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L’ascesa del capitalismo: Crediti e Creditori

Nel 1960 diciassette colonie africane raggiunsero l’indipendenza dalle potenze coloniali. Da questo decennio in poi, arrivando fino all’alba del nuovo millennio, tutti i territori sottoposti a poteri coloniali raggiunsero faticosamente, non senza sanguinose guerre prima contro i colonizzatori e poi tra le forze interne ai diversi paesi , l’indipendenza politica. 

Già negli anni 50′, dopo che molti possedimenti delle potenze coloniali nel sud est asiatico e nel medio oriente avevano raggiunto la loro indipendenza, si poneva il problema dell’entrata di queste nuove entità statali nel sistema economico e politico mondiale. 

Il mondo capitalistico occidentale decise, sotto la bandiera a stelle e strisce, di aiutare questi nuovi paesi a svilupparsi seguendo la linea guida della modernizzazione. Le agenzie multilaterali, nate all’indomani degli accordi di Bretton Woods, come il F.M.I. e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo insieme alle agenzie per lo sviluppo createsi all’interno dei singoli stati, incominciarono a emettere prestiti verso i paesi “sottosviluppati”.

Negli anni 50′ si credeva che lo sviluppo di questi territori sarebbe stato di facile raggiungimento e nel sottosviluppo veniva identificato l’ostacolo ideologico e di pensiero al raggiungimento della modernità.  Seguendo la teoria sviluppista della modernizzazione si pensava che dietro lo sviluppo economico sarebbero arrivati anche:  urbanizzazione, tecnologie, consumo e cambiamenti sociali e culturali. La soluzione ai problemi di inadeguatezza delle infrastrutture, di mancanza di esperti e tecnologie e di apparati governativi corrotti, veniva quindi trovata nell’apertura a capitali esteri, nell’arrivo di esperti dai paesi “ex” colonizzatori e nella formazione degli apparati burocratici, a supporto di un “buon governo”, presso le scuole occidentali; soluzioni che legavano i futuri nuovi stati a una dipendenza forse ancor più pesante di quella coloniale vera e propria.  

Raggiunte le indipendenze questi paesi si ritrovarono a dover gestire un apparato statale ed economico che non erano in grado di portare avanti, una volta che i poteri coloniali lasciarono il campo ai nuovi stati. Gli aiuti dalle agenzie multilaterali continuarono a fluire negli stati indipendenti e ugualmente le agenzie unilaterali, createsi nei paesi ex colonizzatori, continuarono a mantenere un certo controllo sugli stati appena liberati sotto forma di ingenti prestiti per lo sviluppo politico, sociale ed economico.

Si credeva che lo sviluppo di questi territori sarebbe stato di facile raggiungimento se si fossero seguiti i dettami della modernizzazione. Ma quando sul finire degli anni 60′ ci sia accorse che lo sperato sviluppo tardava a venire si iniziarono a levare delle serie critiche alla teoria della modernizzazione. 

In primo luogo, non abbandonando totalmente l’ottica evoluzionista, si pensava che lo sviluppo tendesse naturalmente al raggiungimento del progresso occidentale, ma gli studi antropologici misero in risalto la differenza di percorsi possibili per il raggiungimento della stessa modernità.

In secondo luogo la teoria modernista assume che le culture locali e i tradizionalismi sono ostacoli allo sviluppo, Norman Calls invece tramite l’ “ actor orientated research” vide che le popolazioni autoctone erano si favorevoli al cambiamento, ma se fosse arrivato con i loro modi e nei propri interessi. E’ da queste critiche che nella prima metà degli anni 70′ si fanno avanti delle teorie dello sviluppo che trovano le loro radici ideologiche nel marxismo.

La teoria marxista metteva come punto cardine l’ineguaglianza del sistema capitalista e identificava il sottosviluppo come risultato di ineguali relazioni di potere tra i paesi donatori e i paesi riceventi, spostando l’attenzione sui “basic needs” e quindi sul combattere la povertà dei singoli gruppi piuttosto che promuovere un industrializzazione coatta.

Dal comune background marxista deriva la teoria che viene chiamata “teoria della dipendenza” che considera il capitalismo come sistema espropriativo e lo sviluppo come processo ineguale dove le nazioni ricche si arricchiscono e quelle povere si impoveriscono, secondo questa teoria infatti i paesi non sono sottosviluppati, ma non gli è stata data la possibilità di svilupparsi a seguito delle espropiazioni del periodo coloniale e post-coloniale.

