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DECRETI SICUREZZA: UN PASSO INDIETRO PER L’ACCOGLIENZA

Il tema migrazione è un tema difficile da trattare, si sa, ma nessuno avrebbe mai pensato che si potesse arrivare alla creazione di leggi così crudeli come quelle create ed approvare dal governo Giallo-Verde. Anche se girano già nuove bozze di legge a riguardo, ad oggi la situazione rimane quella introdotta nel 2018 dai Decreti Sicurezza, che delineano un quadro inquietante per tutti i migranti. Cominciamo dall’inizio.

Fino al 2018 l’ordinamento italiano prevedeva la protezione umanitaria che consentiva di rimanere in Italia a tutti quei migranti che non rientravano nello status di rifugiato (Convenzione di Ginevra del 1951), né nei criteri previsti per la protezione sussidiaria dell’Unione Europea, ma che per ragioni umanitarie, dai problemi di salute alle conseguenze di disastri naturali, non potevano fare ritorno nei loro Paesi d’origine.

La protezione era stata introdotta precisamente nel 1998: durava un anno e poteva essere convertita in un permesso di lavoro che rendeva così possibile accedere ad un lavoro retribuito sul territorio italiano, all’assistenza sanitaria e ad un permesso di viaggio.

Questo tipo di protezione era regolata dal Testo Unico sull’immigrazione che applicava anche il così detto “asilo costituzionale” previsto dalla Costituzione Italiana (art.10).  Nonostante la Costituzione Italiana e il Testo Unico sull’immigrazione, l’onorevole Matteo Salvini, nel corso del suo passaggio al governo da ministro dell’Interno, ha deciso di eliminare la protezione umanitaria con i cosiddetti Decreti Sicurezza.

Queste nuove leggi nazionali regolano anche altri aspetti della sicurezza nazionale ma ai fini di questo articolo è bene analizzare i punti che hanno cambiato (in peggio) il sistema d’accoglienza italiano, già in forte crisi. Questi punti riguardano: i tagli ai Centri di Accoglienza Straordinari, la modifica dei requisiti per l’accesso ai Sistemi di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati e l’eliminazione della protezione umanitaria.

Tagli ai Centri di Accoglienza

Analizzando il primo punto è essenziale chiarire che, prima dei Decreti Sicurezza, in Italia il sistema di accoglienza si articolava in due momenti: il momento in cui i migranti venivano inseriti nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), identificati ed assistiti da un punto di vista medico e da quello legale perché era lì che potevano avanzare la richiesta d’asilo; e il momento in cui i migranti, che avevano ottenuto la protezione ma anche quelli in attesa di risposta, venivano spostati nei centri “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati” (SPRAR) dove potevano lavorare grazie a percorsi di integrazione sociale senza rischiare di essere trasferiti nel caso non avessero avuto nessun altro posto dove andare.

Con l’introduzione delle nuove leggi nazionali, i CAS si sono visti ricalibrare i fondi sulla base del numero di migranti ospitati che si è tradotto, come si può facilmente immaginare, in un taglio di risorse pesanti: come spiega il rapporto di Amnesty International Italia, i CAS con 50 migranti hanno sofferto un taglio per die del 25%, cioè da 35 euro al giorno a 26,35 euro al giorno, mentre i CAS che ospitano dai 51 ai 300 migranti hanno sofferto un taglio per die del 28%, cioè da 35 euro al giorno a 25,25 euro al giorno.

È evidente che, trattandosi di un taglio linea te, dunque praticamente uguale per piccoli o grandi CAS, il peso maggiore l’abbiano subito le strutture più piccole le quali si si sono viste costrette a tagliare attività e personale, riducendo l’efficienza del servizio scaricata dunque interamente sulla pelle dei migranti.

Per dare un’idea farò un breve elenco di alcuni dei servizi caduti sotto la mannaia della legge voluta da Salvini: nei CAS non è più obbligatorio insegnare l’italiano ai migranti, che dunque, non possono acquisire la chiave per la loro integrazione, rimanendo così sempre emarginati, esclusi in partenza. Ancora, i migranti non vengono più supportati nella preparazione delle interviste con le Commissioni Territoriali che decideranno l’esito della loro richiesta d’asilo.

