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Abdullah Öcalan

Libertà, prigionia e rivoluzione: l’isolamento di Abdullah Öcalan

Il 15 febbraio 1999, in Kenya, i servizi segreti turchi (MIT) arrestano Abdullah Öcalan. Filosofo, guerrigliero, leader e co-fondatore del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Öcalan è una figura di rilievo internazionale.

Prima di questo arresto, nel 1998 viene cacciato dalla Siria da Assad (padre dell’attuale presidente Bashar Al Assad).

La Siria in quegli anni non ha motivo di osteggiare apertamente il PKK, che è in conflitto solo con la Turchia. Tuttavia, il crollo dell’URSS cambia molti equilibri, facendo improvvisamente mancare appoggio ai vari stati satellite sovietici sparsi tra Asia ed Europa.

La Siria di Assad padre si ritrova pertanto a dover stringere nuove alleanze strategiche; firma un accordo commerciale con la Turchia e cede alle pressioni per l’espulsione di Öcalan dal paese. Inizia così un lungo esodo, che porta Öcalan in vari paesi.

Una volta giunto in Grecia, gli viene garantito rifugio presso l’ambasciata greca a Nairobi, in Kenya. Sebbene consapevole del complotto internazionale che gli si sta stringendo attorno, si reca in Kenya, dove poco dopo la Grecia lo consegna ai servizi segreti turchi.

Quel 15 febbraio inizia una vera e propria epopea: la Turchia porta avanti un processo contro Öcalan, che viene poco dopo condannato a morte, salvo poi vedersi commutata la pena in ergastolo dal momento che la Turchia abolisce la pena capitale come requisito per entrare nell’Unione Europea. Comincia la lunga prigionia, aggravata da un totale isolamento, nell’isola-carcere di İmralı, nel sud del Mar di Marmara, dove Abdullah Öcalan, ventuno anni dopo, è tutt’ora l’unico detenuto.

Perché tutto questo accanimento?

Facciamo un passo indietro. Siamo nella Turchia degli anni ’70, in piena Guerra Fredda. Il panorama politico è estremamente complesso. I movimenti studenteschi sono il cuore pulsante del dibattito politico; è qui che incontriamo Öcalan, che nel 1972 è a capo di gruppo di studenti.

È da questi movimenti studenteschi che nasce Dev Sol (letteralmente Grande Sinistra), un grande partito marxista-leninista che raccorda diverse scuole di pensiero ed è composto sia da turchi, sia da curdi. Questi ultimi sono da decenni violentemente repressi all’interno dello Stato Turco; in nome della turchizzazione e della realizzazione di un nuovo grande impero ottomano, la Turchia mira ad annichilire la cultura curda, vietandone qualunque espressione (persino l’uso della lingua).

Öcalan e altri militanti curdi e turchi si distaccano da Dev Sol e nel 1978 fondano il PKK, per alcuni versi di ispirazione maoista, che si inserisce nella cornice politica di partiti e movimenti di liberazione che comprende anche il Vietnam e il Chiapas.

Negli anni a seguire, vedremo Dev Sol soccombere alla deriva sempre più dittatoriale dello Stato turco e spezzettarsi in una miriade di piccoli gruppi di sinistra. Al contempo, il PKK diventa un vero e proprio nemico pubblico, viene dichiarato illegale e i suoi membri vengono sistematicamente arrestati, torturati e lungamente detenuti.

Il 15 agosto 1984 vede l’inizio della lotta armata del PKK contro lo Stato turco. Al momento dell’arresto di Öcalan, nel 1999, il PKK conta già su un enorme movimento popolare che ne supporta la lotta di liberazione.

È durante la prigionia a İmralı che assistiamo a una svolta fondamentale. Alcune compagne del Bakur (Kurdistan turco, ndr) fanno arrivare a Öcalan dei testi del filosofo statunitense Murray Bookchin, teorico dell’ecologia sociale.

Questa lettura dà inizio a un lungo e complesso processo di riflessione critica sulla prospettiva politica finora perseguita dal partito.

Il contributo filosofico di Öcalan è decisivo per il PKK, che ha la lungimiranza e l’intelligenza di mettersi in discussione: in seguito a queste riflessioni, nel 2003 inizia un lento e profondo processo di cambiamento, in cui la volontà di fondazione di uno stato autonomo del Kurdistan viene infine abbandonata, e l’idea stessa di stato nazione viene messa in discussione e duramente criticata.

Lo sguardo si amplia: il problema della questione curda, che ha dato il la al partito e a un movimento che coinvolge migliaia di persone, viene inquadrato in un’ottica ben più ampia e complessa di oppressione da parte degli stati nazione nei confronti di tutti i popoli del mondo.

