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Paese in Fiamme

Dall’inferno di Moria al privilegio della cittadinanza: Panoramica del fallimento dello stato liberale

Che il mondo fosse malato lo sapevamo giá, e la natura che soccombe a suon di quegli accumuli e sprechi che generano diseguaglianze di ogni sorte è la colonnina di mercurio che rileva la febbre a un paziente in evidente stato comatoso.

Sembra, peró, che solo in pochi avessero la coscienza politica o l’onestà intellettuale per prevedere o ammettere che la società occidentale, nello strenuo tentativo di tutelare ció che l’individualismo liberale e il capitalismo neoliberista creano, si potesse lasciar andare a degenerazioni criminose in grado di produrre buchi neri che nulla hanno da invidiare alla peggior feccia nazista. 

Isola di Lesbo, Grecia, 8 settembre 2020.

Il campo profughi di Moria, con al suo interno “ospita” oltre 12mila persone a fronte dei 3mila posti disponibili, va a fuoco. Un incendio doloso che cancella quello che si puó definire un vero e proprio inferno sulla Terra, fatto di prostituzione, traffico di esseri umani e centinaia di minori che ogni anno trovano nel suicidio la via di fuga da quella che, per loro, non puó di certo essere la “terra promessa” che gli è stata raccontata lungo la rotta che da guerre, carestie e povertà avrebbe dovuti condurli ad acque tranquille, a porti sicuri.

Le persone evaquate dopo il rogo si trovano, ancora oggi, ai margini delle strade che portano a Mitilene, minacciati dai gas lacrimogeni della polizia greca, dalla violenza di gruppi neonazisti, dall’intolleranza indotta degli isolani e dalla ferocia di gruppi di mercenari, anch’essi residenti nel campo, ingaggiati dagli estremisti di destra.

Il campo profughi di Moria, con al suo interno “ospita” oltre 12mila persone a fronte dei 3mila posti disponibili, va a fuoco. Un incendio doloso che cancella quello che si puó definire un vero e proprio inferno sulla Terra, fatto di prostituzione, traffico di esseri umani e centinaia di minori che ogni anno trovano nel suicidio la via di fuga da quella che, per loro, non puó di certo essere la “terra promessa” che gli è stata raccontata lungo la rotta che da guerre, carestie e povertà avrebbe dovuti condurli ad acque tranquille, a porti sicuri.

Lesbo da anni è un limbo che non prevede vie d’uscita, è l’emblema del fallimento di uno dei dispositivi cardine su cui si erge l’Europa del privilegio: la frontiera. 

Da più di vent’anni l’Unione Europea utilizza le frontiere per alimentare un mercato che necessita di crescita costante e infinita per stare in piedi e soddisfare le esigenze e i confort di un occidente famelico e insaziabile. Le persone in transito attraverso i confini vengono utilizzate per influenzare e stimolare il mercato del lavoro, come dimostrano fenomeni quali il caporalato.

I porti vengono aperti o chiusi a seconda delle necessità economico-finanziarie e le trattative con gli Stati ai margini del contesto europeo, come Turchia, Tunisia o Libia, vengono intavolate in nome di un’esternalizzazione delle frontiere che facilita la compravendita di armamenti, l’esportazione di contingenti militari e la proliferazione di compagnie e multinazionali energetiche ed estrattive che si avvalgono, a loro volta, di milizie di varia natura per proteggere i loro interessi neocoloniali. 

Dunque Moria, come altre esperienze in Libia, in Turchia e persino in Italia, non è che il prodotto di questa politica, la massima espressione del potere coercitivo di un’Europa che non sa contemplare una decrescita economica a favore della sostenibilità ambientale e della solidarietà umana, l’extrema ratio di chi non sa e non vuole trovare soluzioni al di fuori della più bieca detenzione. 

Ecco, la detenzione, un altro marchingegno che nei secoli non è riuscito a perdere la sua caratteristica di amplificatore delle differenze di classe. Come spiega benissimo l’attivista Sandra Berardi in un articolo recentemente uscito su questa piattaforma, la concezione moderna di carcerazione nasce con le case di correzione con cui l’elite liberale internava i pazzi, i condannati, i poveri, i cosiddetti “indesiderabili”, sin dal 1700.

Con lo sviluppo della società di massa l’aristocrazia industriale ha iniziato a chiedere che queste “eccedenze sociali” lavorassero in fabbrica per sostenere i costi della detenzione, fino ad allora totalmente a carico di quei ricchi che si ergevano ai vertici dello Stato.

Le condizioni di lavoro nel settore industriale non potevano che confermare la volontà di permeare le pene di un carattere puramente punitivo.

Oggi le cose non sono cambiate. Le condanne penali raggiungono tempi di espiazione lunghissimi, nonostante la comunità giuridica dia ormai per assodato che la sfioritura di un essere umano per quanto riguarda la sua coscienza di sè e del suo spazio nel mondo inizi ben prima.