Collegato alla teoria della dipendenza vi è il modello centro-periferia\nord-sud, che evidenzia come durante l’epoca dell’imperialismo le economie periferiche furono integrate nel sistema capitalistico mondiale, ma su basi ineguali: materie prime si muovevano verso il centro dove venivano impiegate per la produzione manifatturiera della madrepatria, rendendo in questo modo le periferie dipendenti dal mercato estero e incapaci di far progredire la propria manifattura e il commercio interno.

Certo è che anche queste nuove teorie, che sembrano muoversi in maniera antitetica rispetto alle teorie della modernizzazione, lasciano ancora gli agenti autoctoni privi di ogni capacità di autodeterminazione. Anche con le teorie marxiste le popolazioni dei paesi “sottosviluppati” vengono dipinte come compagini passive che necessitano dell’aiuto occidentale per svilupparsi. Ciò che invece rimane come conquista fondamentale portata alla luce da queste teorie sullo sviluppo è la domanda: chi beneficia veramente dalle politiche dello sviluppo ?

Nonostante queste nuove linee di pensiero mettano in evidenza il sistema di dipendenza, per il quale il colonialismo prima e gli aiuti poi avevano e mantengono una supremazia dei paesi “ex” colonizzatori sui nuovi stati indipendenti, negli anni ’80 la situazione degenera. 

Nel 1974 il nobel per l’economia viene assegnato a Friedrich Von Hayke e nel 1976 a Milton Friedman i due teorici della corrente economica detta Neoliberismo. Il primo, economista e sociologo austriaco, fu uno dei massimi esponenti della scuola austriaca; di formazione liberale e liberista fu un grande critico dell’intervento statale nella gestione economica del mercato ed elaborò una pesante critica al Welfare State e alla dottrina Keynese. Il secondo, economista statunitense e principale esponente della scuola di Chicago, con le sue teorie ha esercitato una forte influenza sulle scelte liberiste del governo britannico di Margaret Tatcher e su quello statunitense di Ronald Regan; infine un gruppo di suoi studenti detti i Chicago boys furono assunti al ministero dell’economia presieduto da Josè Piñera durante la dittatura militare nel Cile di Augusto Pinochet. 

Ma cosa si intende per Neoliberismo? 

La nuova o, più che nuova, rispolverata corrente economica che si impone in maniera forte nella gestione delle economie statali e del mercato globale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, affondava le sue radici nel liberismo di fine ‘800. Secondo il paradigma liberista e neoliberista l’intervento statale nel mondo del mercato deve essere ridotto al minimo, se non addirittura annullato completamente.

Troviamo infatti nelle politiche economiche delle grandi potenze occidentali un radicale cambio di gestione delle faccende economiche con una forte apertura alla privatizzazione di apparati che fino a quel momento erano sotto il controllo statale, gli ambiti della sanità e dell’istruzione sono due macro esempi, una forte deregolamentazione dei regimi fiscali e dei vincoli doganali visti come dei freni al libero mercato e una politica economica interna di austerità.

Ma come reagiscono i nuovi stati che da poco si sono affacciati al mercato globale e, come abbiamo visto, non avevano i mezzi politico economici per stare al passo con le potenze occidentali? 

Nel 1982 il Messico si dichiarò insolvente verso i debito contratti fino a quel momento, così il F.M.I. intervenne per salvare le banche creditrici; il Messico però fu costretto ad attuare riforme che facevano del pagamento del debito l’obbiettivo primario del paese. Nacquero così i piani di aggiustamento strutturale. Il principio alla base del P.A.S. è che per pagare il debito il paese in questione deve guadagnare molto e spendere poco.

Per fare questo il modo che venne considerato il migliore fu l’applicazione dei dettami neoliberisti: riduzione della spesa pubblica (austerità), privatizzazione delle imprese e taglio ai fondi per il welfare state; aumento dell’esportazione di materie prime e prodotti; alzo dei tassi d’interesse ed eliminazione dei limiti al libero movimento di capitali;  riduzione dei dazi e delle barriere al libero flusso di prodotti e servizi.

