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HONG KONG AI TEMPI DELLA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE.: DALLA CITTA’ DELLE LACRIME ALLA CITTA’ DEL SILENZIO.

Immagine in copertina di Studio Incendo – Hong Kong anti-extradition bill protest

Fino a qualche mese fa era così che chiamavano Hong Kong. The city of tears. La città delle lacrime. Era un nome ricorrente sui cartelli esibiti dai manifestanti. Un nome che spesso faceva da cornice all’immagine del quartiere centrale dell’isola, con i suoi edifici e le sue strade immersi in un mare di nebbia. Una fitta nuvola di fumo grigio prodotta dall’arma non letale più utilizzata dalle forze di polizia durante le manifestazioni: il gas lacrimogeno. 

A partire dai primissimi battiti del movimento di protesta, il 12 giugno 2019, le forze dell’ordine  iniziarono a fare uso del gas, degli spray urticanti e dei proiettili di gomma contro i manifestanti. Quel giorno si sarebbe dovuta dare seconda lettura del controverso disegno di legge sull’estradizione proposto dall’esecutivo di Carrie Lam.

Se fosse stato approvato una pericolosa porta si sarebbe aperta, a detta dei manifestanti e delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani, alla strumentalizzazione dell’estradizione per scopi politici. Nello specifico si temeva che Pechino avrebbe avuto tra le mani una potentissima arma contro gli oppositori del regime cinese residenti a Hong Kong. Perché se questi ultimi fossero stati fatti rientrare nelle casistiche previste dal disegno di legge per essere estradati verso la Cina continentale, sarebbero stati processati e condannati in territorio cinese, da tribunali non indipendenti e sulla base di norme di carattere penale a loro del tutto estranee.

Il 12 di Giugno i cittadini, decine di migliaia di cittadini, assediarono il complesso governativo di Admiralty per impedire che il provvedimento venisse votato e approvato. L’obiettivo fu raggiunto: tre giorni dopo venne annunciato il ritiro definitivo della proposta. 

Ma ormai la miccia era stata accesa e la prospettiva di una nuova, sempre maggiore influenza da parte del regime di Pechino, unita alla rabbia scatenata dalla brutalità della polizia, fece esplodere quello stesso spirito che, nel 2014, aveva dato inizio alla Rivoluzione degli Ombrelli.

Sei anni fa la protesta durò in tutto 79 giorni. Quella attuale, “la rivoluzione del nostro tempo” come viene chiamata dai militanti dei movimenti pro-democrazia, è sopravvissuta al tempo, alla stanchezza, all’indifferenza della comunità internazionale e alla pandemia di Covid19.

È sopravvissuta agli arresti di massa, alla normativa anti-assembramento, alle occupazioni delle università, quando i più importanti campus del territorio vennero trasformati in campi di battaglia per gli scontri tra gli studenti (molti dei quali minorenni) e gli agenti di polizia.

Una partita tra neri (il colore della protesta) e bianchi (il colore associato alle autorità) su una scacchiera di fuoco, bombe molotov, ombrelli, barricate improvvisate, gas lacrimogeno e cannoni d’acqua. È sopravvissuta alle prove di forza da parte della Cina, con esercitazioni intimidatorie che portarono allo schieramento di decine e decine di carri armati e veicoli militari al confine con Hong Kong. 

È sopravvissuta in tutta la sua energia fino al giorno in cui, da città delle lacrime, si è trasformata in città del silenzio.

Era il 30 Giugno 2020, alle ore 23, un’ora prima del ventitreesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, quando la nuova Legge sulla Sicurezza Nazionale, precedentemente approvata dall’organo cinese preposto alla stesura del testo, entrò in vigore.

Si tratta di un provvedimento che criminalizza quegli atti considerati di secessione, sovversione, terrorismo o collusione con potenze straniere.  Nei casi meno gravi la pena prevista è dai 3 ai 10 anni di reclusione, le situazioni più serie, invece, sono punibili da 10 anni all’ergastolo.

Anche cantare canzoni pro-democrazia, indossare magliette o esibire bandiere a favore dell’indipendenza, così come scrivere un post sulle proprie pagine social o intonare l’inno non ufficiale della protesta “Glory to Hong Kong”, sono tutte attività in grado di costituire reato ai sensi della nuova legge.

