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Remember the kefyyeh habibi di Mohamed Arde

Dalla catastrofe alla ricaduta e la Resistenza palestinese

Immagine in Copertina Remember the kefyyeh habibi di Mohamed Arde

La tragedia della Nakba ha provocato conseguenze profondissime e di lunga durata per un popolo, che all’improvviso, si è scoperto profugo sia all’interno dei propri territori sia all’estero. Se inizialmente si pensava che l’esilio sarebbe stato temporaneo, dopo pochi anni questa convinzione ha iniziato a vacillare e gradualmente i palestinesi iniziarono a mettere in discussione la certezza del ritorno nelle proprie case e, i campi profughi, diventarono delle vere e proprie città residenziali.

L’esilio fu aggravato dalla decisione di David Ben Gurion del 1949 di “dare nomi ebraici a tutte le località, i monti, le valli, le fonti, le strade ecc… del paese” . Questo atto fu chiamato dallo storico Ilan Pappé “memoricidio” e consiste nell’eliminazione di un’intera popolazione dalla propria terra e nel cancellarne ogni simbolo e traccia di esistenza.

LA PULIZIA ETNICA E L’INTERVENTO ARABO

Ci fecero assemblare in diversi punti della città e ci indicarono poi una grande strada spingendoci a camminare verso est. Ho visto con i miei occhi negozi distrutti, corpi abbandonati lungo la strada

Ismael Shammout, artista palestinese superstite della Nakba

Nel 1948 lo scontro tra la banda israeliane dello Yishuv contro una popolazione palestinese inerme avvenne attraverso ripetute operazioni di pulizia etnica. Solo dopo il mese di maggio 1948 intervennero alcuni stati arabi in aiuto del popolo nativo. In particolare, l’Egitto si mobilitò a sud e la Giordania ad est.

Lo schieramento arabo era composto da due blocchi: uno formato da Egitto, Siria e Arabia Saudita e l’altro da Iraq e Giordania. Quest’ultima aveva un grande interesse ad ottenere il controllo della West Bank ( Cisgiordania) e quindi siglò degli accordi segreti con Israele che portò le proprie truppe a schierarsi lungo il confine palestinese, più per controllarli che per proteggerli. Durante questo conflitto, sproporzionato a favore dello Stato di Israele, le truppe israeliane raggiunsero Lydda e Ramla, due città gemelle situate in una posizione strategica. Qui si creerà l’aeroporto di Israele, nonostante il piano di partizione dell’ONU attribuisse quel territorio allo Stato di Palestina.

Nel 1949 fu firmato l’armistizio di Rodi che stabilì i confini provvisori tra Israele, Egitto, Siria, Libano e Giordania (che allora si chiamava ancora Transgiordania). Per quanto riguarda Al Quds (Gerusalemme) venne raggiunto il compromesso di lasciare la città vecchia sotto il controllo giordano e quella moderna sotto il controllo israeliano. Mentre la Striscia di Gaza, occupata dall’Egitto durante la guerra, resta sotto la sua giurisdizione. Infine la Giordania annette i territori di Al Deffa al Gharbia(West Bank) sottoponendo i palestinesi che vi abitavano sotto il proprio sistema normativo e alla sua cittadinanza. Tra questi territori e i sionisti venne tracciata la Linea Verde che, secondo accordi tra le parti, divenne un confine di armistizio.

La creazione di questo confine artificiale portò alla separazione di interi nuclei familiari nonché all’aumento dei rifugiati, infatti diversi furono i tentativi dei rifugiati palestinesi di ricongiungersi con le proprie famiglie rimaste al di là della Linea Verde.

Nel marzo del 1950 la knesset, il parlamento israeliano, emana la “Legge sui proprietari Assenti” con la quale si stabilisce che tutti i beni mobili e immobili dei palestinesi che risultino “assenti” al momento dell’emanazione della legge vengono confiscati dallo stato.

IL PIù NUMEROSO GRUPPO DI RIFUGIATI AL MONDO

“Per un popolo colonizzato il valore più essenziale, in quanto il più concreto,è innanzitutto la terra: la terra che da loro il pane , e soprattutto la dignità.

