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Locandina Jules et Jim

Potremmo sviluppare un modello alternativo per amarci?

Per parlare di un tema come questo, ho bisogno di un’introduzione. Se fossimo in presenza, credo sarebbe il gesto di posare sul fuoco un bollitore bello pieno, o se preferisci una moka di quelle non tanto grandi e un po’ usurate. Visto che invece tu stai leggendo qualcosa che io ho scritto in molti luoghi e molti tempi differenti da questo che ora vivi, permettimi di iniziare parlando di libri: una citazione è sempre una splendida introduzione. 

Credi che potremmo sviluppare un modello alternativo per amarci? 

Sono le parole che ho scelto per presentarti Frances la protagonista del romanzo di Sally Rooney, Parlarne tra amici (S. Rooney, Conversation With Friends, trad.it. di M. Balmelli, Parlarne tra amici, Einaudi, Torino, 2017).

È una buona domanda, è la domanda che tutti i personaggi delle narrazioni sulle non monogamie si sono posti, e ci pongono, nella storia della letteratura occidentale. In fondo è quello che chiede la stessa Madame Bovary con la sua tragedia tutta ottocentesca, ed è quello che chiede Kathrine in Jules et Jim con il suo titanismo scagliato oltre un ponte. (H.P Roché, Jules et Jim, Adelphi, Milano, 1994 e ovviamente la sua riscrittura cinematografica firmata da Truffaut).

Scena dal film di Truffaut

Frances, però, è l’unica finora che io abbia incontrato che lo fa con una chiara consapevolezza e allo stesso tempo con una mite banalità. Frances non ha l’eccezionalità quasi mostruosa di Kathrine ed è, per molti aspetti, erede dell’ordinarietà triste di Bovary: è una ragazza come tante, una millenials bianca di classe media americana, intellettuale senza reale stima per il proprio pensiero, bisessuale senza scandalo, incapace di esporsi sul piano emotivo, ci lascia nella mente un retrogusto decadente e spaventato nel quale, spiace dirlo, ho finito per rispecchiarmi fin troppo. Forse per questo l’ho trovata insopportabile. 

Tutti gli altri protagonisti, va detto sono molto più amabili: perfino la ricchezza patinata e ostentata di Melissa, moglie di Nick, è perdonata dalla maturità e gentilezza con cui lei accetta la relazione del marito con la sua giovane amica, dimostrandosi in fondo capace di archiviare i suoi problemi da primo mondo bianco.

Nick, nella sua passiva gentilezza, si rivela pur sempre in grado di prendere scelte difficili e coraggiose, scongiurando il rischio di diventare patetico. Bobbi, ex-compagna di Frances e sua migliore amica, vera mente dietro la poesia e vera paladina e teorica della loro sessualità, è però in assoluto il mio personaggio preferito: perfino nelle sue sbavature, nelle sue piccole pecche, non riesco a non farmi affascinare tanto dalla pienezza di vita che mette nei gesti e nelle parole, quanto dal pensiero brillante e dalla sua convinzione. Bobbi difende da subito, con tutto l’ardore argomentativo che la distingue, la nuova esperienza di Frances, e lo fa senza timori davanti a tutti: 

Marianne si è chiesta se la non monogomia fosse un orientamento, tipo essere gay, e se alcune persone fossero non monogame “per natura”, e questo ha indotto Bobbi a far notare che nessun orientamento sessuale è per sé “naturale”. […] Ha detto che la monogamia si fonda su un modello di vincolo, modello che asseconda i bisogni degli uomini nelle società patrilineari consentendo loro di tramandare il patrimonio alla loro progenie, tradizionalmente agevolato dal diritto sessuale su una moglie. La non monogamia potrebbe essere fondata su un modello alternativo, ha detto Bobbi. Qualcosa di più simile all’accordo spontaneo. 