Nonostante le importanti restrizioni della libertà di manifestazione e di parola, nonché le limitazioni, dovute o giustificate, dalla diffusione del coronavirus, i ritrovi del movimento non si sono fermati, anche se, chiaramente, molto ridimensionati rispetto a giugno o gennaio scorsi.

Ritrovi non autorizzati, duranti i quali i cittadini hanno spesso protestato in silenzio, reggendo tra le mani dei cartelli bianchi che trasmettevano un messaggio molto chiaro: la parola si può criminalizzare, il pensiero no. E le aspirazioni a favore di una reale democrazia per il territorio di Hong Kong da parte dei suo cittadini, giovani e non, non si sono fermate neppure a seguito della legge sulla Sicurezza Nazionale. 

I piccoli e grandi segnali di resistenza si sono visti e si vedono quotidianamente: le primarie per lo schieramento democratico di Hong Kong, a metà luglio, videro l’affluenza complessiva di oltre mezzo milione di persone, nonostante l’avvertimento da parte del governo della possibile illiceità di tale votazione ai sensi della nuova normativa sulla Sicurezza Nazionale.

Ancora, quando il fondatore della testata Apple Daily, il magnate dei media Jimmy Lai, venne arrestato e la sede del quotidiano invasa da una forza di 200 agenti di polizia, i cittadini, il giorno successivo, si misero in coda dalle due del mattino per comprare il giornale, in segno di supporto alla libertà di stampa e di protesta contro la brutalità della polizia e del governo.

Le commemorazioni mensili di eventi tragici, come l’attacco terroristico nella stazione di Yuen Long a seguito di una manifestazione contro il disegno di legge sull’estradizione (21/07/2019), o ancora l’aggressione indiscriminata della polizia in Prince Edward Station (31/08/2019) o la morte della quindicenne Chan Yin-Lam (22/09/2019), si sono tenute regolarmente, in violazione delle norme anti-contagio e della legge sulla Sicurezza Nazionale. I cittadini sono stati più volte identificati o arrestati in questi mesi anche per aver portato fiori bianchi agli altari improvvisati dedicati ai morti della protesta. 

Una delle più recenti grosse manifestazioni, l’abbiamo vista il 6 settembre scorso, giorno in cui, a Hong Kong, si sarebbero dovute tenere le elezioni per eleggere i membri del nuovo consiglio legislativo, appuntamento elettorale posticipato di un anno a causa del Covid19. 

Quel giorno le persone arrestate furono oltre 300.

Ricordo una manifestazione di qualche mese fa. È l’immagine più bella che mi è rimasta di Hong Kong. Una manifestazione serale di diecimila anime di fronte al carcere del distretto di Lai Chi Kok.

Era fine gennaio e i manifestanti si erano ritrovati per festeggiare il capodanno cinese al fianco dei ragazzi detenuti del movimento di protesta. Alle ore 20 iniziarono i primi cori.

Erano quasi tutti vestiti di nero.

Quasi tutti con le mascherine sul volto e il cellulare alla mano. Il Coronavirus aveva già fatto diverse vittime in Cina e le prime due o tre c’erano già anche a Hong Kong. Non si sapeva quasi nulla allora. Soltanto che poteva essere letale e che non esisteva nessuna cura. Eppure erano comunque scese in strada migliaia e migliaia di persone.

I parenti dei detenuti facevano a turno per parlare al microfono e ogni tanto venivano interrotti da cori pro-democrazia, o colpi di clacson prolungati di chi, dall’auto, decideva di dare un proprio contributo sonoro in sostegno della protesta. Qualcuno pianse. La ragazza accanto a me continuava ad asciugarsi gli occhi, commossa da parole che comprendevo a tratti.

Le note delle canzoni risuonavano a volume altissimo dalle casse accanto al piccolo palco improvvisato e le persone cantavano, con le torce dei cellulari accese che si muovevano come un’onda di luce a destra e sinistra. Confrontati alla potenza e la grandezza della Repubblica Popolare Cinese, quelle persone erano così piccole. Una formica che sfida un drago.

Eppure in quel momento, ai miei occhi, apparvero come un gigante. Un gigante di musica e luce, nascosto dietro la sagoma rigida di una mascherina.  

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