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Il “Game” della vita sulla rotta balcanica

“La sai la storia di quello che vestito da spazzino se l’è fatta a piedi da Atene a Stoccolma?”, ci chiede Ghanam*, sul lungomare di Trieste**. Siamo in cammino da mezz’ora. Ci vuole raccontare la sua storia lontano da orecchie indiscrete. “Si comprò una veste fluorescente e una scopa, e nessuno lo ha mai fermato o chiesto i documenti”. Ne ridiamo insieme.

Storie come queste sono frequenti fra i ragazzi in viaggio verso un pezzo d’Europa sicura: un misto di spunti fra realtà e immaginazione, fondamentale per non sprofondare e perdere la speranza. Ghanam lo sa, l’ha imparato lui stesso a caro prezzo, e oggi lo insegna a chi lo segue.

È a Trieste da qualche settimana. Stavolta ha dovuto riposarsi. L’ultimo suo “Game” è stato particolarmente faticoso. Ci aveva già provato due volte con lo stesso gruppo. Esserci finalmente riuscito, al terzo tentativo, è un risultato solo sufficiente. 

Il ‘Silos’ di Trieste, ex magazzino accanto alla stazione ferroviaria di Piazza Libertà. All’interno di questa struttura, abbandonata e fatiscente, centinaia di persone fra migranti e senza tetto hanno dormito durante i mesi estivi della pandemia. 
©Foto degli autori.
Il ‘Game’, come è noto fra tutti coloro che lo percorrono, è quel tratto di rotta balcanica percorso dai migranti per attraversare i confini fra Bosnia, Croazia, Slovenia e Italia. Il ‘game’ è eufemisticamente chiamato così perché considerato un misto fra ‘guardie & ladri’ e ‘il gioco dell’oca’: chi viene fermato dalle polizie di frontiera rischia di essere rispedito in Bosnia tramite accordi bilaterali tra i vari stati, spesso in aperta contravvenzione al diritto internazionale d’asilo.

Fra gli ‘smugglers’ sulla rotta balcanica, è tutta una questione di reputazione. Se sbagli il Game, se qualcuno viene arrestato, se la polizia picchia troppo forte, tu perdi reputazione e clienti, e al tuo prossimo Game con te non ci viene più nessuno. 

Ghanam è uno smuggler da poco, ma basta poco per imparare. Era sbarcato in Grecia nell’autunno dell’anno scorso, riuscendo ad arrivare sulla terraferma e da li continuare in Macedonia, Kosovo, Serbia, Bosnia.

Guardando le statistiche di Frontex, Agenzia Europea per il controllo dei confini, dall’inizio della pandemia, la rotta balcanica è stata l’unica rotta migratoria dove il numero di arrivi irregolari alle frontiere è aumentato. Questo si spiega parzialmente con il grande numero di persone sbarcato in Grecia nei mesi precedenti al lockdown di marzo, e che nei mesi successivi ha voluto lasciare la Grecia per arrivare in Europa centrale, restando spesso bloccata nei campi in Bosnia e Serbia. 

Zaini, vestiti e sacchi a pelo abbandonati nelle foreste fra Italia e Slovenia. 
©Foto degli autori.

A detta di Ghanam, arrivare in Bosnia non è troppo difficile. Una volta passato il confine fra Grecia e Albania o Macedonia, è raro essere fermati dalla polizia perché sanno che sei solo di passaggio. In Bosnia sono due i punti di partenza per il Game: Bihac e Velika Kladuca, punti strategici, vicini al fiume che separa Bosnia e Croazia, una zona di colline e boschi, difficile da pattugliare. 

Fonte: Border Violence Monitoring Network 
©https://www.borderviolence.eu

Chi si prepara al Game mette in borsa un cellulare, una powerbank, tre o quattro pacchetti di sigarette, cibo zuccherati e energy drinks. Il caffè lo offrono le guide, gli smugglers come Ghanam, nei rari momenti di pausa. Sono 20 giorni di cammino nei boschi, senza mai togliersi le scarpe, andando avanti a pane e sigarette. Le vesciche che ti lascia il Game sono profonde come quelle che venivano ai soldati nelle trincee durante la prima guerra mondiale.

Le vesciche ai piedi di chi arriva alla stazione di Trieste dopo il Game.
©Foto degli autori.

