TOP
moschea

Storia ed evoluzione del femminismo islamico: Intervista a Renata Pepicelli

Per molti occidentali, “femminismo islamico” appare come un binomio inconciliabile, due entità che non riescono a coniugarsi in una dimensione unica. Ciò accade perché l’Occidente guarda al mondo islamico ancora con uno sguardo carico di troppi pregiudizi, oltre che con una percezione deformata da una narrazione mediatica che non rappresenta la realtà nella sua interezza. Quando i media ci raccontano i paesi di religione musulmana (che non sono solo arabi) tendono a omologare, come in un unico monolite, realtà fra di loro molto diverse.

All’interno di queste singole realtà, nazionali o appartenenti a macro aree (pensiamo per esempio al Medio Oriente), la condizione della donna si presenta differenziata per i diversi livelli di scolarizzazione e di occupazione o per i ruoli svolti nell’ambito delle carriere pubbliche e private. Tale condizione trova la sua ragion d’essere nel contesto legislativo, storico, sociale e religioso di riferimento.

Nel corso degli anni in ognuno dei paesi interessati sono nati e si sono sviluppati movimenti femminili che si battono per la liberazione delle donne, per l’affermazione della loro indipendenza e per il riconoscimento della loro dignità sociale. Tutto questo è avvenuto e avviene con modalità spesso diversificate proprio perché il contesto nazionale di riferimento è differente.

È quindi un grave errore quello di uniformare in un unico contesto storico, sociale ed economico i paesi musulmani e i movimenti delle donne che si sono sviluppati nel loro interno nel corso degli anni.

Focalizzando l’attenzione sul movimento del femminismo islamico osserviamo che esso presenta come elemento di novità quello di agire all’interno dell’ambito religioso, cercando di valorizzare il ruolo della donna e la parità tra i sessi, ispirandosi alle fonti islamiche e soprattutto ad una loro nuova e diversa interpretazione.

Il Corano viene oggi interpretato in chiave patriarcale, riconoscendo all’uomo un ruolo predominante nell’ambito della società musulmana. Ma proprio perché si tratta di una interpretazione non può assurgere a dogma e anzi può, e di fatto si sta iniziando a farlo, essere soggetta a interpretazioni maggiormente attente a forme di egualitarismo fra i sessi. 

Ma il tema del femminismo nei paesi di religione musulmana non può esaurirsi solo nei movimenti che operano nell’ambito di un contesto religioso. Esiste tutto un complesso di associazioni e movimenti di natura laica che da anni si battono per la liberazione delle donne nei paesi a maggioranza musulmana.

Sono molti i contributi di studiose e intellettuali in tale ambito e si susseguono gli approfondimenti che mirano a far sì che il femminismo islamico raggiunga una sua dignità di pensiero anche nell’ambito dei movimenti femministi occidentali, i quali spesso tendono ad assumere un atteggiamento di superiorità nell’ambito delle lotte per l’emancipazione della donna.

Per conoscere maggiormente il fenomeno dei movimenti femministi nell’ambito della società islamica abbiamo rivolto alcune domande a Renata Pepicelli, professoressa associata di Storia dei paesi islamici e islamistica presso l’Università di Pisa, studiosa di fenomeni legati alle questioni di genere, autrice dei volumi “Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme” e “Il velo nell’Islam: storia, politica, estetica nei paesi arabi e islamici” (entrambi pubblicati dalle Edizioni Carocci).


D. Per molti occidentali, soprattutto non addetti ai lavori, la locuzione “femminismo islamico” potrebbe apparire contraddittoria in quanto, nell’immaginario collettivo, la figura della donna nel mondo islamico appare lontana da una condizione di liberazione quale quella che presuppone, almeno classicamente inteso, il termine femminismo. Secondo te questa è una opinione confutabile alla luce delle esperienze dei movimenti delle donne nei paesi di religione musulmana? Quindi in senso lato cosa si intende per “femminismo islamico”? in cosa si differenzia rispetto ai movimenti femministi dei paesi occidentali?

R. Per molti l’espressione femminismo islamico rappresenta un ossimoro, una contraddizione in termini. Tuttavia, dobbiamo segnalare che esiste una lunga esperienza di movimenti femministi all’interno del mondo islamico, anzi una pluralità di movimenti, sia di natura laica che religiosa.

Con l’espressione femminismo islamico ci riferiamo a un femminismo che agisce all’interno di una cornice religiosa, un movimento che chiede la revisione di codici di legge considerati ingiusti, che rivendica la revisione di istituti patriarcali e di concezioni misogine, il tutto a partire dalla rilettura dei testi sacri, quali il Corano, gli Hadith e la Sunna.