Un provvedimento volto a minare la loro unica possibilità di ricevere protezione e di rimanere su territorio italiano. Sempre secondo il rapporto di Amnesty International Italia, tra i servizi drasticamente ridotta anche l’assistenza psicologica, che a causa del taglio ai fondi dei CAS, è sparita; fortemente rivista anche la presenza del mediatore culturale presente, nelle piccole strutture, per 50 minuti di tempo a migrante al mese è ancora meno, appena 19 minuti e 30 secondi al mese in quelle più grandi.

Questo significa che i migranti non solo non possono e non potranno superare i loro traumi che spesso incidono anche sulla loro salute fisica, ma hanno e avranno difficoltà anche nell’interagire all’interno dei centri non avendo il supporto di un mediatore culturale che conosce la loro lingua e la loro cultura.

Il modello di accoglienza più colpito da questi tagli rimane comunque quello dell’accoglienza diffusa, ovviamente il più virtuoso visto che rappresentava un’alternativa valida ai CAS già sovraffollati prima del 2018. Secondo questo modello i migranti vengono smistati in appartamenti singoli.

L’accoglienza diffusa ha subito un taglio per die del 39%, dai 35 euro al giorno ai 21,35 che, come spiega Omizzolo, devono bastare per l’affitto dell’appartamento, le bollette, le spese mediche e i beni di prima necessità. Un chiarissimo attacco all’accoglienza che funziona.

Modifica dei requisiti per l’accesso ai Sistemi di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati

Oltre ai tagli che hanno sofferto i CAS, i Decreti Sicurezza non hanno risparmiato nemmeno il secondo step dell’accoglienza, infatti, dal 2018, possono accedere allo SPRAR solo ed unicamente coloro che hanno ottenuto la protezione internazionale da rifugiato o quella sussidiaria.

Rimangono fuori tutti coloro in attesa di una risposta, che sono costretti a rimanere all’interno dei CAS i quali, stracolmi, quasi non riescono più ad accettare migranti.  I tagli ai CAS e la modifica d’accesso agli SPRAR hanno portato ad una marginalità sociale di individui appartenenti già a gruppi vulnerabili. Non ci dobbiamo immaginare i CARA e gli SPRAR come hotel a 5 stelle, sono al contrario strutture sovraffollate e spesso male organizzate nei quali, i migranti, che vorrei ricordare essere umani, si sentono prigionieri.

Se molti di noi hanno perso letteralmente la testa per 3 mesi di lockdown, nonostante si fosse a casa, con tutti i comforts e la possibilità di cure, comunicazione ed assistenza, immaginiamo invece loro, chiusi in questi centri in attesa di una domanda e poi ancora negli SPRAR fino all’ottenimento di un lavoro, di un salario minimo. E ancora non basta, nonostante tutto si taglia, si toglie a chi non ha più niente, nemmeno la dignità.

L’eliminazione della protezione umanitaria

Ma al peggio non c’è mai fine. Salvini ed il suo team hanno aggiunto un altro ostacolo sulla strada per l’ottenimento della protezione nazionale: hanno deciso di eliminare la protezione umanitaria e di sostituirla con le cosiddette protezioni speciali che si possono ottenere solo in casi specifici, per esempio, nel caso in cui un migrante non rientri nella definizione di rifugiato e non possa dunque ottenere né l’asilo, né protezione sussidiaria ma che, tornando nel proprio paese, va incontro a persecuzione o tortura. 

L’aspetto, per me, più grave dell’introduzione di questa protezione speciale sta nel fatto che ai migranti che riescono ad acquisirla è vietato l’ingresso allo SPRAR poiché, secondo le autorità, da un momento all’altro le condizioni che hanno portato ad assegnargli questa protezione speciale potrebbero cessare e far tornare dunque il migrante ‘serenamente’ a casa.

In altre parole, il fatto che da un momento all’altro per il migrante potrebbe cessare il rischio di poter essere perseguitato o torturato una volta rientrato a casa, lo renderebbe ‘indegno’ di iniziare un processo di integrazione sociale: meglio lasciarlo di fatto per strada, senza un posto dove poter stare, senza saper parlare la lingua locale.

Ma se chi ha scritto i Decreti Sicurezza si fosse fatto guidare un po’ meno dalla malafede, dal razzismo e dalla propaganda politica avrebbe avuto modo di rendersi conto che ‘storicamente’, dopo un colpo di Stato, le persecuzioni cessano temporaneamente per riprendere dopo, una volta che il putsch sia normalizzato, non che i militari o chi per loro decidano di ‘convertirsi’ ai diritti dell’uomo.

