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Gaza

Il suicidio come arma di liberazione per i giovani Gazawi.

La striscia di gaza in arabo قطاع غزة è quel piccolo lembo di terra, che si trova nei territori della Palestina, affacciato sul mar Mediterraneo e confinante a sud con l’Egitto e a Est con Israele. Questa regione costiera di soli 360 km² e 1.760.037 abitanti, di etnia palestinese, è stata da anni oggetto di grande interesse da parte delle potenze in zona, per questo motivo è stata campo di feroci aggressioni nonché crisi umanitarie.

Dal 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta ad un feroce embargo da parte dello stato di israele che l’ha ridotta a diventare la regione più povera del mondo e più popolata, in proporzione alle sue dimensioni.

L’embargo ha portato gli abitanti di Gaza a vedersi privare di qualsiasi possibilità di pianificare un futuro e di realizzare i propri sogni, ragion per cui è attualmente in corso una piaga: il suicidio in giovane età.

“Non sarà un tentativo inutile. È un tentativo di fuga. Basta! Basta lamentarsi con nessuno che non sia Dio è un’umiliazione…”.

Sono queste le parole che un giovane attivista di Gaza – Suleiman Al-Ajouri ha postato su Facebook prima di porre fine alla sua vita – sparandosi in testa sulle scale di casa sua a Gaza – a soli 23 anni.

Suleiman era una giovane anima che aveva come unico desiderio quello di vivere una vita normale e dignitosa.

Desiderio che gli è stato negato.  Suleiman al-Ajouri, morto il 3 luglio 2020, è stato uno degli attivisti che più di un anno fa aveva creato il movimento “We Want To Live; un movimento di protesta contro l’economia in bancarotta e la disoccupazione a Gaza, un movimento che inneggiava alla resistenza e conseguentemente alla vita. Questa morte è stata quella che possiamo definire con termini crudi più “iconica” in quanto dimostra il livello di perdita di ogni speranza e urla un sentimento di totale impotenza, nonostante i numerosi tentativi di ribellione, che accomuna molti giovani nella striscia di Gaza.

Purtroppo, negli anni il suicidio è diventato poco alla volta più popolare tra i giovani gazawi.

Come abbiamo citato velocemente prima, le ragioni che spingono i giovani a scegliere il suicidio alla vita vanno ricercate nel contesto politico-economico che questi ragazzi, fino dai prima anni di vita, sono stati costretti ad affrontare. la quotidianità in questo piccolo lembo di terra rende le vite dei suoi abitanti appese a un filo. 

La situazione è precaria soprattutto per le giovani generazioni che sono costrette a combattere – da anni – le conseguenze di un assedio infinito che distruggono la loro vitalità: la disoccupazione e la mancanza di prospettive future.

La grave situazione dei territori palestinesi soprattutto della striscia di Gaza è stata denunciata, nel 2018, dall’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio. Quest’ultima ha affermato che la Striscia di Gaza sta attraversando un collasso economico aggravato da più fattori: il primo di tutto è l’embargo impostagli da israele dal 14 giugno 2007 in seguito alla salita al governo di Hamas.  L’embargo riguarda il blocco assoluto delle esportazioni e dell’importazione di qualsiasi bene, fatta eccezione di quanto definito “umanitario” dal governo israeliano.

Sono state imposte quindi delle restrizioni di movimento via terra, via mare e via aria; in questo modo l’economia gazaweyye, che prima si basava sul commercio con gli stati confinanti, non riesce più a svilupparsi autonomamente. Ciò ha portato al collasso della maggior parte dell’industria manifatturiera locale e ha bloccato la capacità produttiva dell’agricoltura e della pesca, in quanto le limitazioni via mare e via terra hanno vietato l’accesso ai gazawi a grand parte delle aree agricole e marittime. 

Prima di Suleiman sono tanti i nomi di giovani gazawi che possono essere ricordati come vittima dell’embargo israeliano; ricordiamo la drammatica scomparsa di Mohanned Younes – 22 anni studente in farmacia – che al posto di sognare una brillante carriera come tutti i suoi coetanei all’estero si è visto avvolgere da una grande depressione, dovuta a tutta una quotidianità che ormai è diventata insopportabile per uno spirito giovane come il suo. Una depressione che lo ha portato nel mese di agosto 2017 a porre fine alla sua vita.

