche, attitudini e contenuti tipici del rap durante le esibizioni di uno slam.

In Italia, la promozione dei poetry slam avviene attraverso un campionato nazionale a cura della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam [ https://www.lipslam.it/ ], una rete che conta la presenza di collettivi in tutta la penisola.

angelo incatenato

Ma che senso ha portare la poesia in carcere?

E che speranze ci sono che questa venga accolta dagli utenti? In molti paesi del mondo il poetry slam, format originariamente pensato per offrire intrattenimento nei jazz bar,  viene adottato come dispositivo educativo nelle carceri, nei centri di accoglienza per migranti, nelle comunità di persone sorde e soprattutto nelle scuole. In effetti, attraverso le indagini condotte negli ultimi due anni, sto delineando con crescente nitidezza come il rap e il poetry slam siano dei perfetti “cavalli di Troia”, degli espedienti ottimali per far superare ai più giovani la timidezza e quell’idea di poesia come un qualcosa di alto, erudito e inaccessibile.

Grazie alla componente di gioco e divertimento inerente allo slam, chi partecipa ai laboratori e agli spettacoli collettivi viene facilitato a esprimersi, riflettere, problematizzare la realtà e, mentre nuove consapevolezze vengono generate, ad attivare al meglio il proprio potenziale creativo.

Persino in un ambiente apparentemente inadatto all’espressione di sé come il penitenziario, la poesia sembra avere il potenziale di generare benefiche catarsi emotive e funzionali rinegoziazioni dell’identità.

Spesso i programmi sono volti a promuovere l’educazione e secondo il reporter canadese Jordan Press non è raro che chi si appassiona di poetry slam in carcere decida di riprendere gli studi una volta tornato in libertà.

Conservo al calduccio, in qualche luogo eterno del petto, il ricordo di quel freddo pomeriggio di dicembre 2019 in cui sono entrata a Casal del Marmo… e quasi non ne volevo più uscire (ho dettagliatamente raccontato l’esperienza qui https://www.lipslam.it/poesia-e-carcere-parla-viola-margaglio/).

Dopo tanta (troppa) teoria accademica, introdurmi fisicamente nel vivo di quel contesto ha fatto risuonare in me nuove cruciali certezze.

Difatti, nonostante mi fossi sforzata di lasciare fuori ogni pregiudizio, solo quando mi sono trovata seduta nella platea dell’auditorium del penitenziario ho finalmente sentito svanire tutta una serie di etichette socialmente imposte: intorno a me non vedevo “criminali” e “farabutti”, ma solo ragazzini e ragazzine, con le loro mode omologate, la voglia di scherzare, raccontarsi, innamorarsi.

Hanno assistito alle nostre performance attenti a non perdere nemmeno una parola, a tratti animandosi ed esplodendo in grandi applausi e risate.

Ma non ci siamo esibiti solo noi: i ragazzi hanno condiviso i frutti del laboratorio di rap fatto con Kento, cantando i loro testi, i loro sogni, lettere in rima per le loro madri e per i sé stessi del futuro, in uno scambio reciproco che arricchente e illuminante è dire poco.

Alla fine, i livelli di emozione collettiva avevano saturato la stanza e, mi sento di dire, valicato l’alta cinta muraria di Casal del Marmo.

Molti dei giovanissimi utenti sono di origine straniera e cresciuti nelle estreme periferie della capitale, a riprova di come spesso in Italia essere poveri è -e non dovrebbe essere- l’unico vero reato commesso.

Estendendo il discorso anche al sistema carcerario degli adulti, mi destabilizza sempre pensare a quanto facilmente ci si dimentichi di quella che è una realtà quotidiana per decine di migliaia di persone.

Frame di "Cesare deve Morire" dei fratelli Taviani
Frame di “Cesare deve Morire” dei Taviani

Nemmeno la cosiddetta “rivolta delle carceri” del marzo scorso, che ha coinvolto circa 190 prigioni su tutto il territorio nazionale, è bastata a dare lo scossone decisivo all’opinione della gente (in quei tempi troppo impegnata a lamentarsi della propria di reclusione… anche se brevissima e provvista di tutti i comfort).

Ma, al di là del caso specifico che meriterebbe un approfondimento a sé, i problemi ci sono e sono gravi, come il sovraffollamento e, secondo il più recente studio dell’Associazione Antigone, nel 2019 i suicidi in cella sono stati 54, bilancio che quest’anno sembra destinato ad aumentare.

La nostra non è l’unica storia italiana di poesia slam in carcere: dal 2016 è nata una collaborazione tra la LIPS e il “Laboratorio di lettura e scrittura creativa” di Opera, la più grande “casa di reclusione” del nostro paese.

L’impegno della poeta Elena Gerasi, in collaborazione con gli operatori del laboratorio, si concretizza in un evento di poetry slam annuale nel quale partecipano anche poeti esterni; inoltre il vincitore ha, permessi permettendo, accesso alle successive fasi del campionato in eventi fuori dal carcere (l’anno scorso MASV, il vincitore, ha persino raggiunto le fasi nazionali!). Non posso che augurarmi che iniziative di questo tipo si diffondano a macchia d’olio.

Ad oggi, purtroppo, circa il 20% dei carceri italiani è ancora chiuso per motivi sanitari a insegnanti e operatori sociali e, mancando un’adeguata compensazione con strumenti tecnologici per gli incontri a distanza, le opportunità di trasformazione positiva per gli utenti rischiano di ridursi drasticamente. 

La nostra “reclusione” sembra essere un capitolo lontano e stiamo gradualmente tornando a vite dinamiche e privilegiate.

Cosa possiamo fare per “non lasciare nessuno indietro” come recita il motto dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite? Forse fare poesia sembra superfluo in un mondo dilaniato dai problemi, ma dare voce, passare la parola a chi non ne ha potrebbe essere un piccolo grande passo verso la riduzione delle disuguaglianze sociali.

Scriveva il pedagogista brasiliano Paulo Freire: “Non esiste parola autentica che non sia prassi. Quindi, pronunciare la parola autentica significa trasformare il mondo.”

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Viola Margaglio è dottoressa in Psicologia Scolastica e di Comunità, artista spoken word e rapper con lo pseudonimo di lupa_de_mar. Vive nel quartiere di Ostia dove ha fondato il PoetryClan, collettivo che promuove in dialogo col territorio eventi di arte, poetry slam e hip-hop.

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