La via di un percorso riabilitativo all’interno di un contesto orizzontale contributivo per la comunità, e che quindi appiani quel gap sociale che, secoli fa, ha dettato il concepimento delle case di correzione, è ancora estremamente lontana dall’essere percorsa. Nel tristemente noto mondo della detenzione amministrativa le cose risultano andare nella stessa direzione: negli odierni Centri di Accoglienza Staordinaria e Centri di Permanenza per il Rimpatrio, l’internamento dei migranti supera di gran lunga i termini sanciti dai decreti in materia.

A Moria le persone in transito pernottano per mesi, addirittura per anni, intagliando cornici criminali indotte da una situazione di precarietà e povertà a cui le istituzioni non sanno dare risposta.

Indagando le dinamiche che regolano la convivenza civile in questi luoghi appare, dunque, lampante che la detenzione non è la soluzione, ma parte del problema. 

Nascono così sistemi di internamento che nulla hanno a che fare con l’accoglienza, vuoti normativi in cui le persone sono ghettizzate e lasciate a morire in attesa di raggiungere, non senza merito, l’ennesimo strumento di controllo che la società liberale ha saputo interiorizzare, rielaborare e cucirsi addosso in modo sartoriale per difendere i propri privilegi: la cittadinanza

È chiaro che l’attuale percorso di ottenimento del diritto di cittadinanza faccia acqua da tutti i pori. Tempi lunghissimi, persone nate sul suolo nazionale esenti dai diritti fondamentali, arbitrarietà nelle concessioni e totale incertezza nell’acquisizione.

Se è possibile, peró, le soluzioni messe in campo a più riprese da tutte le forze politiche non sono certamente da meno. Lo ius soli puó facilmente tradursi nei padri che discriminano i propri figli, nelle persone nate ieri in Europa che, giustamente, vogliono far valere le loro ragioni distinguendosi dai disperati che approdano oggi sulle nostre coste.

Il penultimo che fa la guerra all’ultimo, all’ombra di speculazioni politiche del più infimo rango.

Si è parlato di ius culturale, di percorsi formativi che favoriscano l’integrazione, ma che ovviamente non contemplano la contaminazione spontanea nè l’interazione volontaria, quando parlare di insegnamento in un contesto in cui il sistema d’istruzione è il primo a subire sistematici ridimensionamenti economici, la didattica sottostà all’eurocentrismo più revisionista e la meritocrazia dilaga senza tenere alcun conto di qualsiasi tipo di deficit cognitivo, è quantomeno avventato, se non addirittura irresponsabile.

Spesso, poi, per concedere il privilegio della cittadinanza, e di poter quindi accedere ad alcuni dei più basilari diritti, si è ricorsi ai metodi più discriminatori.

Poco più di due anni fa, il presidente francese Emmanuel Macron ha concesso la cittadinanza a un robusto migrante maliano, Mamoudou Gassama, per essersi arrampicato a mani nude su un palazzo per salvare un bambino.

Pochi giorni fa, tramite un delittuoso gioco clientelare, al calciatore Luis Suarez stava per essere riconosciuto il medesimo diritto senza che presentasse i requisiti cognitivi adeguati. Il messaggio che chiunque puó captare è, dunque, chiarissimo: non è che non rispetti i requisiti, il fatto è che sei povero e poco prestante, e i poveri e i deboli, qui, non li vogliamo. 

In conclusione, i dispositivi securitari che lo Stato liberale adotta per preservare i propri privilegi non fanno che creare discriminazioni e amplificare le differenze sociali. La frontiera, la detenzione e la cittadinanza non sono strumenti che vanno rielaborati, ma congegni senza i quali dobbiamo ripartire per immaginare un mondo nuovo.

Per fare questo, peró, non possiamo che mettere in discussione il concetto stesso di Stato Nazione, l’entitá di tutela della proprietà privata, e ripartire da una visione municipalista del mondo, come ci insegna il filosofo Murray Bookchin nei suoi scritti.

Ció potrà essere attuato soltanto immaginando una struttura economica che non stimoli l’accumulo e la sovrabbondanza, un sistema che contempli la sussistenza e la decrescita, e, di conseguenza, la sosenibilità ambientale e la solidarietà tra i popoli.

Lo Stato Nazione non è che l’ultima imposizione occidentale verso quei popoli su cui si è protesa la mano dell’imperialismo. Un sistema che non va riformato, ma abbattuto dalle fondamenta.

È un processo che necessita di tempi lunghi, ma, come disse un giorno un vero guerriero rivoluzionario dei nostri tempi, “ogni tempesta comincia con una goccia”.

Ecco, prima di essere tempesta, cerchiamo di essere goccia. 

Mattia Rigodanza è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano. Già blogger, cronista e redattore per diverse testate giornalistiche, da anni si occupa di geopolitica, di esperienze di autogoverno e di tematiche legate al neocolonialismo e ai flussi migratori.

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