Quando ho letto la prima volta questo pezzo ho trovato di un’eleganza affascinante quell’ipotesi insoluta: “la non monogamia potrebbe essere…”. Di nuovo un dubbio, proprio quello di Frances, perfino nella assertiva e sicura voce di Bobbi. L’unico momento che brilla di certezza è quello in cui Frances chiarisce la sostanza della sua nuova consapevolezza: 

Adesso vedo che niente si riduce a due persone e neanche a tre. La mia relazione con te è anche il frutto della tua relazione con Melissa, e con Nick, e con il tuo bambino, eccetera. 

La proposta di questo romanzo è, in fondo, tutta in questo passaggio della lettera che lei scrive a Bobbi: le relazioni esistono sempre e solo come reti di rapporti che comprendono l’individuo come nodo e che si tessono nell’esistenza di tutti gli altri nodi, di tutti gli altri rapporti in essere. Siamo tutti parte di costellazioni. Anche Melissa, quando aveva accettato la relazione tra l’amica e il marito, lo aveva fatto perché sapeva che Nick, ora che Frances è nella sua vita, è più felice anche nel loro matrimonio. 

Ma come già ti ho detto, questo romanzo il dubbio non lo cancella: si può amare davvero così? Troveremo nuove regole, nuovi modi? 

Sui social, da anni ormai, si muovono comunità di persone in carne e ossa, non più di carta, che cercano di dare risposta a questa domanda. Su facebook troviamo dei gruppi chiusi, posti dove cercare un confronto e un aiuto perché gli amici, quando parli di certe cose, è difficile che riescano a togliersi dagli occhi il pregiudizio (basta leggere la quarta di copertina del romanzo di Rooney per renderci conto che “poliamore” o “non monogamia” sono ancora parole tabù e che per vendere è molto meglio dare l’idea che la risposta sia “no, solo la monogamia funziona e chi dice il contrario mente”).

Questi gruppi si trovano facilmente, basta cercare la parola “poliamore”, o “anarchia relazionale”, o “non-monogamie etiche”. I tre termini significano (quasi) la stessa cosa: poliamore è quello più in voga nei media, ma in realtà potrebbe essere definito una sottocategoria delle non monogamie etiche di cui fanno parte, tra gli altri, fenomeni di polisessualità.

La differenza intuitiva è che nel poliamore si hanno rapporti affettivi ed emozionali con più persone, nella polisessualità si hanno rapporti sessuali con più partner ma non è detto che il coinvolgimento emotivo sia centrale nei rapporti.

Il punto che accomuna questi due macro insiemi è l’eticità, vale a dire l’attenzione al consenso di tutte le parti in causa: tutti sono d’accordo, tutti sanno tutto (o sanno che c’è qualcosa che hanno scelto di non sapere, nel caso viga l’assetto chiamato “Don’t ask don’t tell”).

L’anarchia relazionale è un sottoinsieme particolare del poliamore: è quella conformazione relazionale dove c’è molta fluidità tra i rapporti, dove non c’è una coppia principale e altre relazioni meno strette (in questo caso si parla di poliamore gerarchico) e dove spesso i confini tra amore e amicizia sfumano e si fanno labili. 

Questa è chiaramente la mia proposta di etichette per come le ho capite e incontrate in questi anni, ma non prenderla per assoluta: anche le etichette da queste parti sono piuttosto anarchiche.

Ad ogni modo la narrativa ha iniziato a malapena ad occuparsi del tema lasciando da parte i catastrofismi, figuriamoci se risente di tante sottigliezze semantiche e lessicali. In compenso basta una veloce ricerca online per rendersi conto che serie tv, youtube, riviste di costume e televisioni italiane ed estere stanno iniziando a interessarsi sempre più assiduamente al tema (se ancora non l’hai fatto, guarda Sense8).

Anche per questo non mi sembra opportuno riproporti una troppo accurata disamina in termini accademici del tema (se vuoi approfondire ti consiglio di iniziare dai classici divulgativi La Zoccola Etica e Più di Due, ma se preferisci letture più accademiche allora è da notare Più cuori e una capanna. Il poliamore come istituzione, a cura di E. Grande e L. Pes. In inglese del 2009 esiste Understanding Non Monogamies di Barker e Langdridge, mentre in italiano, meno strettamente aderente al tema ma molto interessante, consiglio anche Ancora Bigotti di Vallauri), quanto piuttosto ti vorrei raccontare una storia piccola e privata che spero motivi in ottima parte anche il perché ho voluto scrivere questo pezzo (oltre al fatto che amo parlare di libri). 

