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Green&Blue e il greenwashing mediatico: Una mano di verde

Lo scorso 2 ottobre, il gruppo editoriale Gedi (Repubblica, Stampa, Secolo XIX, Espresso più altre 13 testate locali, nonché RadioDeejay e RadioCapital) ha dato il via alla pubblicazione di Green&Blue, “un hub digitale e un mensile che diventano il punto di riferimento per l’ambiente e l’economia sostenibile”, in grado di offrire quotidianamente “un prodotto comune fatto di notizie, inchieste, interviste, storie, assieme a tutte le informazioni di servizio per una comunità attenta ai comportamenti ambientalmente corretti”.

Insomma, come dichiara esplicitamente, “Green&Blue sarà una comunità in cui si confronteranno i giovani, gli ambientalisti, gli scienziati e le aziende. Per rendere più solide le radici del nostro pianeta” (Fonte). Il progetto Green&Blue è stato adeguatamente lanciato da un convegno-evento alla Nuvola di Roma, presenti tra gli altri, assieme a John Elkann (presidente del Gruppo Gedi), Maurizio Molinari (Repubblica), Enrico Giovannini (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), Claudio Descalzi (ENI) e Carlo Messina (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo). 

Imprenditori, politici, giornalisti e banchieri per la “Grande Alleanza Verde”, come recita il titolo a tutta pagina del primo numero di Green&Blue.

John Elkann è anche CEO della holding finanziaria Exor, che possiede il Gruppo Gedi, mentre Claudio Descalzi, CEO di ENI, è quello per cui il procuratore aggiunto di Milano ha appena chiesto una condanna a 8 anni di reclusione per corruzione relativamente al ruolo avuto nell’acquisto di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Exor ed ENI quindi, due aziende già orgogliosamente presenti nell’elenco delle prime 30 compagnie al mondo per inquinamento e danni ambientali (Fonte). Non un bel messaggio di presentazione.

Il terreno del presunto confronto tra “i giovani, gli ambientalisti, gli scienziati e le aziende” di cui sopra pare già sostituito dal confronto tra “i politici, i giornalisti, i banchieri e le multinazionali”, nel nome di un greenwashing mediatico di inusitata sfrontatezza. Infatti, se da un lato il mondo dell’imprenditoria multinazionale è il produttore in solido dei gas serra, dall’altro i mondi della politica, del giornalismo e della finanza sono proprio quelli che hanno mostrato tutta la loro inettitudine (premeditata o meno) di fronte alle emergenze climatica ed ecologica. Gli stessi che ora vengono a parlarci di alleanza verde. Mi dispiace, non vi crediamo. Basta.

Ma diamo un’occhiata al primo numero di Green&Blue, “benedetto” dai messaggi augurali di Bill Gates e di Papa Francesco, il primo a incarnare il mantra della digitalizzazione come chiave del successo, il secondo utilizzato iconicamente senza alcun riguardo per il suo appello alla “necessità e urgenza di una vera e propria ecologia dei media” che sia in grado di “alimentare una formazione intellettuale che ricerchi la verità per contrastare le notizie fuorvianti”.

Gli articoli si dividono in servizi giornalistici e interventi di ospiti: Carlo Petrini, imprenditore fondatore del movimento Slow Food, Gunter Pauli, imprenditore “verde” da cui ormai tutti hanno preso le distanze, famoso più che altro per la sua fila di bufale sul coronavirus, Steven Chu, scienziato passato anche per la politica come Segretario per l’Energia degli Stati Uniti, e infine Mark Carney, economista già Governatore della Banca d’Inghilterra.

Quindi, sei maschi bianchi, ricchi, di cui tre imprenditori, un banchiere, uno scienziato e un sacerdote. Età media vicina ai 70. Einstein sosteneva che non possiamo affrontare i gravi problemi globali usando lo stesso modo di pensare che li ha creati. Bene, il gruppo di ospiti chiamati all’apertura dell’alleanza verde è proprio l’espressione sociale e anagrafica della società che ha prodotto la situazione in cui ci troviamo. 