Alla repressione strutturale del sistema statale viene proposto (da Öcalan stesso) il rivoluzionario modello del confederalismo democratico, alla cui applicazioni assistiamo oggi in varie zone del Kurdistan (tra cui il Rojava).

Non andremo in questa sede ad approfondire il discorso sul confederalismo democratico, ma sottolineamo come esso, i cui pilastri sono la democrazia dal basso, la liberazione delle donne e l’ecologia, rappresenti un ribaltamento completo del sistema gerarchico costruito nei millenni dal patriarcato e articolatosi poi nello stato nazione e nel modello produttivo del capitalismo.

Torniamo al dunque: perché Abdullah Öcalan, leader del PKK e pensatore rivoluzionario, subisce da ventuno lunghi anni un trattamento crudele e disumano?

Perché Öcalan è il simbolo di un’alternativa. Un’alternativa reale e concreta allo stato nazione, che è una conseguenza del patriarcato e delle sue gerarchie imposte. E questa alternativa non può che concretizzarsi attraverso la distruzione del patriarcato e la liberazione delle donne. Senza la donna, il capitalismo non può essere sconfitto.

Ecco perché, nel manifesto della campagna di liberazione recentemente lanciata, si scrive che “l’isolamento imposto a leader Apo (Öcalan, ndr) è un isolamento imposto a tutto il popolo curdo”.

E non solo, aggiungeremmo. La prigionia di Apo colpisce chiunque creda nella possibilità di una società fondata sull’equità tra individui, sul rispetto della terra e sulla partecipazione a una vera democrazia dal basso.

La campagna sopra citata non è la prima a essere stata lanciata. Pochi anni fa era stata portata avanti la campagna “Non potete oscurare il nostro sole”, che ha smosso l’opinione pubblica chiedendo un miglioramento delle condizioni in carcere per il leader Apo.

Questa nuova campagna, lanciata a settembre 2020 con lo slogan “Time is coming”, si pone invece più drasticamente e chiede il diretto e immediato rilascio di Öcalan, ingiustamente ostaggio dello Stato fascista turco.

Il “sistema İmralı” a cui è sottoposto è stato definito dal Comitato Europeo per Prevenzione delle Torture (CPT) disumano e inaccettabile. Nel comunicato stampa di lancio campagna si fa presente che il “sistema İmralı” si fonda su una <<gestione arbitraria lontana da tutti i principi legali e privazione di diritti basilari>>.

Basti pensare che, dal 1999, a Öcalan è stato permesso di vedere i suoi avvocati una manciata di volte (di cui l’ultima il 7 agosto 2019); le visite concesse alla famiglia sono ancora meno numerose, e l’ultima risale al 3 marzo 2020. La possibilità di inviare e ricevere corrispondenza è stata negata il 20 luglio 2016, e in venti anni è stata concessa una sola telefonata, il 27 aprile 2020.

Eppure, più di 60 libri sono stati prodotti in questi lunghi anni di isolamento, tutti in grado di evidenziare le contraddizioni del sistema.

Le difese portate da Öcalan per il suo caso non sono solamente personali, ma sono difese per l’umanità intera.

Tra pochi mesi saranno trascorsi ben ventidue anni dall’arresto di leader Apo a Nairobi, risultato di un complotto internazionale in cui l’Italia ha una pesante responsabilità. Lo scorso luglio, però, la rivoluzione del Rojava ha festeggiato il suo ottavo anniversario.

A Mexmûr, in Başûr (Kurdistan del sud, ufficialmente in Iraq, ndr), l’autonomia rivoluzionaria regge da venti anni. Allora, forse, tutto sommato, il “sistema İmralı” ha fallito. L’estremo sacrificio delle e dei prigionier* politic* ci dimostra che lo Stato fascista turco e gli altri stati nazione possono imprigionare, torturare e terrorizzare, ancorati ai loro valori di menzogna e oppressione, ma non possono fermare il futuro che avanza.

Il vento della rivoluzione non conosce prigionia. E allora, time is coming.

Serkeftin.

Fino alla vittoria.

LEGGI ANCHE: Brigata Maddalena: internazionaliste in Rojava

Rete Jin è un collettivo politico femminile nato due anni fa ed esistente in decine di città italiane. È composta da donne militanti di qualunque età e nazionalità, e si occupa di sostenere la rivoluzione del Rojava con campagne dall'Italia e proporre sul territorio le diverse tematiche di studio relative al confederalismo democratico, alla liberazione delle donne e all’ecologia politica.

Comments (1)

  • Riccardo

    Thank you a lot!!

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