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Linda Napikoski - https://www.thoughtco.com/1960s-feminism-timeline-3528910

La questione Transfemminista: dall’antica Grecia ad oggi

Immagine in Copertina Linda Napikoski – https://www.thoughtco.com/1960s-feminism-timeline-3528910

La questione femminista ha fin da sempre toccato tantissimi ambiti, partendo dalla vita privata a quella più prettamente sociale di chiunque abbia sentito sulla propria pelle il peso del disagio che la disuguaglianza, che parte dalla differenza fondata sulle varie identità di genere, comporta.

La storia, se analizzata in maniera trasversale, ha più volte riportato alla mente di studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori, la forte pressione che i gruppi sociali femminili hanno molto spesso dovuto subire.

Ma dalla forte repressione si è arrivati col tempo ad una forte presa di consapevolezza, di tentativo di liberazione dalle catene dell’intolleranza; ce lo insegnano l’arte, la letteratura, la musica, lo spettacolo ed anche la politica. 

L’oppressione è sempre stata forte, fin dall’antichità. Nell’Antica Grecia, ad esempio, le donne erano solamente genitrici e massaie, erano ostetriche e ancelle. In ambito sportivo, le donne greche potevano gareggiare solo contro altre donne. Nell’Antica Roma le vicende non erano differenti. 

In Epoca Medievale, basti pensare alla differenza che intercorre tra la figura della Regina e quella del Re, che vede frequentemente la prima completamente alla mercé della seconda.

Durante l’età Moderna invece si ha già un notevole cambiamento, se si pensa al fatto che le donne al potere, ovvero le Imperatricj, frequentemente avevano una forte voce in capitolo in merito alla gestione dei regni.

Si pensi ad Isabella di Castiglia, “La Cattolica, moglie di Ferdinando I, la cui immagine, seppur controversa e non esente da forti critiche per il suo essere fortemente cristiana, ebbe un ruolo importante nella gestione del Regno di Castiglia e di Léon. 

Spostandoci un po’ più verso l’età contemporanea, fin dai primi anni del ‘900 l’oppressione che le donne hanno sentito sul proprio corpo e sulle proprie vite ha iniziato a farsi sentire sempre di più, diventando a tal punto intollerante.

In molti Paesi dell’Europa, come in Inghilterra, la voce di chi viveva sotto le rigide spoglie di un sistema eteropatriarcale radicato nella società da secoli ha iniziato a scalpitare, a muoversi tra quelle madri, quelle ragazze, quelle donne che per troppo tempo avevano vissuto nel silenzio. Ma qual è stato il loro peso all’interno dei forti dibattiti femministi?   

La pressione è sempre stata forte, in realtà, considerato che le donne si sono spesso battute per far valere i propri diritti anche in epoche in cui l’oppressione machista era particolarmente intensa. Basta pensare a ciò che successe nel 1918, quando il diritto al voto fu esteso a tutte le mogli dei capifamiglia sopra i trent’anni, per poi essere esteso a tutte le donne il 2 luglio del 1928.

Di fatto, è un bene ricordare al riguardo, ad esempio,  il movimento delle suffragette, che si colloca tra i primi i movimenti a noi noti che si sono ben spesi sulla problematica. 

In Italia, il fascismo ha rappresentato un ostacolo in merito all’autodeterminazione femminile. La donna era vista in epoca fascista come moglie, madre e casalinga; la sua immagine non era concepita sotto altri aspetti se non quelli puramente legati all’immaginario collettivo che ha accompagnato la figura femminile fin dalle epoche più remote.

C’è inoltre da considerare che per ogni bambino o bambina che nasceva, veniva affidato un premio alla sua “genitrice”; insomma, il corpo della donna era totalmente strumentalizzato, spogliato della sua vera essenza.

Nel 1945 però, in seguito alla caduta del regime fascista, anche in Italia venne concesso alle persone di sesso femminile a partire dai 18 anni di poter votare, andando ad accorciare leggermente la linea che separava queste dagli uomini.

Il suffragio universale si era quindi affermato nel bel Paese, dando un po’ più aria al progresso, nonché aprendo uno spiraglio ben più grande verso un’emancipazione da tempo richiesta. 

Col tempo, il movimento dei vari corpi femminili si è fatto sempre più forte, più incalzante e tuonante, arrivando man mano alle rivolte del 1968, quando l’autodeterminazione e l’autocoscienza avevano portato le stesse donne ad una forte consapevolezza di se stesse, del fatto che anche loro avessero dei diritti su cui l’ostruzionismo politico principalmente maschile ben dibatteva.

Si parlava di aborto, di corpi autonomi, di rabbia e di intolleranza verso un sistema fin troppo sbagliato.