In questo contesto, il termine femminismo spesso viene messo in discussione proprio da coloro che vengono solitamente identificate come femministe islamiche. Si tratta quindi di una espressione da tenere fra virgolette, in quanto molte di coloro il cui nome viene associato a questa categoria non vi si riconoscono e questo in quanto considerano il femminismo un prodotto della storia occidentale che ha contribuito alla colonizzazione dei paesi islamici.

Quindi più che parlare di femministe islamiche, si deve parlare di donne che lottano per l’uguaglianza di genere, per il riconoscimento dei diritti delle donne, per la pari dignità sociale e che considerano il termine femminismo islamico una etichetta spesso affibbiata da studiose occidentali.

Tuttavia vi sono anche donne che, battendosi per una reinterpretazione dei testi sacri dell’islam, si ritrovano in questa definizione e la accettano per descrivere il loro operato, la loro azione. Siamo di fronte ad una galassia di posizionamenti molto vari e l’uso di questo termine, femminismo islamico, ha finito per inglobare posizioni diverse.

Anche in occidente abbiamo dei movimenti femministi che agiscono all’interno di una cornice religiosa (pensiamo per esempio alle figure di donne rabbino, oppure in ambito cristiano ricordiamo la grande tradizione di affermate teologhe). Tuttavia, in occidente il femminismo nell’ambito di una prospettiva religiosa è maggiormente marginalizzato all’interno dei movimenti femministi. 

Infine segnalo che le femministe islamiche spesso sono critiche verso il femminismo occidentale in quanto questo ha spesso un atteggiamento pregiudiziale verso la religione e verso l’islam, una religione spesso considerata in contraddizione con i diritti delle donne, tema questo che le femministe islamiche confutano con forza.

D. Sarebbe interessante capire quando e come nascono i movimenti femministi in seno al mondo islamico e soprattutto confrontarli con le esperienze più recenti. Un confronto generazionale fra i movimenti femministi storici e le nuove organizzazioni sorte contestualmente alle primavere arabe.

R. Per tracciare una storia del movimento femminista nel mondo islamico dobbiamo risalire al periodo che va dalla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, quando inizia a diffondersi un primo e importante dibattito sul ruolo della donna nella società e nella cultura araba.

In quegli anni il mondo arabo è fortemente influenzato da movimenti di pensiero di stampo riformista, che aspirano a rifondare il mondo arabo, e recuperare l’arretratezza dei loro paesi che appare più stridente nel confronto con l’Europa che sta estendendo i suoi imperi coloniali.

Nasce così un dibattito su quale ruolo la donna debba avere nelle società arabe. Nel 1899 viene pubblicato un testo molto importante di Qasim Amin dal titolo “La liberazione della donna”, un testo che aprirà un grandissimo dibattito all’interno del mondo arabo, con sostenitori e detrattori nei confronti delle sue tesi.

Amin sostiene che la condizione della donna deve migliorare, deve essere assicurato l’accesso all’istruzione, la partecipazione alla vita pubblica, riconoscendo alla donna un ruolo determinante per far sì che la società araba possa evolversi. Intanto all’inizio del XX secondo cominciano ad affermarsi anche voci di intellettuali donne.

Sono scrittrici, poetesse, intellettuali che iniziano a rivendicare uno spazio per la donna, per la sua istruzione, per la sua vita pubblica ma anche per la sua emancipazione nella vita privata, per esempio anche nell’uso del velo. All’inizio del XX secolo l’Egitto è al centro del fermento culturale che attraversa il mondo arabo, e nel 1923 vede la luce l’Unione Femminista Egiziana, fondata da Hoda Sha’rawi (attivista pioniera del movimento femminista egiziano e arabo, ndr). Sha’rawi dopo pochi mesi dalla fondazione della associazione partecipa a Roma ad un congresso internazionale sul diritto di voto alle donne.

Ciò dimostra che tali questioni erano già dibattute in Egitto nei primi anni del secolo scorso. In realtà nella prima parte del ‘900 fioriscono in tutto il mondo arabo, dalla Palestina alla Tunisia, associazioni di donne che si battono per avere maggiore peso nella società, per avere maggiori diritti. Queste rivendicazioni si intersecano con la lotta contro la colonizzazione.

Quindi i movimenti delle donne nel mondo arabo hanno più di un secolo di storia. Ad oggi ci sono tre grandi correnti: una è quella del femminismo laico, che agisce all’interno di una cornice che si rifà alle grandi convenzioni internazionali, per esempio quella dei diritti umani o contro le discriminazioni di genere, che non fa riferimento alla religione come orizzonte di lotta; la seconda è il femminismo islamico, che parte dall’idea che i testi sacri promuovano l’uguaglianza fra uomini e donne e che sono state le interpretazioni date nei secoli scorsi ad aver generato le discriminazioni di genere presenti nelle società islamiche; la terza categoria è quella dell’attivismo di genere all’interno dei movimenti di militanza islamica. 

