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Fare a pezzi la torre d’avorio: ha senso cambiare l’università dall’interno?

È di un po’ di tempo fa la notizia che il governo britannico ha deciso di bandire ogni riferimento all’anticapitalismo dai libri di testo scolastici. Le nuove linee guida del dipartimento per l’istruzione, infatti, definiscono l’anticapitalismo un’ideologia estremista, mettendolo sullo stesso piano di antisemitismo e del fascismo.

Questa messa a bando dello spirito critico e della possibilità di concepire anche solo a livello teorico e concettuale un’alternativa all’esistente mette in luce quanto il sistema in cui viviamo sia instabile e precario. Un sistema che, oggi più che mai, sta mostrando tutte le sue vulnerabilità e i suoi limiti specialmente per quanto riguarda la sostenibilità ambientale e sociale e che, proprio in ragione di ciò, andrebbe analizzato criticamente con estrema urgenza, in modo tale da capire come evitare il collasso.

Eppure il There is No Alternative di thatcheriana memoria sembra dominare il nostro orizzonte non solo presente, ma anche futuro. Né questa pandemia e la relativa crisi economica, né il disastro ambientale che ha smesso di essere un presagio funesto per prendere la forma concreta di diluvi torrenziali, caldo torrido e nevicate in spiaggia sembra che bastino per aprirci gli occhi.

Lo status quo che produce questi danni irreversibili viene naturalizzato attraverso una precisa e attenta opera di rimozione della dialettica dalla nostra storia. Quella dialettica che è alla base dello stesso divenire storico oggi la si vorrebbe silenziare, eliminare, e il modo migliore per farlo è, effettivamente, partendo dalla scuola e dalla rimozione di tutta una serie di figure storiche che pure hanno avuto un ruolo essenziale.

Certo, ciò che accade nell’Inghilterra di Johnson, si potrà dire, è un’eccezione.

Eppure, da ricercatrice e militante che attraversa lo spazio dell’elaborazione del sapere, credo che il discorso meriti di essere ampliato e di vedere come si declina anche in altri contesti. La notizia di quanto accaduto in Inghilterra mi la lasciata profondamente colpita (e sì, anche incazzata), ma assolutamente non sorpresa. È semplicemente lo sviluppo più estremo di un processo che va ben oltre i confini di un singolo stato nazione e che non attiene solo al piano della diffusione del sapere, ma anche a quello della sua stessa elaborazione come può essere, appunto, il mondo universitario. 

Germany, from Pictures of Extra Articles and Visitors to the Exhibitionca (1851) by Richard Doyle. Original from The MET Museum.

Faccio parte di quella miriade di giovani impegnat* politicamente e con una grande attrazione per lo studio e la ricerca da intendere come percorso di sviluppo personale e strumento di analisi, critica e miglioramento dell’esistente e che decidono, una volta ottenuta la laurea, di continuare nel mondo universitario provando un dottorato di ricerca, magari perché spint* dalla volontà di mettere anni e anni di studio e sacrifici “a servizio” della collettività, studiando e continuando anche a partecipare alla vita politica a partire dal proprio specifico posizionamento.

Eppure, ben presto ci si rende conto che non è così semplice rivendicare il proprio spazio di critica e autonomia di pensiero, specialmente fino a quando ci si trova in una posizione di subalternità all’interno della gerarchia universitaria.

Anni e anni di mercificazione dei saperi, di ingerenza dei privati all’interno delle università pubbliche, di tagli alla ricerca e all’istruzione e di riforme che hanno progressivamente definito la ricerca come subalterna agli interessi del mercato hanno reso sempre più difficile prendere parola liberamente e rivendicare posizioni concretamente dissonanti e alternative.

Io stessa ho perso il conto delle volte in cui mi è stato detto di essere “troppo ideologica”, perché se criticare il sistema attuale a partire dalla propria prospettiva teorica e dal proprio posizionamento politico viene considerato come uno slancio di passione politica e di ribellismo quasi adolescenziale, l’adeguarsi alla norma, il piegare la testa all’ideologia dominante viene considerato, invece, un segno di maturità.