La storia inizia con un bel flashback a qualche tempo fa (mi sembrano anni ma, realisticamente, credo sia passato qualche mese) quando ho ritrovato un reperto di mia archeologia personale risalente all’era dei quattro, cinque anni.

Di sicuro alla preistoria, a quando non sapevo ancora scrivere e certo non tenevo diari. Un libricino autoprodotto e qualche foto di scuola sono più o meno tutti i resti che ho per ricostruire quel tempo e il libricino è quello che ci interessa qui.

Sono pochi fogli di carta semplice, un po’ ingiallita, su cui la scrittura di mia madre ha tracciato le parole di un racconto e una matita molto incerta le ha illustrate con immagini orrende ma molto chiare.

Lasciando perdere tutto il contenuto, quello che importa è il finale perché, come ogni storia che si rispetti, tutto deve finire con un bel matrimonio tra l’eroe e la principessa.

Forse non ero molto originale da piccola, in fondo. Il fatto è, però, che qui le principesse sono due, una a destra e l’altra a sinistra dell’eroe, tutte e due con il loro bel vestito da sposa stilizzato.

Questo spiega perché oggi, se dovessi invitare a cena tutte le persone che amo non avrei abbastanza sedie?

Forse no, forse bisogna aggiungere che la mia casa è davvero piccola e che non con tutte queste persone ho relazioni aperte, ma resta un fatto interessante. Di certo va detto che crescere in una famiglia sexpositive e di mentalità molto aperta ha aiutato, anche se la pressione sociale è stata forte per molto tempo.

La prima volta che sono andata da una psicologa è stato proprio per chiedere se ci fosse qualcosa di sbagliato nel mio modo di amare, se fosse una sorta di bug di sistema.

Sono stata fortunata e ho trovato una persona molto intelligente che mi ha detto l’unica cosa che si può dire al riguardo: l’importante è essere chiari con se stessi e con gli altri. Sante parole. Però un conto è dirlo e un conto è farlo.

Soprattutto all’epoca, tredici anni fa, quando di poliamore non si parlava in giro e al massimo di diceva “coppia aperta” ma restava, e questo forse resta anche oggi, uno stigma enorme sulla sessualità femminile.

Mi sono sentita dare della troia solo molto velatamente e un po’ mi dispiace perché mi sarebbe piaciuto fare polemica, però in compenso a un certo punto, grazie a un amico di cui non farò il nome, mi è stato chiaro che anche in ambienti che secondo me sarebbero dovuti essere sicuri e aperti, una come me era materiale da una notte e via, ma di certo non da “cosa seria”.

Poi va detto che le coppie aperte, se non sono corredate da molto lavoro sul consenso, sulla comunicazione e sull’onestà, sono la cosa più tossica che mi sia capitato di provare.

Mi è successo di ritrovarmi dentro a una costellazione (termine che indica la rete di relazione tue e de* tu* partner) in cui io sapevo tutto, ma in cui altr* non sapevano niente. Tremendo.

E poi c’era il senso di colpa: la sensazione di non far sentire abbastanza amat* l’altra persona, perché dedicavo più tempo a quell* altr*, perché l’altra era la relazione principale, perché, perché, perché… perché in fondo continuavo a sentirmi in difetto. Peggio ancora.

E poi, quando mi ero rifugiata da anni in una situazione monogama (bellissima relazione per molto tempo con un uomo a cui voglio ancora un mondo di bene e che ringrazio tantissimo) ho sentito per la prima volta parlare del poliamore. È stata una cosa difficile da spiegare, come se pezzi di qualcosa di rotto andassero a posto dentro di te e finalmente potessi vedere il quadro intero. A fulminarmi più di ogni altra cosa è stata l’idea di persone che ci ragionassero, senza partire dall’idea che fosse impossibile vivere con gioia i loro sentimenti, cancellando l’idea che fosse sbagliato e basta. 