Lui non era venuto fin qui per fare lo smuggler. Uno zio che lavora per una ditta edile a Marsiglia ha promesso una buona parola. Ma il suo primo Game fu un disastro. Erano addirittura riusciti ad entrare in Italia, dalle parti di Basovizza, dopo sole due settimane di cammino.

Li ha fermati una pattuglia mentre scendevano il Carso alle 4 di mattina. Da li sono stati riportati in Slovenia e dalla Slovenia in Croazia, consegnati da una stazione di polizia all’altra, senza essere nemmeno schedati. 

Poi in Croazia li hanno caricati su un furgone e portati nei boschi. Gli hanno detto di levarsi le scarpe, e li hanno picchiati sotto le suole con un tubo di gomma. “Non li senti più i piedi dopo un pestaggio così, pensi che non userai mai più”.

Spaccano il vetro del cellulare con un manganello. A chi dice una parola lo forzano a sdraiarsi per terra gli camminano sulla testa, per rompergli il naso. 

@waqasashrafmuhamm

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Video di denuncia da parte di alcune persone picchiate e torturate dalla polizia Croata dopo un Game fallito.
©Video inviato agli autori, pubblicamente disponibile su canali TikTok

Poi in fila, li hanno fatti spogliare e uno ad uno attraversare l’acqua gelata del fiume Grabarska, in un punto dove la corrente non scorre troppo forte. Ghanam ha perso il resto dei soldi messi da parte dalla famiglia in quel primo Game. Non sapendo come funzionava il sistema di garanzia, cosiddetto Hawala, aveva pagato in anticipo, chiedendo al fratello di fare il pagamento tramite Western Union.

Il sistema Hawala permette a chi viaggia in maniera irregolare di avere delle garanzie sul servizio offerto dai trafficanti. Sono in pochi a viaggiare con addosso soldi in contante. La maggior parte trasferisce i soldi ad un parente/amico prima di cominciare il viaggio e poi chiede al questa persona di pagare le varie commissioni via via durante l’attraversamento di un detto confine. Il pagamento non va direttamente allo smuggler, ma ad una terza parte indicata dallo smuggler, che in cambio di una percentuale del totale, sblocca il pagamento ricevuto solamente in caso di successo dell’attraversamento del confine. In caso di arresto o tentativo fallito, la terza parte restituisce i soldi al parente/amico della persona che ha tentato l’attraversamento, e lo smuggler non prende percentuale. 

Nel secondo e terzo Game, anch’essi falliti, Ghanam si è poi indebitato ancora di più con degli strozzini suoi connazionali. “Non conoscevo del sistema Hawala finchè non me lo hanno spiegato in Bosnia. Per questo ora lo ‘smuggler’ lo devo fare io, perché la strada ormai la so, l’avrò fatta una decina di volte, e mi servono i soldi per ripagare i miei debiti e continuare”. 

Filo spinato lungo il confine fra Croazia e Bosnia, marcato dal fiume Grabarska. 
©Foto degli autori.

La storia di Ghanam è uno degli effetti distorti della politica miope e violenta dell’Unione Europe e della sua guerra ai migranti. Con una rotta legale, gente come Ghanam potrebbe richiedere un visto lavorativo a tempo determinato, arrivare in una capitale Europea in aeroplano, pagarsi qualche mese di affitto mentre cerca lavoro e perfeziona la lingua, un vantaggio per Ghanam e per l’economia degli stati d’accoglienza.

I pushback che si stanno verificando sui confini di mezza Europa sono monitorati dalla rete di organizzazioni locali Border Violence Monitoring Network. Storie come queste sono registrate da loro tutti i giorni e pubblicate nei loro report.

Per informarsi di più sulla situazione, rivolgersi alla redazione de L’Intersezionale per essere messi in contatto con gli autori di questo articolo. Gli autori di questo articolo preferiscono restare anonimi dato che la loro indagine sui respingimenti è ancora in corso. Questo pezzo è estratto da una delle varie interviste che costituiscono l’indagine, in uscita prossimamente su riviste internazionali.

*Ghanam è un nome di fantasia che abbiamo dato al nostro interlocutore per proteggere la sua identità.

**Le interviste e i fatti raccontati in questo articolo risalgono a fatti avvenuti fra Febbraio e Agosto 2020.

Questo autore è stato creato per permettere ai nostri autori di pubblicare articoli su temi delicati in modalità anonima.

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