C’era chi urlava e chi ballava, chi dava voce ai propri pensieri e chi la voce la utilizzava come strumento di rivendicazione personale e collettiva, come conseguenza di un’oppressione tollerata da fin troppo tempo.  Si trattava di un’evoluzione, di un percorso che mutava col mutare dei giorni, col passare delle stagioni, con il cambiare degli anni, toccando tanti fili per troppo tempo rimasti intrecciati che si necessitava di sciogliere.

Rabbia e malcontento entrambi sociali avevano raggiunto un punto di saturazione, e così continuando, restando in piazza, marciando per le strade di buona parte del mondo, si è affermato il femminismo a livello internazionale. 

Con la nascita del movimento LGBTQIA+, in seguito agli Stonewall Riots del 1969, le donne trans iniziarono anch’esse in maniera ancora più sentita rispetto al passato a voler far valere il proprio essere, il proprio volersi distaccare dalla narrazione eteropatriarcale che le accostava a uomini confusi sulla propria identità, nonostante ci siano voluti anni affinché la transessualità, come l’omosessualità, venisse bannata dalla lista delle malattie mentali della OMS.

Ad oggi, da qualche anno, dopo anni di battaglie sociali di rivendicazione, di autodeterminazione ed autocoscientizzazione, si è arrivati ad una nuova ondata femminista che include all’interno del termine un’aggiunta che si definisce intersezionale; il femminismo si è trasformato in transfemminismo, coinvolgendo in tal modo al suo interno un’altra “categoria” di persone permettendo un ulteriore allargamento dell’insieme del movimento.   

Il movimento nasce anche da una base molto semplice ma per nulla scontata: è difficile, se non impossibile, immaginare cosa una donna provi sul proprio corpo nel momento in cui viene oltraggiata e violata nel suo essere, offesa sulla base di pregiudizi, considerazioni atipiche, segno di uno scadente retaggio culturale che si incammina all’interno delle strade, delle città, spesso in maniera indisturbata.

Ma sempre è stato forte il conflitto, il contrasto che ne scaturiva e che si scagliava contro quelle frasi, quelle parole che lasciano sottintendere la mancanza di conoscenza su cosa sia la parità di genere, su cosa sia il machismo e come questo possa essere purtroppo così intrinseco nei modi di fare di troppe persone, che con esso creano sottomissione, prevaricazione, sessualizzando e mercificazione del corpo femminile.

E in questo deve essere dato rilievo alla voce in capitolo che hanno sempre avuto per esempio pure le donne transessuali, che si inseriscono all’interno dei vari movimenti antisistemici prendendo parte ad un percorso che col tempo ha dato origine al prima citato transfemminismo. 

Il transfemminismo, che è rafforzato dagli studi postcoloniali e che intreccia corpi e spiriti di più donne trasgressive, è diventato un qualcosa che ha conferito ancora più vigore a quello che il femminismo ha generato nel tempo: la nascita di numerosi collettivi LGBTQIA+ o percorsi come quello di Ni Una Menos in Argentina, nato nel 2015, sono un esempio di come dalle fondamenta si voglia creare un percorso unico, collettivo, di insieme, che vada a racchiudere ed includere persone tutte diverse tra di loro ma mosse dall’intenzione di abbattere la visione patriarcale che da tempo limita la libertà di ogni donna e uomo che non sono racchiuse e racchiusi all’interno di quel panorama eteronormato gerarchizzante tanto contestato, con cui entriamo in contatto fin da piccoli attraverso le molteplici distinzioni che fortificano il binarismo di genere, rendendolo categorizzante nei confronti della maggior parte della popolazione mondiale. 

Il femminismo trans-includente si è fatto spazio anche grazie al mondo della musica ma in generale grazie al mondo dello spettacolo.  C’è chi col tempo ha ottenuto un ruolo anche all’interno delle istituzioni, chi invece pur restandone fuori comunque sfruttava ogni mezzo, come la propria musica, la propria arte, affinché potesse essere lanciato un messaggio all’insegna dell’uguaglianza, del rispetto, molto spesso trasgredendo, andando oltre ciò che è conforme, che è normale e standardizzato. 

Si toccava il non-binarismo già negli anni ‘80 del ‘900, con personaggi come David Bowie, George Michael e Freddy Mercury, che si spingevano spesso al di là dei limiti legati alla realtà di quei tempi.

Non si trattava di nulla di costruito, considerato lo spontaneismo che muoveva l’intraprendenza di queste persone che con i propri testi volevano spesso lanciare un messaggio di tolleranza.

Esistono personaggi femminili, come Janis Joplin, Madonna, Cyndi Lauper e Dolly Parton.

In un’intervista, Dolly Parton disse testuali parole:

“con il movimento per la liberazione della donna, sono stata la prima a bruciare il mio reggiseno in piazza. Ai pompieri ci son voluti quattro giorni per spegnere l’incendio”.