Non è passato molto tempo da allora, ma a me paiono vite, perché da lì in poi è stato tutto molto più veloce, molto più semplice.

Oggi convivo con un’uomo, ho relazioni più o meno stabili con altr* in cui il sesso a volte è coinvolto, a volte no, ma dove so di poter sempre dare il giusto nome ai miei sentimenti. Nell’ultimo anno penso di aver fatto l’amore con una decina di persone diverse, alcune le ho amate, altre le amo, altre no, e so di poter parlare di tutto con tutt*. Avete presente cosa vuol dire poter parlare al* tu* compagn* di cosa provi per un* altr*?

Non c’è nessun anfratto del mio cuore da tenere nascosto, niente che non possa essere amato per com’è! La gelosia esiste, le difficoltà ci sono, le timidezze, le paure, le insicurezze, c’è tutto, ovviamente, come in ogni relazione. Però vuoi mettere? 

Fine della storia. 

Con questo articolo voglio invitare tutti ad abbracciare la glitterata via del poliamore? No, ovviamente. Voglio solo dire che è una delle tante misteriose manifestazioni delle relazioni umane, e che esistono persone intorno a noi che cercano riconoscimento e visibilità, diritti per poter vivere il loro modo d’amare. E rappresentazione, ovviamente. 

E allora, se sei uno scrittore, scrivilo un romanzo sulle non-monogamie (etiche) in cui nessuno debba morire male per redimere la sua scellerata lussuria. E se sei un lettore, sopporta Frances e leggiti Sally Rooney, che non è male.

Comments (3)

  • Michele Pierri (www.micheleslot.it)

    Mi fa piacere che esistano persone come te, che semplificano la vita tentando semplicemente di dire le cose come sono, senza arrovellarsi e mantenendo una onesta comunicazione con tutti. Mi ha particolarmente colpito la tua frase “anche in ambienti che secondo me sarebbero dovuti essere sicuri e aperti, una come me era materiale da una notte e via, ma di certo non da ‘cosa seria’.”, perchè non ne capisco nè ne capirò mai il senso, come se un qualsiasi rappporto umano possa essere slegato dai sentimenti che una persona ci suscita. Significa che ci sono persone che abbandonano la natura umana per farsi guidare solo dalla esteriorità, dalla libidine fisica ? Può darsi, ma non riuscirò mai a comprenderlo, io che per avvicinare una persona ne debbo prima avere stima, anche senza averla mai prima vista, non è con l’immagine fisica che si fanno amicizie…

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  • Marco Picchianti

    Parole che mi suonano piacevolmente familiari, di nascita o adozione, per radici date o cercate e scelte: parte nota, disinvolta, a suo agio nel muoversi in casa; e non importa se è la prima volta che nella casa vi entra, perché già – in misteriosa corrispondenza – ne era parte. Nota, appunto.
    Così, attraverso citazioni, riassunti, commenti e opinioni, questo pezzo mi ha descritto un mondo di cui ri-conosco l’esistenza dentro e fuori di me.
    Grazie.
    Certo che può essere: perché lo è.
    Trasparenza, lealtà, verso se stessi e – necessariamente – verso l’altro, chiunque e “quanti” sia. Sperando che l’altro capisca e non solo – questo sarebbe il minimo familiare – rispetti: perché è bello non sentirsi soli nel proprio essere unici. E se il rispetto ti dona lo spazio per essere, la comprensione – in qualche modo – lo condivide.

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  • Safir

    Grazie per quest’articolo, elegante, informativo e personale al tempo stesso. Poliamore… non è per tutti/e, ma se viene spontaneo è grandemente liberatorio. Mi fa sentire integro, che non devo più rinunciare ad una parte di ciò che provo, affrontando con serenità la sfida di essere autentico nell’amore, sempre, con tutte e con tutti.

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