Franz Fanon, “I dannati della terra”
entrata del campo profughi di Aida, Betlemme. La chiave simboleggia le chiavi di casa dei profughi che hanno lasciato nel 1948

Se nel 1948 i palestinesi che furono deportati o costretti a fuggire dall’invasione sionista furono 800.000 ( vedi articolo “Storia della Palestina: un esodo infinito..” https://www.intersezionale.com/2020/10/19/storia-della-palestina-un-esodo-infinito/?fbclid=IwAR37088R-VmoJM_k7-WKIJE3sAAp-Ld5T1iA0Ye0swh8OlU5snQKAap2Aj0), essendo lo status di rifugiato palestinese ereditario, ad oggi si stimano 7 milioni i rifugiati e questi rappresentano circa la metà della popolazione palestinese.

Nel 1950 su iniziativa delle Nazioni Unite venne costituita UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), per fornire assistenza sanitaria, scolastica e sussidi ai profughi palestinesi. La decisione di creare un’entità apposita e non affidare la questione dell UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nasce da pressioni israeliane, in quanto l’alto commissariato per i rifugiati si era già occupato dei profughi ebrei fuggiti dalle persecuzioni naziste in Europa e le lobby sioniste vollero allontanare in qualsiasi modo l’associazione tra le due tragedie. L’UNRWA non avrà mai alcun mandato di tipo politico, come la possibilità di esercitare pressioni per il rimpatrio dei rifugiati, ma solo una funzione esclusivamente umanitaria e di gestione dei campi profughi.

I campi profughi riconosciuti dall’UNRWA furono e sono ancora oggi 59 in totale sparsi tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Giordania, Libano e Siria.

I governi arabi che hanno accolto le masse di rifugiati si sono comportati in base alle proprie convenienze. In alcuni casi i profughi palestinesi sono diventati parte integrante delle società, per motivi strategici del paese in questione, in altri sono stati privati dei propri diritti fondamentali e questo persiste ancora oggi.

In Giordania si temeva uno squilibrio etnico che potesse causare una palestinizzazione del paese. Il Re Abdallah I di Giordania consapevole di questo pericolo, intraprese un processo di assimilazione dei palestinesi nel tessuto sociale giordano, concordando con loro la possibilità di lasciare i campi in cambio del riconoscimento della sua autorità.

Il regime giordano era ambiguo e, se vero che fu molto accogliente da un lato, continuò tuttavia a ritenere tutti i palestinesi, sia i rifugiati che gli abitanti della Cisgiordania, come una comunità potenzialmente sovversiva da tenere sotto controllo e temeva un movimento di secessione da parte della popolazione della West Bank.

La Giordania, in questo senso, si dimostrò uno stato molto più ospitale del Libano e della Siria, che approfittarono della volontà dei rifugiati palestinesi di tornare nelle proprie terre e quella di non rimanere nei paesi ospitanti.

Effettivamente sin dall’inizio, il Libano adottò delle politiche di repressione e di esclusione dei rifugiati. Il governo era molto preoccupato che la presenza dei rifugiati palestinesi alterasse il già difficile equilibrio etnico-religioso del paese. I profughi erano trattati come clandestini sia a livello abitativo che lavorativo, subendo inoltre violazioni dei diritti fondamentali e civili. Infatti, ancora oggi i rifugiati palestinesi del Libano non possiedono e non possono ottenere la cittadinanza libanese e, non avendo nemmeno quella palestinese, sono di fatto apolidi.

Mentre in Siria il paese fu più tollerante nei confronti dei rifugiati, consentendo lo sviluppo di imprese autonome, tuttavia adottò una rigida legislazione nei confronti dei lavoratori dequalificati e nella concessione della cittadinanza.

Israele temeva che la comunità internazionale decidesse di applicare la Risoluzione ONU n. 194, che prevede il rimpatrio dei rifugiati nelle proprie terre di origine, che dal 1948 divennero illegittimamente Israele. Per impedire ciò, nell’agosto del 1948, iniziò ad attuare una politica finalizzata alla distruzione totale o all’acquisizione di qualsiasi casa palestinese vuota. Con l’armistizio del 1949, Israele portò avanti un processo di snazionalizzazione dei palestinesi che non si trovavano all’interno dei confini.