Insomma la cantante di “Dumb Blonde” non è tanto “stupida” come si voglia far credere. C’è inoltre da prendere in considerazione che si tratta di volti noti la cui scia, le cui orme sono state seguite anche in seguito da altre acclamate icone dello spettacolo, da quelle più di successo come Lady Gaga, Rihanna, Beyoncé, di cui è ben noto l’attivismo in relazione alle lotte transfemministe e della comunità LGBTQIA+.   

Bisogna concentrare poi l’attenzione sul fatto che esistono molte donne, sempre facenti parte del mondo dello spettacolo, che anche a livello istituzionale si sono sempre battute sulla situazione fortemente in continuo dibattito inerente la tematica transfemminista, impegnandosi quindi politicamente, portando avanti queste istanze, concentrandosi sull’importanza che a livello sociale, ma non solo, ha e deve avere la questione transfemminista, ponendo tra l’altro l’attenzione sul peso che le discriminazioni di genere, e le disuguaglianze da esse derivanti, hanno nelle tematiche affrontate nelle istituzioni stesse, denunciandole e tutelando chi delle varie ingiustizie ne è la vittima. 

Tra i vari nomi, è importante ricordare quello di Emma Watson, nota per aver interpretato Hermione Granger nella saga televisiva “Harry Potter” che, diventata ambasciatrice il 7 luglio del 2014 grazie all’UN Women, ovvero l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della parità di genere e delle donne in generale in ambito lavorativo; perché si sa perfettamente come le discriminazioni tocchino anche questo aspetto, considerando le differenze salariali che intercorrono tra un uomo ed una donna, nonché come molto spesso i ricatti subiti sul posto di lavoro da parte dei grandi uomini manager vadano a toccare la dignità di molte donne; oppure basti pensare ai limiti di accesso a determinate cariche. 

È su questo e su molte altre tematiche che subito la Watson ha preso parola ed ha espresso la sua opinione. 

Per non parlare dei numerosi contrasti che la giovane attrice e attivista ha avuto anche con persone ben note del mondo della cultura e dello spettacolo; basti pensare al caso che ha visto come protagonista J.K. Rowling, colei che ha dato vita al personaggio che ha reso la Watson nota a moltissime persone.   

Note sono le affermazioni trans-escludenti della scrittrice dei famosi romanzi, una delle quali affermava che “Se il sesso non è reale, non c’è attrazione per lo stesso sesso. Se il sesso non è reale, la realtà vissuta delle donne a livello globale viene cancellata. Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso rimuove la capacità di molti di discutere in modo significativo delle loro vite. Non è odio dire la verità”, dopo aver difeso una donna che era stata espulsa dal proprio posto di lavoro per aver sostenuto che le donne trans non sono donne perché ‘biologicamente’ nate come uomini.

In seguito a tali dichiarazioni, Emma Watson subito si è schierata in difesa delle donne trans, sostenendo prontamente che: “Le persone trans sono ciò che dicono di essere e meritano di vivere le loro vite senza essere costantemente interrogate o sentirsi dire di non essere quello che dicono di essere.” 

Le affermazioni della Rowling si vanno ad inserire all’interno di un processo politico e culturale controproducente che nasce come contrasto alle teorie progressiste sulla questione della transessualità, quella che vede come protagoniste le “terf”, ovvero le cosiddette femministe radicali trans-escludenti, le cui posizioni sono note per il loro immotivato scagliarsi contro le donne transessuali e transgender, battendosi per la tesi secondo cui le donne trans non debbano accedere agli stessi spazi delle donne “biologiche”, e che si oppongono ai diritti della comunità transgender, generando quindi una forte e drastica frattura rispetto alle avanzate sociali sul tema.   

È attraverso lo studio della storia, gli errori commessi nel passato tramandati da chi ne ha fatto parte, che possiamo capire l’importanza che tanto il femminismo, quanto qualsiasi altro tipo di movimento deve avere.

Il suo districarsi però nell’enorme tessuto sociale che investe noi tutte e tutti è sempre stato di grande ispirazione, andando ad immettersi in processi endemici alla società stessa, toccando vari ambiti, da quello istituzionale a quello artistico.

Molti sono gli ostacoli che si sono incontrati lungo questo cammino, si è visto come col tempo si sia verificato il radicarsi anche di tante problematiche che sono il prodotto di una subcultura comunque radicata all’interno dei vari settori e gruppi sociali.

Ciò nonostante, le risposte sono sempre tante, le battaglie continuano ad essere portate avanti, e le dichiarazioni sessiste e transfobiche continuano ad essere contrastate da chi nei diritti di ogni singola donna ci crede per davvero.       

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