Soluzione più distruttiva per una situazione già molto tesa non poteva esserci. Negli anni ’80, ’90 e 2000 saranno decine i paesi che dovranno fare ricorso ai P.A.S. riducendo ancora di più la loro indipendenza politica ed economica, e anzi aumentando drasticamente la dipendenza verso i paesi creditori, che oltre a farsi ripagare il debito contratto, sfruttano la deregolamentazione, la privatizzazione e l’apertura a capitali esteri per uno sfruttamento massiccio di questi territori. 

Nel 1989 l’economista J. Williamson coniò l’espressione Washigton Consensus per indicare l’insieme di politiche economiche condivise in particolare dal F.M.I., la Banca Mondiale e il dipartimento del tesoro americano volte a ricreare all’interno delle economie meno industrializzate le condizioni favorevoli per ottenere nel breve termine stabilità e crescita economica.

Nello specifico il termine Washigton Consensus indica un paradigma di sviluppo imposto dalle istituzioni di Bretton Woods ai paesi debitori, che prevede l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (dei commerci, degli investimenti e finanziaria), privatizzazione e deregolamentazione. Per portare un esempio concreto di come questa politica degli aiuti funzionasse, ci spostiamo nello Zambia del 2000. 

Lo Zambia che raggiunse l’indipendenza nel 1964 dovendo affrontare una situazione critica a causa di un razzismo endemico, riuscì con grande fatica a creare uno stato antirazzista, situazione che creò non pochi problemi con i paesi limitrofi: in particolare la Rhodesia del sud (oggi Zimbawe) e l’Africa del sud-ovest (oggi Namibia) amministrati dal governo bianco del Sudafrica.

All’interno dei propri confini il nuovo stato zambiano si trovò a dover far fronte a una difficile situazione politico economica. La formazione di una classe politica e lo sfruttamento sistematico delle risorse erano infatti ostacolate dal basso tasso d’istruzione.

Lo Zambia si trovò dunque privo delle competenze gestionali e del capitale tecnologico che gli avrebbero permesso di emanciparsi dall’egemonia europea, specialmente in campo minerario (nel territorio zambiano vi sono tra le più grandi miniere di rame del mondo).

La soluzione fu quindi la modernizzazione così come l’abbiamo esaminata. All’alba del nuovo millennio però lo stato zambiano e, insieme a questo, un enorme quantità di ex colonie, si trovò ad avere il debito pubblico tra i più alti del mondo.

Nel 2000 lo Zambia preoccupava gli istituti di credito per il grande ammontare del debito e la conseguente incapacità di restituzione dei prestiti.

La soluzione del F.M.I. fu mettere lo stato zambiano davanti ad un out out: la possibilità di accedere a nuovi prestiti e l’eventualità di una riduzione del debito sarebbero arrivati se lo stato avesse aperto ad investitori esteri e avesse privatizzato l’apparato estrattivo del rame.

Così nel 2000 l’allora presidente dello Zambia Fredrick Chiluba, in seguito incriminato per corruzione, vendette le miniere di rame alla società Mopani con sede nello Zambia. Tutto sembrerebbe rimanere sotto controllo, se non fosse che la Mopani era ed è una società satellite della più grande multinazionale Glencore con sede in Svizzera. La deregolamentazione del regime fiscale aiutò la multinazionale svizzera ad avere l’imposizione fiscale dello stato zambiano al minimo. Inoltre la Glencore acquista il rame dalla Mopani ad un prezzo ribassato, per poi vendere la materia sul mercato globale a un prezzo massimamente rialzato.  

Nel 2006 i profitti della vendita del rame, che figura come il 71% delle esportazioni dello Zambia, è stato di 3.000.000.000 di dollari, a prezzo ribassato, e le entrate dello stato derivanti da queste esportazioni è stato di 50.000.000 di dollari.  

“Ultimo discorso pubblico di Thomas Sankara come presidente del Burkina Faso durante la riunione dell’OUA (Organizzazione per l’unità africana) tenutasi a Addis Abeba il 29/07/1987. Sankara morì assassinato il 15 di ottobre dello stesso anno. In questo intervento Sankara spiega che come e cosa sia il debito pubblico per i paesi africani.”

Il mio nome è Filippo Zingone. Sono un ragazzo di 26 anni laureato con laurea triennale in Storia Antropologia e Storia delle religioni, presso l'Università La Sapienza, ad ora iscritto alla magistrale di antropologia. Ho avuto anche piccole esperienze di reportage collaborando con tre fotografi prima in Bosnia e poi a Lesbos, seguendo gli sviluppi e la situazione della tratta Balcanica.

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