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AFROFUTURISMO: spazio di resistenza nera

Definizione

Approfondire le diramazioni della corrente culturale, identitaria, socio-politica ed artistica dell’Afrofuturismo rappresenta un processo di scoperta, identificazione e ribellione. Dal punto di vista personale e collettivo, in quanto  giovane donna nera afroitaliana.

Analizzando la sua esplosività, profonda critica sociale associata al potere dell’immaginazione mi àncoro al presente attraverso una visione alternativa, afrocentrica e ultraterrena che sfida la contemporaneità; mi colloco nel futuro immaginando mondi caratterizzati da infinite possibilità e autodeterminazione; mi aggrappo al patrimonio africano dal quale traggo spunti per reinventare la realtà.

Il termine Afrofuturismo, coniato da Mark Dery nel suo libro ‘Flame Wars: The Discourse of Cyberculture’ indica una “narrativa speculativa che tratta temi afro-americani e affronta le preoccupazioni afro-americane nel contesto della tecnocultura del XX secolo – e più in generale, una significazione afro-americana che si appropria di immagini tecnologiche e di un futuro artificiale migliore”.

Viene interpretato da Ytasha L. Womack, autrice di ‘Afrofuturism: The World of Black Sci-fi and Fantasy Culture’, come un mezzo che “proietta le persone di discendenza africana nel futuro, in una dimensione dove il concetto di razza non è altro che una creazione”. 

E’ definito da Ingrid LaFleur, curatrice d’arte e afrofuturista come “un modo per immaginare possibili futuri attraverso una lente culturale nera” e “(un modo) per incoraggiare sperimentazione, reimmaginare identità e attivare la liberazione”.

Da queste parole si possono individuare alcuni aspetti centrali, che saranno poi approfonditi. La centralità della soggettività nera e afro-americana (afrodiasporica), il contesto socio-politico come punto di partenza per una prospettiva decolonizzata e postcoloniale, l’esplorazione temporale a livello utopico e la dimensione tecnologica.

Dal momento che l’Afrofuturismo si estende in molteplici campi, mi concentrerò principalmente sulla sua evoluzione letteraria e musicale. 

Evoluzione letteraria

Lo sviluppo della corrente si intreccia a quello della fantascienza. Entrambi i generi nascono dalle storie scientificamente e tecnologicamente ispirate del XIX secolo: elementi come l’utopia, il gotico e il viaggio fantastico vengono ripresi, aggiornati e adattati ai cambiamenti sociali e della scienza.

Si parla di una “letteratura speculativa” incentrata sull’esperienza della comunità afro-americana attraverso, ad esempio,  il racconto di Charles Chesnutt (1887, “The Goophered Grapevine”), i romanzi di Edward Johnson (1904, “Light Ahead for the Negro”) e Mark Delany (1857 Blake, o the Huts of America).

Nel secondo dopoguerra, si assiste a una rivalutazione popolare del genere fantascientifico. Nel quale si poteva di trovare un senso e una spiegazione alle rapide trasformazioni che il popolo statunitense stava vivendo. In questo clima, le scrittrici e gli scrittori afrofuturist* decidono di rafforzare il legame con la comunità sci-fi: il sodalizio comincia negli anni ‘60 e ‘70 con le opere pionieristiche di autrici e autori ner* come Samuel R. Delany, Octavia E. Butler, Charles Saunders e Jewelle Gomez. 

La sensibilità afrofuturista, insita nella letteratura,  si fonda su una missione politica: un’espansione del raggio d’azione del lavoro di recupero storico portato avanti da intellettuali ner* oltreoceano nel corso di duecento anni. Il cui obiettivo non riguarda solamente la storia del passato, ma anche del futuro.

Scenari distopici assumono un peso diverso per una minoranza oppressa e la consapevolezza che deriva dall’importanza vitale di decostruire e combattere questi immaginari distruttivi emerge in modo evidente.

L’alienazione nera, a cui fa riferimento W. E. B. Du Bois con l’espressione “double consciousness”, in questi contesti ideali non può che intensificarsi.

Kodwo Eshun parla di “interventi cronopolitici”, possibili grazie alla flessibilità spazio-temporale del genere, come atti che aumentano la nostra consapevolezza di cosa possa significare vivere in realtà future in quanto persone nere.

Se l’afrofuturismo degli inizi si preoccupava dell’esistenza o meno di un futuro per quest’ultime, quello contemporaneo si focalizza sulla persistente rilevanza individuale  e collettiva della razza.

Un interessante paragone può essere fatto tra due autori della prima metà del XX secolo come W. E. B. Du Bois e George S. Schuyler e le autrici contemporanee Octavia E. Butler e Nalo Hopkinson

I primi si contraddistinguono per il modo in cui affrontano le tematiche comuni: i rispettivi racconti “The Comet” (1920), “Black Internationale” insieme a “Black Empire” (1936-1938) affrontano il modo in cui la comunità afrodiasporica potrebbe ritagliarsi uno spazio in future realtà.

