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donna in povertà

Non è andato tutto bene

La pandemia attraversa le nostre vite completamente e da marzo ha colpito e ucciso 40.000 persone in Italia, i giornali registrano 36.000 nuovi contagi oggi stesso, mentre gli esperti annunciano che il sistema sanitario è al collasso e che la mortalità per patologie non legate al corona virus sta aumentando velocemente.

Significa che il covid uccide non solo per contagio. Viviamo un cambiamento epocale al pari degli avvenimenti che nel ‘900 molti di noi hanno visto da lontano sul finire del secolo, quasi a pensare di essere al riparo da qualsiasi stravolgimento. Rendersene conto il prima possibile ci aiuterebbe a leggerne gli effetti profondi e sconvolgenti e a condividere la necessità di immaginare le forme per reagire insieme.

Il virus ha sollevato contraddizioni e ha consolidato le certezze sulla mancata redistribuzione di risorse e diritti a livello globale, una disparità che le donne già pagavano con patrimoni economici e capacità al risparmio minori, redditi spesso legati a lavori precari o in nero e che in tempo di Covid si traduce in povertà per molte mamme sole, che oggi la Caritas identifica come le persone più a rischio di esclusione sociale.

Il divario, ormai noto, del 20% in termini di salari rispetto ai colleghi uomini e le difficoltà per le donne di consolidare le proprie posizioni professionali, oggi si traduce in sussidi insufficienti e nell’interruzione dei percorsi di autonomia economica per molte donne.

E ancora se nel corso del 2019 il 74% delle 52.000 dimissioni presso l’ispettorato del lavoro sono state presentate da madri lavoratrici, con un leggero incremento rispetto al 2018, sul 2020 possiamo aspettarci un quadro ancora peggiore per le donne che hanno perso il lavoro per far fronte alle esigenze delle famiglie, dove ancora svolgono lavori di cura verso i figli, le persone anziane e le reti parentali, pagando la carenza di infrastrutture e servizi idonei a fare fronte all’emergenza sui territori.

 “Noi siamo la cura, perché siamo consapevoli che riproduzione sociale e produzione economica sono ambiti interconnessi e che vanno ribaltate le gerarchie di valori e priorità. Rimettere al centro la cura comporta riallineare gli obiettivi, i tempi, gli strumenti”

ci dicono le donne della Casa internazionale delle donne riunite nell’Assemblea della Magnolia.

Mentre ci avviciniamo al 25 novembre, sappiamo che non è andato tutto bene e dopo 8 mesi dal decreto di marzo intendiamo preservare con le unghie e con i denti gli spazi di socialità comunitari che costituiscono dispositivi di cura e di reazione collettivi.

Lo abbiamo fatto in questi mesi con le attività di una Casa che rappresenta un punto fermo per molte donne che vogliono supporto, abbiamo prodotto materiali multilingue come strumenti di consapevolezza sulla violenza domestica, abbiamo pensato un corso di formazione per operatrici sugli strumenti di uscita dalla violenza, abbiamo continuato ad alimentare le pratiche femministe e transfemministe, promosso cultura e arte e solidarietà per stringere sorellanze, affinché nessuna si senta sola, isolata, smarrita anche se distante.

Lucha y Siesta già dal nome esprime la volontà di dare spazio e di dare tempo alla lotta e al riposo, di stabilire in maniera autonoma le coordinate dell’emergenza ,dell’urgenza, della pausa e propone, cosi, a chi la attraversa uno sguardo critico e in grado di formulare le risposte comuni alle incertezze del presente perché nel futuro nulla potrà tornare ad essere come prima.

La Casa delle Donne Lucha y Siesta a Roma è un luogo materiale e simbolico di autodeterminazione delle donne contro ogni discriminazione di genere. Un esperimento innovativo e riuscito: un progetto politico che promuove nuove formule di welfare e di rivendicazione dei diritti a partire dal protagonismo femminile; un progetto ibrido tra casa rifugio, casa di semiautonomia e centro antiviolenza; un progetto nato dalla lotta e dall’autorganizzazione delle donne che da più di 11 anni fornisce informazione, orientamento, ascolto e accoglienza.

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