Testimoni dell’immenso dolore che provava e della disperazione della sua generazione sono solo i suoi scritti, scritti che lo hanno reso celebre tra i suoi coetanei a Gaza e nel mondo intero. La notizia della sua morte ha scioccato e amareggiato tutti i suoi fan. Tutti ricordano Mohamed come un coraggioso combattente che aveva scelto di usare la penna per denunciare l’assedio che stava vivendo fin dalla nascita e che lo portò a compiere un gesto tanto estremo. 

Mohanned Younes – 22 anni

Dal 2007 la sopravvivenza dell’economia gazaweyye e della popolazione dipende quasi esclusivamente dal commercio avviato tramite i tunnel creati tra Gaza ed Egitto; tunnel (300 all’epoca) che sono per la maggior parte del tempo non operativi a causa delle continue tensioni politiche.

Già nel 2013, solo 20 dei seguenti tunnel erano ancora aperti.  La chiusura della maggior parte di essi ha causato, ovviamente, un ulteriore peggioramento della situazione economica e ha provocato l’innalzamento dei prezzi, in quanto si è cambiata la fonte di approvvigionamento.

Dal deterioramento dei settori fondamentali dell’economia di Gaza ne deriva l’aumento della disoccupazione che sfiora il 44% e l’abbassamento del reddito pro-capite del 30%. 

È lo stesso John Holmes, Rappresentante delle Nazioni Unite per le Emergenze e gli Affari Umanitari, a definire l’embargo come: “una punizione collettiva della popolazione civile, un crimine di guerrasecondo l’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra. Concretamente, l’embargo ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando dannosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, ad un riparo, all’istruzione, alla cultura, al lavoro e conseguentemente alla crescita personale. 

A deteriorare successivamente l’economia gazaweyye sono stati gli attacchi militari condotti da israele durante il 2008 e il 2009: operazione Piombo fuso. Ad accertare la gravità dell’impatto dei precedenti attacchi è lo stesso Fondo Monetario Internazionale sostenendo che tali bombardamenti hanno distrutto oltre il 60% dello stock totale di capitale produttivo di Gaza: strade, centrali elettriche, stabilimenti industriali e commerciali, terreni agricoli e altre infrastrutture. A dare invece il colpo di grazia finale, all’economia della striscia di gaza, è stata l’”operazione margine protettivo” dell’estate 2014, un massacro di civili gazawi condotto da israele. 

Questa offensiva israeliana ha distrutto l’85% di tutto ciò che rimaneva. I massacri sopraindicati sono stati tra i più violenti e cruenti che hanno colpito Gaza, causando danni irreversibili. 

Oltre al settore economico, a soffrire di queste carenze causate dal confinamento è ovviamente anche il settore sanitario.  L’Organizzazione Mondiale della sanità spiega come non sia possibile garantire un sistema sanitario sicuro ed efficace nella striscia di Gaza per via dell’insufficienza di materie prime sanitarie.  Non è dunque possibile assicurare la disponibilità di farmaci nonché di attrezzature sanitarie, per non citare l’impossibilità per i medici di seguire formazioni che permettono loro di affinare le loro capacità e restare aggiornati sull’avanzamento scientifico. Vediamo dunque come l’embargo ha messo in ginocchio Gaza e l’ha resa sempre più dipendente dagli aiuti umanitari internazionali. 

Purtroppo, con lo scoppio della pandemia – Covid19 – la situazione nella striscia di Gaza è andata peggiorandosi. In effetti, il 2020 è proprio l’anno indicato dalle Nazioni Unite come quello in cui la Striscia di Gaza potrebbe diventare un luogo inabitabile, mentre la Banca Mondiale prevede che il 64% delle famiglie di Gaza vivrà al di sotto della soglia di povertà. Per di più, l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) afferma che la disoccupazione giovanile ha raggiunto la soglia del 60%.