Sentiamo ora qualcuna di queste autorevoli voci: Bill Gates, innanzitutto, ci informa che “La buona notizia è che abbiamo consapevolezza del problema”. Peccato che non sia così, come egli stesso dimostra qualche riga dopo affermando che “…l’impatto dei cambiamenti climatici può essere altrettanto pesante (…) di quello del Covid-19”.

Consigliamo a Bill di dare un’occhiata alla montagna di letteratura scientifica aggiornata, ai rapporti delle Nazioni Unite, dell’IPCC (Panel intergovernativo sul cambiamento climatico) e dell’IPBES (Piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici).

La cattiva notizia della scienza, il cui parere evidentemente conta meno di quello di Bill, è che l’impatto dei cambiamenti climatici sarà molto più devastante rispetto al Covid-19, comprese le pandemie a cui le crisi sociale ed ecosistémica avranno aperto le porte.

Fantastico invece l’intervento di Gunter Pauli, che parte dal fiero presupposto che la gestione dei problemi ambientali debba innanzitutto “essere in grado di creare valore e generare guadagni”.

Con una complessità di pensiero degna di una discussione al bar, presenta una sua proposta di “modello di business pensato per ripulire gli oceani dalle microplastiche”, basato sull’uso delle alghe.

Dopo averci informati che la presenza di alghe “permetterebbe di incrementare le scorte di pesce e favorire al tempo stesso la biodiversità” (sic), Mr Pauli spiega che i costi operativi dell’intero processo con cui ci si sbarazzerebbe delle microplastiche possono essere “coperti dalla produzione di idrogeno e metano, due ottime fonti di energia pulita”.

Idrogeno e metano verrebbero ricavati da questo processo e, ci tiene a precsare, “non producono emissioni di carbonio”. Peccato che l’idrogeno non sia neanche una fonte energetica, quanto piuttosto un vettore energetico, deputato soprattutto allo stoccaggio di energia da altre fonti. Quanto al metano, Gunter, non è una “ottima fonte di energia pulita”. È un gas serra. Se poi viene usato come fonte energetica e perciò bruciato, produce CO2. Insomma, affermazioni di un’imbecillità disarmante, inaccettabili persino da uno studente di scuole medie superiori.  

Steven Chu, che è l’unico scienziato del gruppo, esordisce invece facendo un passo avanti rispetto a Bill Gates, e informandoci che “La buona notizia è che stiamo iniziando a prenderci cura del Pianeta”.

Quella cattiva la diamo noi, ed è che si tratta di una fake news.

Dopo più di 4 anni dalla ratifica dell’Accordo di Parigi, dei 195 Paesi che hanno sottoscritto il proprio impegno a limitare le proprie emissioni in modo tale da mantenere l’innalzamento della temperatura al di sotto di 1,5-2 °C, solo 2 stanno mantenendo la promessa. Ci credereste? Marocco e Gambia (fonte).

Le curve di aumento di CO2 nell’atmosfera, di innalzamento della temperatura, di aumento del livello degli mari, di crescita del consumo di combustibili fossili non si sono neanche accorte dell’accordo di Parigi. I fatti ci dicono che mentre con una mano i governi firmavano un’accordo degno di un gioco di ruolo, con l’altra hanno firmato assegni per garantire alle compagnie di estrazione dei combustibili fossili più di 5000 miliardi di dollari di sussidi pubblici (pre+post/tax, dato 2017, fonte: Fondo Monetario Internazionale, imf.org/en/Publications/WP/Issues/2019/05/02/Global-Fossil-Fuel-Subsidies-Remain-Large-An-Update-Based-on-Country-Level-Estimates-46509).

Questo non è prendersi cura del Pianeta, è prenderlo in giro.

Chu termina il suo intervento spiegando che comunque “La sfida più importante della ricerca è lo stoccaggio dell’energia”, confermando così che prendere un premio Nobel per la Fisica non implica essere in grado di usare la logica in altri ambiti – ad esempio per descrivere la realtà – non parliamo poi dimostrare una qualche forma di saggezza superiore. Insomma, alla fine è proprio il Papa – il più anziano del gruppo ma anche l’unico a non arrivare direttamente dai piani alti del Nord del mondo – il solo a portare un messaggio che parla della realtà fattuale e che mette in guardia sugli scenari che si fanno sempre più vicini.