Questa è solo fantapolitica. Fa parte delle protezioni speciali inoltre anche il permesso di soggiorno per calamità riconosciuto quando un migrante non può tornare nel proprio paese a causa di un temporaneo e straordinario disastro naturale. Questa protezione dura 6 mesi, dopo di che il migrante rischia di rimanere senza permesso e di diventare, di fatto, illegale, di cadere nella rete del lavoro nero, del caporalato.

E poi come se gli effetti di un disastro naturale estremo durassero solo 6 mesi. Anche il permesso di soggiorno per cure mediche fa parte delle protezioni speciali: un migrante che versa in una pericolosa situazione di salute può non tornare nel suo paese di origine.

Questa protezione dura un anno, ed anche qui, le tempistiche mi sembrano completamente sbagliate: come si fa, in un solo anno a trovare una soluzione per una persona che versa in gravi condizioni di salute?

Per ottenere invece il permesso di soggiorno per atti di particolare valore civile, il migrante deve compiere azioni di grande valore civico: allora il permesso può essere convertito in un permesso di lavoro o di studio. In sostanza: se sei un eroe bene, altrimenti tornatene al paese tuo. Abbiamo poi il permesso di soggiorno per casi speciali, volto a tutelare le vittime di violenza domestica che, si noti bene, abbiano il coraggio di denunciare l’aggressore o che siano vittime di sfruttamento lavorativo e che anche qui denuncino. 

La sostituzione della protezione umanitaria porta inevitabilmente a due grandi problemi: l’emarginazione sociale e l’illegalità.

Ad oggi è molto più difficile ottenere una protezione speciale visto che i criteri sono ben definiti e anche più stringenti rispetto alla vecchia protezione umanitaria che non aveva un elenco di casi specifici, per cui, molte persone che prima avrebbe ottenuto una protezione umanitaria adesso si ritrovano per strada, senza nessun permesso di soggiorno, nessuna protezione, senza la possibilità di ottenere lavoro ed alloggio.

Non c’è da meravigliarsi se poi queste persone finisco nelle mani della criminalità organizzata o dei caporali contribuendo a diminuire di fatto il livello di sicurezza nel Paese. Solo l’Onorevole Salvini pensa infatti che per risolvere il problema dei migranti irregolari bastino i rimpatri ma questa è la famosa logica dello struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia pensando di essere invisibile. L’idea che un rimpatrio sia una cosa semplice, infatti, è falso. L’Italia non ha sottoscritto accordi con tutti i Paesi di provenienza dei migranti, in più questi rimpatri non solo sarebbero estremamente onerosi ma richiederebbero un tempo molto lungo per essere completati. 

Alla luce di tutto questo mi viene da chiedere: ma Decreti Sicurezza per chi? Non per i migranti che, una volta arrivati, vengono ammassati nei CAS già sovraffollati e, ad oggi, ancora più impoveriti. Non per loro ai quali i tagli effettuati da questi decreti tolgono la possibilità di imparare la lingua del posto, prepararsi al meglio per ottenere una protezione e dunque essere regolari, essere seguiti ed aiutati per superare traumi troppo profondi anche solo per essere raccontati.

Non per loro, ai quali viene tolta anche la possibilità di creare sentieri d’integrazione sociale, vengono così lasciati soli, ognuno al proprio destino.

Non per loro, catalogati in base alle situazioni: se non rientri in quei parametri, via, tornatene a casa tua anche se rischi la pelle per violenze, perché non mangi o perché non hai soldi per la tua sopravvivenza.

Non per loro, a cui hanno provato a vietare anche l’atto d’iscrizione al registro anagrafico come per dire “non esisti”, per annullarli, ancora, di più. Decreti sicurezza per chi?

Nemmeno per “gli italiani” perché la marginalizzazione, l’esclusione sociale e le difficoltà di ottenere un permesso regolare portano risorse umane alle associazioni a delinquere, quelle criminali e quelle di stampo mafioso.

Ma non sarà che questi decreti, che ledono diritti fondamentali sanciti da trattati internazionali e nazionali, sono stati partoriti, e non sono ancora stati aboliti, per mera propaganda politica? Per ottenere qualche voto in più o per non perderne qualche altro?