Le seconde sono certe del protagonismo nero. L’intersezione tra le categorie di razza, genere, geo-politica e storia permette di arricchire la letteratura precedente e di immergersi in narrazioni costellate da mutazioni genetiche, eroine nere  (Fledging, Dawn, Parable of the Sower e Lilith’s Brood), viaggi temporali, dilemmi tecnologici (Ganger) e contesti afrodiasporici. 

Evoluzione musicale 

La musica jazz rappresenta il punto di partenza del costante percorso afrofuturista.

A partire dagli anni ‘40, ‘50 e ‘60 attraverso musicisti come Sun Ra e Lee “Scratch” Perry, che si riconoscono come discendenti di alieni venuti sulla terra per preparare l’umanità all’eventuale destino tra le stelle.

Sun Ra incarna l’immaginario afro-tecnologico: negli anni ‘70 cancella la propria identità terrena affermando di provenire dal pianeta di Saturno; crea un personaggio mitologico il cui aspetto deriva dal misticismo egizio; compone con la sua band Arkestra musica espressione del suo cosmonautismo.

A loro si aggiungono Ornette Coleman, Pharoah Sanders e Alice Coltrane. Negli anni ‘70 a Chicago e Detroit, luoghi di post-industrializzazione e desolazione, esso emergere nel  suono funk psichedelico e nell’estetica di George Clinton e dei Parliament-Funkadelic.

Negli anni ‘80 a Detroit,  tre giovani neri  (Juan Atkins, Derrick May, Jeff Mills: The Belleville Trio) guidati dal loro interesse per la musica elettronica europea e il funk di G. Clinton danno vita alla musica techno degli inizi. Tra gli anni ‘90 e 2000 il genere vede DJs come Spooky: That Subliminal Kid.

Atlantic Records - Atlantic Records
Fonte: Atlantic Records – Atlantic Records

Il contesto contemporaneo a chi crea musica a quel tempo, caratterizzato da razzismo, capitalismo, disuguaglianza e alienazione, spinge alla creazione di visioni alternative e suoni intrecciati alle tecnologie emergenti attraverso i quali condurre una resistenza sociale, politica e identitaria. Si passa dai viaggi spaziali di Sun Ra, quelli cosmici e di stampo indiano di Coltrane e Sanders alle incursioni sonore stupefacenti di Clinton e alla ripetitività ipnotizzante e trascendentale della techno. Ciò che non cambia è la volontà di creare spazi al di là dei limiti terrestri, razzializzati e oppressivi. Per quanto riguarda la musica rap ci sono artisti come Public Enemy.

La filosofia afrofuturista viene definita “intersezionale” perché permette a soggettività nere afro-diasporiche di affrontare la complessità dell’identità nera da un punto di vista che prenda in considerazione genere e sessualità. Nel campo musicale questo è visibile nel lavoro di Erykah Badu, dalla fine degli anni ‘90, con le sue immagini eccentriche e sperimentali usate nei video e per le copertine degli album. In quello di FKA Twigs, che modifica i confini di R&B e pop.

Nell’originalità e sperimentazione di Kelis e Nicki Minaj all’epoca di Pink Friday. Missy Elliott, lottando contro il predominio maschile del genere rap e R&B degli anni ‘90, è riuscita a innovare, contraddistinguersi e ad aprire la strada per le altre musiciste.

Coreografia, dimensione visuale, fashion e agency sessuale sono alcuni degli elementi che ha rivoluzionato. Janelle Monaé, nell’album di debutto The ArchAndroid (2010), adotta la cornice dell’espressionismo tedesco di Metropolis (realtà distopiche, tecnologia) e costruisce un percorso che combina musica orchestrale, denuncia socio-politica, la vulnerabilità personale.

Il terzo album Dirty Computer (2018), concept album accompagnato da un lungometraggio, esplora l’interazione tra individualità nera e tecnologia, autodeterminazione di genere, di razza e sessuale, sullo sfondo di una realtà oppressiva. Solange Knowles, con il progetto A Seat at the Table (2016), esprime la capacità di conciliare una precisa estetica artistica raffinata e minimale, un suono potente nella sua delicatezza ed esplosivo nei testi, la consapevolezza delle sfaccettature e del peso dell’esperienza afro-americana negli Stati Uniti.