In un recente articolo apparso su Il Manifesto, Piero Bevilacqua elenca i problemi oggettivi che impediscono a molti ricercatori e docenti di svolgere un ruolo attivo nella nostra società: implementazione della logica produttivistica, settorializzazione rigida dei saperi, precarietà che rende molti giovani ricercatori totalmente dipendenti dai loro superiori, in nome di una fedeltà che rievoca una struttura quasi feudale di organizzazione interna all’accademia.

La torre di avorio del sapere non solo è cresciuta in altezza, ma si è ormai barricata dietro fortificazioni inscalfibili: il sapere deve mantenersi lontano e distante dalla politica, guai a schierarsi, guai a prendere posizione, guai a criticare, a meno che questi spazi di critica non vengano gentilmente concessi dall’alto e inglobati nelle stesse coordinate di produttività e mercificazione che vorrebbero contestare: una nicchia di mercato, insomma, che rientra perfettamente in quell’ “anticapitalismo di sistema” perfettamente descritto da Fisher.

Ci viene richiesto di accettare sacrifici personali, lavoro non pagato, incertezza economica in nome della passione per la ricerca, ma come si fa ad essere motivati dalla passione se il nostro lavoro assomiglia sempre più a un lavoro di ufficio, fatto di criteri di valutazione da soddisfare, produttività da incrementare e omologazione degli standards? É frustrante e avvilente. 

Mi riallaccio qui a un altro articolo uscito un po’ di mesi fa e pubblicato da Stefano Portelli su Napolimonitor: se quelle sopra definite sono infatti le condizioni oggettive di vita di chi decide di intraprendere la carriera universitaria, resta poi lo specifico posizionamento di tante e tanti ricercatrici e ricercatori militanti che in questo contesto provano a inserirsi, sperando magari di cambiarlo e sovvertirlo.

É davvero possibile cambiare questa realtà è dall’interno?

É possibile rimanendo in una posizione di ricattabilità, precarietà e subalternità? Come ricorda Portelli, quello che accade troppo spesso è che questa divisione del lavoro tra militanza e ricerca si struttura sempre a vantaggio della seconda, con una sussunzione totale o quasi dei saperi critici all’interno della struttura attuale: la militanza non paga, la ricerca sì, seppure in maniera discontinua e spesso non gratificante (neanche a livello economico). 

La vampirizzazione del nostro tempo di vita e la ricerca costante di un nuovo traguardo da raggiungere (con la consapevolezza che dopo ce ne sarà un altro e un altro ancora e che l’asticella si sposta sempre più in alto) ci portano spesso a concentrarci sulla pubblicazione di articoli che non avranno alcuna diffusione pubblica e che non andranno a incidere minimamente sulla realtà che viviamo, e magari in questi stessi articoli e in queste stesse ricerche ci spendiamo totalmente, mettiamo in campo le nostre analisi più avanzate, impiegando tempo e energie che sottraiamo simultaneamente alla produzione di analisi dal basso per i movimenti che attraversiamo e che, forse, ne avrebbero più bisogno.

Germany, from Pictures of Extra Articles and Visitors to the Exhibitionca (1851) by Richard Doyle. Original from The MET Museum.

Una divisone sempre più radicale tra teoria e prassi che ci porta per mancanza di tempo o di possibilità economiche a decidere da che parte stare, ma che è davvero frustrante.

In questo, quindi, chi attraversa il mondo accademico a partire da un posizionamento politico chiaramente anticapitalista e radicale, ha una forma di responsabilità: come viene ricordato nello stesso articolo, forse ha più senso produrre analisi per un pubblico vero, sebbene questo significhi rinunciare a vedere incrementare il proprio elenco di pubblicazioni accademiche e quindi il proprio valore di mercato.

Cambiare dall’interno questo apparato risulta impossibile se non si cambiano i rapporti di forza oggettivi che regolano la nostra società nel complesso e che hanno reso il sapere privo di qualunque responsabilità in termini politici e sociali. E no, non credo di essere troppo ideologica nel dire questo. 