Ai posteri l’ardua sentenza diceva qualcuno. L’unica cosa certa è che qui si gioca con la vita delle persone e questo è inaccettabile, mai, in nessun caso.

Aggiornamento

Fortunatamente i Decreti Sicurezza, però, sono stati recentemente modificati. Anche se il passo avanti compiuto dal governo Conte 2 non scioglie il nodo della macchinosità del sistema d’accoglienza che resta tortuoso e inefficiente. Vediamo, ora, le modifiche apportate dal governo.

Nonostante la protezione umanitaria non torni ad essere quella che era prima dei decreti sicurezza, alcuni interventi del governo hanno modificato i decreti del Ministro Salvini con effetti non del tutto negativi: si allunga la lista dei criteri per i quali i migranti possono ottenere permessi speciali e si estende quella permessi speciali che possono essere convertiti in permessi di soggiorno. I problemi però restano: la presenza di criteri rende comunque molto difficile l’acquisizione di una protezione poiché nel caso in cui il migrante non rientri specificatamente nella casistica prevista si potrebbe ritrovare senza permesso speciale nonostante una situazione di fragilità. È questo il motivo per cui molte ONG chiedevano la re-introduzione della protezione umanitaria pre-decreti sicurezza che non prevedendo un elenco specifico di criteri, ma definizioni a carattere generale, consentiva ai migranti di poter rientrare più facilmente nelle indicazioni generale previste per la tutela.

Ma andiamo avanti proseguendo ad analizzare le modifiche del Conte bis. I decreti sicurezza avevano escluso dagli SPRAR, il secondo step dell’accoglienza, i richiedenti asilo: con le modifiche del governo invece, ora i richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale potranno accedere entrambi al nuovo Sistema di Accoglienza ed Integrazione, all’interno del quale si creeranno percorsi di integrazione sociale. Percorsi comunque diversi a seconda si tratti di un richiedente asilo o di un beneficiario di protezione internazionale.

Le nuove norme del governo attuale consentono inoltre, anche ai semplici richiedenti, in attesa di conoscere il responso della propria domanda d’asilo, di accedere a percorsi di integrazione sociale. Si ritorna così allo scopo originale alla base dello SPRAR: inserire il migrante nella società italiana togliendolo, di fatto, da una situazione di fragilità e allontanandolo dal rischio emarginazione sociale.

Andando avanti, nel decreto presentato da Salvini venivano specificate le sanzioni per tutte quelle navi che operavano soccorso in mare e che non potevano entrare nei porti italiani. Con le modifiche applicate dal governo Conte bis, invece, le sanzioni sono sensibilmente ridotte, passano da un milione a 50mila euro senza il sequestro dell’imbarcazione che resta, invece, solo nel caso la nave reiteri la violazione.

Con le modifiche ai DL Sicurezza si accorciano inoltre i tempi di permanenza nei Centri per il rimpatrio ed i tempi legati all’ottenimento della cittadinanza italiana. Prima i migranti potevano rimanere all’interno dei Centri per un massimo di 180 giorni, ora ne sono previsti 90. Tempi più brevi anche per la cittadinanza: se prima uno straniero doveva attendere 4 anni per diventare cittadino italiano, adesso il massimo dell’attesa viene ridotta a 3 anni.

Sul divieto per i migranti di iscriversi a registro anagrafico ricordo solo che è stato dichiarato quasi subito incostituzionale.

L’intervento del governo Conte bis, dunque, ha di fatto migliorato i Decreti Sicurezza ereditati dal ministro Salvini, ma limitatamente. Nonostante i ritocchi apportati dalla ministra Lamorgese ai Dl resta in piedi tutta una struttura che non solo tende a non considerare l’umanità del migrante ma penalizza tutta quella parte di società civile che cerca di salvare vite umane via mare e già terra. Finché, dunque, non verrà istituito un modello d’accoglienza virtuoso non potremo dirci soddisfatti e non potremo smettere di chiedere a gran voce norme che effettivamente ed efficacemente tutelino la vita di tantissime persone soltanto in cerca di un futuro migliore e che invece si ritrovano a vivere ai margini di una società che li rende sempre più fragili e li spinge verso l’illegalità.

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

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