Oltre l’impatto economico dell’embargo e dei successivi attacchi terroristici israeliani che la striscia di Gaza ha subito e sta ancora subendo, è di estrema importanza soffermarsi anche su quello psicologico che quest’ultimi hanno avuto sulla popolazione locale. In base alle indagini elaborate dall’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, le conseguenze sulla salute della popolazione gazaweyye sono drammatiche; condurre una vita in perenne ansia, preoccupazione e paura incide molto sulla psiche individuale.

Effettivamente, tra le conseguenze più significative troviamo la manifestazione del disturbo post traumatico da stress e lo sviluppo di malattie mentali. Circa il 77,8% delle famiglie ha un membro che soffre di sintomi psicologici che si traducono in: pianti continui senza motivo apparente, paura della solitudine e del buio, emofobia nonché disturbi del sonno. Per non citare i disturbi alimentare, la crescita del senso di frustrazione e della depressione, del nervosismo e dell’ossessione della morte. 

È questo il contesto che le giovani generazioni di Gaza stanno affrontando, è questo il sentimento di disagio sociale che gli accompagna durante la loro vita. Giovani che hanno sogni, ambizioni, desideri, passioni…giovani che sono consapevoli della loro realtà e delle realtà esterne che li circondano.

É proprio questa consapevolezza che più li uccide. I giovani gazawi muoiono dentro ogni volta che vedono persone nel mondo esterno che viaggiano, che cercano di assicurarsi un’istruzione, di crearsi una carriera, mentre loro rimangono rinchiusi nell’embargo creato da israele. Muoiono dentro quando vedono i loro coetanei nel mondo innamorarsi, mentre loro non possono permettersi di mettere su famiglia.

Muoiono dentro quando soffrono la disidratazione e il mondo la definisce condizione necessaria per la sicurezza nazionale dei sionisti. Di fronte a una vita sempre in netto peggioramento, con quasi speranze nulle, la stabilità psicologica dei giovani gazawi è radicalmente peggiorata.

Essi stanno morendo ogni giorno e se non è per mancanza di cure, per malattie o di stenti, è per mano loro.  Dopo 13 anni di assedio, i gazawi si ritrovano senza lavoro, con un’economia distrutta e senza elettricità, senza acqua corrente, senza alcuna speranza di libertà né alcun segno che la loro situazione cambierà. Questo assedio non fa altro che demoralizzare gli animi spingendo i più vulnerabili ad abbracciare l’idea del suicidio come liberazione.  

Ma la situazione non è stata sempre questa: fino a qualche anno fa i suicidi erano rari, ciò che frenava il proliferarsi del fenomeno era la tenacia e la presenza di una forte coesione sociale tra i palestinesi nonché la fede islamica; quest’ultima condanna il suicidio in quanto professa la sacralità della vita di ogni essere umano. Inoltre, privarsi della vita è anche considerato un tabù dalla società stessa.

Col tempo però le restrizioni applicate sulla striscia di Gaza iniziavano a diventare sempre più estreme e la popolazione diventava giorno dopo giorno più stremata. È iniziato così ad aumentare dal 2016 il numero dei suicidi tra i giovani dai 15 ai 26 anni.  Dato l’elevato numero di casi la tematica divenne di dominio pubblico. Diversi dati forniti da giornalisti locali sottolineano come il numero dei suicidi nel 2016 è stato almeno tre volte superiore a quello del 2015. Il tasso di suicidi negli anni è andato incrementandosi raggiungendo la soglia di 4 suicidi in una settimana nel 2020.

Gaza è una prigione a cielo aperto sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale che si è dimostrata più volte incapace di elaborare delle azioni concrete per rispondere ai bisogni della popolazione autoctona. È diventata un inferno pieno di anime sofferenti che vedono nel suicidio l’unica via di liberazione, preferendo l’inferno divino a quello terrestre. 

Illustrazione di Mohamed Arde

Refka Znaidi laureata in scienze politiche e delle relazioni internazionali e specializzata in studi europei. Mi occupo di analisi della politica europea e internazionale, con particolare riferimento all'area MENA. Attivista presso l organizzazione non governativa Amnesty international nonché collaboratrice news, redazione e social media per diverse associazioni.

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