Oggi più che mai credo sia necessario e urgente capire come liberarci dai diktat dell’azienda università, liberarci dai ricatti sulle nostre vite, capire come diffondere le nostre analisi, le nostre ricerche, i nostri saperi attraverso altri canali, effettivamente più democratici e accessibili, permettere loro di attraversare i movimenti in modo che siano strumenti realmente utili, evitando anche un altro rischio che purtroppo sembra concretizzarsi in maniera sempre più diffusa: la cristallizzazione dei saperi anche più radicali (mi riferisco agli studi di genere, alla critical theory, agli studi postcoloniali) nella struttura di potere attuale, la loro accademizzazione che li trasforma troppo spesso in trend di discussione puramente teorica e speculativa, limitando il loro potenziale di sovversione radicale dell’esistente. 

Chi considera l’anticapitalismo un pericolo, chi lo definisce un’ideologia estremista da mettere al bando teme esattamente questo: che si dimostri in maniera chiara che un’alternativa può esistere, e anzi va costruita urgentemente. I tempi in cui viviamo sono tempi radicali che hanno bisogno di saperi altrettanto radicali, ma per farlo credo che occorra rompere l’incantesimo, rivendicare chiaramente che il sapere in sé è politico, essendo strumento per decifrare, capire, organizzare e cambiare il mondo.

Accettare passivamente il proprio destino di precarietà e isolamento all’interno delle istituzioni universitarie, nonché il dissidio interiore derivante dal sentirsi fuori luogo in un mondo che si attraversa accettando mediazioni e compromessi che non vorremmo tollerare, non ci porta da nessuna parte.

La politicità intrinseca del sapere è un valore, non un problema da eliminare, almeno se torniamo al senso originale della parola politica come vita nella polis: se non siamo noi a rivendicarlo, chi può farlo?

E questo non avverrà cercando piccoli spazi di sopravvivenza all’interno del sistema universitario attuale, ma mettendo a disposizione i propri strumenti all’esterno, affinché cambino le condizioni oggettive di vita in cui viviamo.

È una responsabilità a cui credo sia impossibile sottrarci e lo dico innanzitutto a me stessa: tante sono le volte in cui penso di dover fare una scelta tra militanza e ricerca, perché il tempo è poco e lo stress è molto e a volte è difficile reggere alla mole di cose da fare.

E’ una responsabilità che riguarda chiunque svolga un ruolo all’interno del sistema universitario, specialmente nelle università pubbliche: qualche anno fa, durante un’esperienza di studio in Brasile, rimasi molto colpita dalle parole con cui il professore di Storia contemporanea ci salutò alla fine del corso, ricordandoci che attraversare un’università pubblica non dovrebbe implicare solo la gratuità dei corsi, ma anche una grande responsabilità intellettuale nei confronti dell’intera società,perché se domani arriva nel mio studio un anziano signore che dorme per strada e che mi chiede spiegazioni sulla rivoluzione messicana io, in quanto professore in un’università pubblica, ho la responsabilità di farlo sedere e rispondere a tutte le sue domande”.

Superare il nostro isolamento in tal senso credo sia imprescindibile: siamo tant*, sicuramente vittime di dispersione e isolamento, ma siamo tant* a rivendicare uno spazio davvero libero di discussione e elaborazione del sapere, uno spazio accessibile a tutte e tutti. Coordinarci, mischiarci coi movimenti, aprirci è fondamentale.

La torre d’avorio va attaccata e distrutta, in modo che il sapere cessi di essere strumento di controllo e dominio, per diventare patrimonio comune e collettivo, e oggi ne abbiamo più bisogno che mai.

Fonti:

Pietro Bevilacqua “Il silenzio dell’università e le responsabilità del ceto politico”. www.ilmanifesto.it 02/1072020

Stefano Portelli “Fare politica o fare ricerca” www.napolimonitor.it 13/01/2020

Mark Fisher “Realismo Capitalista” Edizioni NERO, Roma, 2018

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