Col trascorrere del tempo, i campi profughi palestinesi acquisirono dimensioni maggiori e diventarono delle vere e proprie città, ovviamente erano sovrappopolate e avevano delle condizioni infrastrutturali pessime. Erano infatti i luoghi più poveri dei paesi arabi “ospitanti”. I profughi palestinesi sono il più numeroso gruppo di rifugiati nel mondo. Infatti per ogni cinque rifugiati, due sono palestinesi.

LA CONTINUAZIONE DELLA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA E LO STATUS GIURIDICO DI AL-QUDS (GERUSALEMME)

A Gerusalemme la contraddizione è a suo agio e le meraviglie non possono essere negate[…] E ci sono miracoli che possono essere toccati con mano. […]. A Gerusalemme, tutti sono a Gerusalemme, tranne te.”

Tamim Al Bargouthi, A Gerusalemme
Cap 3: Gerusalemme, la capitale della Palestina

Come già esplicato nell’articolo scorso https://www.intersezionale.com/2020/10/19/storia-della-palestina-un-esodo-infinito/?fbclid=IwAR37088R-VmoJM_k7-WKIJE3sAAp-Ld5T1iA0Ye0swh8OlU5snQKAap2Aj0), lo status di Gerusalemme fu configurato nella Risoluzione n.181 dell’ONU del 1947. Quest’ultima conferiva ad Al-Quds – in quanto Città Santa – un governo a giurisdizione internazionale, la cui popolazione di 200.000 abitanti sarebbe stata equamente divisa tra palestinesi ed ebrei, all’insegna dell’unità economica. La parte vecchia è stata attribuita al controllo giordano mentre quella moderna sotto il controllo israeliano.

Dal ’48 in poi la pulizia etnica della Palestina continuò attraverso: massacri, sfollamento della popolazione nativa palestinese e distruzione nonché occupazione dei villaggi, violando il piano di partizione della Palestina Storica stabilito dalle Nazioni Unite. Come già accennato precedentemente, nel 1950 la Knesset (parlamento israeliano) votò una legislazione che autorizzava la confisca della proprietà palestinese e la loro adibizione a strutture pubbliche.

IL MASSACRO DI QIBYA

Il massacro di Qibya, secondo documenti della United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO), ebbe inizio la sera del 14 ottobre 1953 quando l’Unità 101 dell’IDF (l’esercito israeliano), affidato al maggiore Ariel Sharon, entrò nel villaggio di Qibya.

I soldati agirono piazzando esplosivi intorno a 45 edifici e durante le esplosioni spararono attraverso porte e finestre. Secondo le testimonianze raccolte tra i medici, la maggior parte dei cadaveri presentava lesioni da arma da fuoco e non da macerie. il massacro di Qibya, per quanto sia stato narrato come semplice incidente dalla storiografia israeliana, ha causato la distruzione di case, scuole, moschee e uffici nel villaggio palestinese nonché la morte di 69 palestinesi, due terzi dei quali donne e bambini; non fu dunque un incidente ma un intervento che si integra all’interno di un più grande piano di pulizia etnica della Palestina.

villaggio palestinese di Qibya a seguito del massacro del 1953

L’INVASIONE ISRAELIANA DELL’EGITTO (LA CAMPAGNA DI SUEZ)

Gli arabi erano visti esclusi e presenti in quanto negazione, fonte di problemi e portatori di valori “negativi”. (come l’Occidente liberal e il sionismo vedono gli arabi)

Edward W. Said , La questione palestinese

Il 29 ottobre 1956 Israele, segretamente in alleanza con Francia e Regno Unito, iniziò l’invasione della penisola del Sinai con l’obiettivo di occupare il canale di Suez, che pochi mesi prima era stato nazionalizzato dal leader egiziano – anticolonialista e panarabista – Gamal Abdel Nasser. La nazionalizzazione del canale di Suez causò la chiusura dello stretto di Tiran, unico accesso che Israele aveva verso il Golfo Persico.