Senza falsi ottimismi, anzi, richiamando con forza quell’onestà intellettuale che evidentemente Francesco fa sempre più fatica a cogliere nei prodotti di quello che oggi in Italia chiamiamo impropriamente giornalismo. 

Quanto ai servizi dei giornalisti, il primo numero di G&B punta a far passare un messaggio ottimista figlio della narrativa del business as usual, per il quale le azioni contro le emergenze climatica ed ecologica sono in realtà già in opera, soprattutto riguardo alle attività di estrazione dei combustibili fossili.

Ecco quindi una serie di titoli adeguatamente confezionati secondo la ricetta del greenwashing mediatico: “La nuova vita di Big Oil – Le grandi compagnie petrolifere si riconvertono alle rinnovabili”, “Finisce un’era, comincia quella dell’energia pulita”, “Addio rotte del petrolio”, “C’erano una volta le sette sorelle”, “La lunga marcia della carbon tax”.

Insomma, a quanto pare non solo le grandi compagnie del fossile stanno smettendola di far danni, ma è proprio a loro che dobbiamo rivolgerci per un futuro sostenibile e pulito. Peccato che ancora una volta le cose non stiano così.

L’estrazione e il consumo di fonti fossili non stanno diminuendo, stanno aumentando (W.J. Ripple più altri 11.262 scienziati da 153 Paesi, World Scientists’ Warning of a Climate Emergency. BioScience 70, January 2020, 12. https://academic.oup.com/bioscience).

Né le Big Oil sembrano preoccuparsene.

ENI ad esempio prevede nei prossimi 3 anni di aumentare la produzione con 2,5 miliardi di barili di nuove risorse e la perforazione di 140 nuovi pozzi esplorativi in tutto il mondo (fonte). E le rinnovabili? Be’, a loro è riservato un 5% scarso degli investimenti. Una politica societaria, quella dell’ENI, che tra l’altro vive all’ombra di continui scandali, condanne e denunce anche nel ramo comunicazione (fonte), con sanzioni milionarie per attività che vanno dal telemarketing e teleselling illeciti all’inganno diretto dei consumatori, a cui ENI ha presentato falsamente come green il carburante ENIdiesel+ ed è stata perciò condannata. 

A far da contorno a questi pezzi forti, la rivista offre infine un ulteriore piccolo ventaglio di titoli permeati di placido ottimismo: “Il fascino del vento”, “L’uomo che ricicla le case”, “Il miracolo del vino che viene dal web”, “La zucca sul tetto di Parigi”, “A cena con la volpe”, “La pasta si cuoce con meno gas”, intervallati adeguatamente da varie pagine di pubblicità di case automobilistiche, banche, venditori di energia, grandi distribuzioni di cibo.

Ma per completare l’abbuffata, Green&Blue non ci fa mancare un ultimo goloso dessert mediatico, dedicando due pagine all’“Arcipelago di Greta”, con tanto di fotografie e mini-interviste di ragazzini/e presentati come se fossero impegnati a “fare la loro parte” di fianco agli adulti, quelli del resto del magazine, e non a protestare contro di loro. Ma mentre i ragazzi di Fridays For Future si guadagnavano la prima pagina di “La Repubblica” (8 ottobre) prima ancora di essere scesi in piazza, gli attivisti del movimento Extinction Rebellion passavano due giorni e due notti incatenati ai cancelli dell’ENI a Roma, chiedendo in modo totalmente nonviolento semplicemente di poter parlare con esponenti del governo, di ENI e dei media.

Istanze del tutto inascoltate. E protesta che è stata fatta passare sotto completo silenzio mediatico. 

Avanti così, quindi, con un giornalismo d’accatto che tra politically correct e greenwashing spiana ancora un po’ di più la strada verso un futuro che da incerto sta diventando purtroppo sempre più certo.

Ora, torniamo tutti al lavoro.

Quello di non arrenderci, ovviamente.

E di fare attenzione anche a Green&Blue.

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