Con le primavere arabe del 2010 e 2011, ma anche con i grandi movimenti di massa del 2019 e 2020 (Algeria, Sudan, Libano, Iraq), è emerso un grandissimo protagonismo femminile, con le donne in prima fila a rivendicare diritti, democrazia, libertà. Sono emersi nuovi movimenti femministi, come quelli di giovani donne in rottura con le generazioni precedenti, con posizioni definibili post femministe. In alcuni contesti le rivendicazioni di uguaglianza si esprimono anche attraverso un riferimento alle teorie queer. È il caso ad esempio di gruppi presenti in Tunisia.

D. Il modo in cui le donne si organizzano e portano avanti le loro battaglie e le loro rivendicazioni non è omologabile in tutto il mondo musulmano. È possibile fare delle distinzioni a seconda del paese di riferimento o dell’area geografica? E se sì, quali sono le principali differenze che emergono per esempio fra i movimenti femministi dei paesi dell’area nord africana e di quelli dell’area mediorientale (Iran per esempio)?

R. Quando parliamo di condizione della donna nel mondo islamico dobbiamo sempre parlarne al plurale, mai al singolare.

È un errore molto comune, in cui cascano molti giornalisti e anche una diffusa opinione pubblica, che decontestualizza la donna dal suo paese, dalla sua classe sociale, dal suo vivere o meno in zone rurali o urbane.

C’è differenza fra donne che vivono nelle grandi metropoli come Il Cairo, e quelle che invece vivono in campagna; c’è differenza fra donne con alto livello di istruzione e donne analfabete.

Tutte queste dimensioni vanno intersecate fra loro se vogliamo veramente capire le condizioni, perché da paese a paese cambia la storia, cambiano le leggi cui le donne sono sottoposte.  Per esempio in Tunisia le leggi sono molto progressiste, mentre in Arabia Saudita le donne sono private di molti diritti. In Tunisia per esempio esiste una legislazione sull’aborto che garantisce l’autodeterminazione delle donne che intendono interrompere la gravidanza.

Quindi le differenze sono estremamente necessarie quando parliamo delle donne e dei movimenti femministi. Questi infatti nascono sì da un pensiero comune ma poi si modellano a seconda dei contesti e delle lotte che in ciascun contesto bisogna portare avanti e che possono essere molto diverse.

Anche nello stesso contesto nordafricano ci sono situazioni diverse, ho appena citato la Tunisia dove le donne hanno una storia di diritti molto diversa da quella delle donne egiziane o algerine. Ogni contesto va analizzato a sé.

L’Iran che citavi nella domanda è un contesto molto diverso, lì la condizione della donna ha conosciuto delle trasformazioni importantissime nel corso dell’ultimo secolo, sia sotto il regime degli Shah che nella Repubblica Islamica. In conclusione direi che pur essendoci dei punti di contatto fra i movimenti, vanno sempre fatte le dovute differenze.

D. Un aspetto particolarmente interessante è quello legato alla possibilità per le donne musulmane di impegnarsi all’interno delle istituzioni religiose. Si parla al riguardo del “jihad delle donne”, ovvero la sfida delle donne di ricondurre la religione islamica alla sua originaria essenza che non prevedeva discriminazioni di genere. Interessante al riguardo è la parabola di Amina Wadud, la prima donna a condurre la preghiera del venerdì dinanzi ad una ummah mista di fedeli, uomini e donne. A lei sono seguite molte altre donne, che guidano regolarmente la preghiera in diversi paesi occidentali. Come valuti questa novità e pensi che si possa diffondere anche nei paesi arabi? Infine pensi che questo tipo di esperienza possa avere delle ripercussioni e fare da volano nel processo di liberazione delle donne nel mondo islamico?

R. Il dibattito è ampio anche in seno al cosiddetto femminismo islamico. Tuttavia, non tutte hanno appoggiato la scelta di Amina Wadud di condurre la preghiera mista. Ci sono anche altri casi in Europa, per esempio quello danese, ed evidenziano molte criticità.

Siamo di fronte a posizioni minoritarie all’interno del pensiero riformista. Si tratta di posizionamenti interessanti perché ampliano e approfondiscono il dibattito sul ruolo delle donne all’interno delle moschee, come leader religiose. In alcuni paesi, come per esempio in Marocco, sono state istituite delle guide donne con il compito di consigliare altre donne. Tuttavia ricoprire il ruolo di imam e porsi di fronte ad una congregazione di uomini e donne è argomento divisivo all’interno della comunità.

Si nota tuttavia una relativa crescita dell’esperienze delle cosiddette “moschee inclusive”, dove si registrano aperture anche verso tematiche come l’omosessualità. Difficile dire quanto queste correnti potranno realmente diffondersi. Al momento stiamo parlando di contesti e realtà ancora molto marginali, che però esistono e vanno considerati. 

LEGGI ANCHE: Femminisimo islamico: il personale è (sempre) politico

Post a Comment