Riflessioni sulla corporeità in quanto donna, sulla sovrapposizione della categoria di razza, genere e sessualità, sul significato delle disuguaglianze di classe e sulla costruzione di spazialità di emancipazione continuano a essere elaborate anche musicalmente e visivamente.                                             

Afrofuturismo contemporaneo

L’astrattezza di questa sensibilità di stampo fantascientifico, storico e identitario abbraccia la necessità di soluzioni concrete e quotidiane. Dal momento che l’immaginario collettivo, nutrendosi  del passato e del futuro in modo afrocentrico, permette di decostruire e ricostruire il presente in modo attivo. E’ una questione di resistenza e di innovazione. A questo proposito emerge la rilevanza di chi lavora nelle arti visuali, nell’elaborazione teorica e nell’ibridismo artistico. Sia dalla Diaspora africana e dall’Africa stessa.

Nel primo caso faccio riferimento al campo del design, dell’architettura, del cinema e delle arti. Atang Tshikare, artista e designer sudafricano che gestisce uno studio chiamato Zabalazaa Designs ispirandosi alla mitologia africana.

Gli architetti Diébédo Francis Kéré e Kunlé Adeyemi, rispettivamente da Burkina Faso e Nigeria, negli anni recenti hanno avuto la possibilità di vedere il loro talento riconosciuto. A Kéré fu commissionato  il design del Serpentine Pavilion presso Kensington Gardens a Londra nel 2017.  Adeyemi vinse il Leone d’Argento alla Biennale di Architettura di Venezia del 2016 per la sua Makoko Floating School (scuola galleggiante): parte del suo progetto legato a costruzioni per regioni affette da alluvioni.

Adji Dieye, fotografa italo senegalese, con il progetto Red Fever analizza l’impatto del socialismo in Africa e ipotizza un sistema globale eterogeneo.  Osborne Macharia, di Nairobi, il cui lavoro fotografico afrofuturista gli ha permesso di collaborare con Marvel per l’uscita del film Black Panther.

Quest’ultimo rappresenta il consolidamento globale di una visione futurista di un’Africa innovatrice, autonoma e intoccata dal colonialismo. Sia l’opera letteraria sotto forma di fumetti scritta da Ta-Nahesi Coates sia quella cinematografica diretta e co-scritta da Ryan Coogler permettono a soggettività nere, complesse e fantastiche di prendere vita senza decontestualizzarle dalla nostra realtà.

La regista keniota Wanuri Kahiu con il suo cortometraggio sci-fi Pumzi (2010), ambientato in un’Africa post-apocalittica, ha ottenuto il premio come migliore del genere al Festival di Cannes. Infine, la prospettiva intersezionale è incarnata da artiste come Ellen Gallagher che indaga schiavismo e nerezza attraverso un linguaggio visivo personale; Kara Walker che affronta razza, genere e violenza attraverso media differenti; Renee Cox, il cui afrofemminismo  è incentrato sulla corporeità e sulla liberazione individuale in chiave socio-politica.

Nel secondo, parlo della riflessione critica e teorica all’interno del movimento. Il concetto di Afrotopia di Felwine Sarre, intellettuale e filosofo senegalese, co-direttore con Achille Mbembe degli Ateliers de la Pensée di Dakar. Sarre scrive:

Gli scrittori africani che vivono la diaspora hanno rivolto lo sguardo sul continente a partire dall’altrove del loro esilio. Il loro luogo di ancoraggio li porta a pensare la sintesi culturale, le identità nomadi e circolari ma anche a sognare e a “fantasmare” l’Africa. L’Afrotopos è questo spazio del possibile che non si è ancora realizzato ma in cui niente di insormontabile ne impedisce l’avvento.” 

In Afrotopia, libro uscito nel 2016, viene adottata una prospettiva postcoloniale dal punto di vista delle narrazioni relative all’Africa. Si tratta di intraprendere un processo di decolonizzazione (della produzione) del sapere, di contronarrazione afrocentrica e di ricostruzione del sistema continentale e globale.

L’Afrofuturismo rappresenta un universo che nel corso del tempo e dello spazio è mutato e continua a farlo, ma che mantiene come centro fondante l’interpretazione e la trasformazione della realtà di oppressione sistematica attraverso l’utilizzo di piattaforme molteplici e multiformi.

L’immaginazione, la manipolazione della storia e delle dimensioni spazio-temporali permettono alla comunità afrodiasporica di immaginare futuri a cui aspirare perchè realizzabili.

L’alterità, l’alienazione e lo spaesamento geo-socio-politico vissute sulla propria pelle in quanto afro- _________ non vengono negate, ma riconosciute, traslate e ribaltate in realtà dove soggettività nere godono di libertà, autodeterminazione e controllo della tecnologia. L’Afrofuturismo è radicale, fluido e rivoluzionario. 

Fonti

Approfondimenti 

Afroitaliana, dalla provincia di Verona e dal Ghana. Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore (Firenze). Mi interesso di femminismo post- e decoloniale, identità e spazi femministi, studi africani, culturali e di genere. Collaboro con la rivista online inGenere e con la comunità di scrittura creativa Women Writing Berlin Lab, dove scrivo prosa e poesia. Innamorata di musica, arti, letteratura e cinematografia.

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