Gamal Abdel Nasser fu un Leader scomodo sia per gli israeliani che per le potenze coloniali in quanto, oltre a essere dotato di un grande carisma, si opponeva alla presenza occidentale nei territori arabi; egli costituiva dunque un pericolo per la stabilità geopolitica dell’area medio orientale nonché nord africana. Effettivamente egli fu sostenitore dell’unità di tutti i popoli arabi contro i colonizzatori e finanziatore di guerre di indipendenza, come quella algerina.

Gamal Abdel Nasser, leader egiziano panarabo

Il conflitto durò 8 giorni che furono sufficienti ad affermare alle antiche potenze coloniali la superiorità militare di Israele in Medio Oriente. Israele riuscì con questa vittoria a conquistare la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le isole del golfo di Aqaba.

Questo conflitto fu un disastro economico per le potenze occidentali, nonostante la loro superiorità militare. Come reazione all’alleanza delle potenze coloniali con Israele, i paesi arabi e la maggioranza dei paesi musulmani attuarono una pressione economica su di essi: l’Arabia Saudita dichiarò un embargo sulle esportazioni di petrolio mentre la Siria tagliò l’oleodotto che trasportava il petrolio iracheno verso il Mediterraneo.

Diversi governi europei criticarono le operazioni anglo-francesi e nel Regno Unito ci furono massicce manifestazioni contro la guerra. A peggiorare le cose, l’accordo segreto fece infuriare gli Stati Uniti, che proprio in quei giorni erano impegnati a criticare l’invasione sovietica dell’Ungheria: il fatto che i loro alleati fossero coinvolti in un’operazione dal sapore neo-coloniale rendeva quelle critiche molto meno efficaci.

All’insoddisfazione americana si aggiunsero i sovietici, che minacciarono l’invio di truppe e il lancio di missili contro Israele, Francia e Regno Unito.Di fronte a questa pressione, i tre alleati furono costretti a ritirarsi. Il primo a cedere fu il Regno Unito, che il 6 novembre proclamò un cessate il fuoco unilaterale. Israele fu l’ultimo paese a rinunciare alle sue conquiste, abbandonando la penisola del Sinai soltanto nel marzo dell’anno successivo, non prima di aver distrutto sistematicamente tutte le infrastrutture della regione.

IL MASSACRO DI KUFR QASSEM

Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegno'
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere!

Mahmoud Darwish, Kufr Qassem

Il 29 ottobre 1956, alcune unità delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per villaggi, giunti a Kufr Qassem, intimarono alla popolazione di restare in casa, ordinando il coprifuoco un’ora prima del solito. Più di 49 mezzadri, tra cui minori e una donna incinta, tornati in ritardo in città, furono assassinati da un plotone di esecuzione. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto in suo potere affinché la verità sul massacro restasse nascosta. Si parlò di errore e si cercarono i colpevoli che furono identificati nel tenente Daham e nel maggiore Melindi: questi, colpevoli dell’omicidio di 49 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte addirittura di un terzo.

LE PRIME FORMAZIONI POLITICHE E IL MITO DELLA RESISTENZA

La Lega Araba spinse verso la creazione di un’entità che rappresentasse il popolo palestinese e questo portò alla creazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Tuttavia, le varie invasioni e massacri maturarono la convinzione presso il popolo palestinese che la Lega Araba non fosse sufficiente ad affrontare l’occupazione sionista. Per questo motivo iniziarono a nascere dei movimenti palestinesi di resistenza e di lotta per la liberazione. Tra i vari partiti rivoluzionari quelli di maggior rilevanza furono: Al-Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

L’ORGANIZZAZIONE PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA

Sulle spinte di quanto voluto dalla Lega Araba, centinaia di personalità palestinesi si riunirono nel Consiglio Nazionale Palestinese nel maggio del 1964 a Gerusalemme e stilarono una lista di obiettivi su cui avrebbe poggiato tale organizzazione: la liberazione della Palestina così come determinavano i confini del mandato britannico; l’autodeterminazione del popolo palestinese e il ritorno dei profughi. A questo movimento presero parte varie entità politiche,ma iniziò a essere più strutturato con l’entrata dei due principali partiti palestinesi: Al-Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

LA NASCITA DI AL-FATAH

Se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti“.

Yasser Arafat
Yasser Arafat, leader storico palestinese, creatore e leader di Al Fatah e dell’OLP

Uno dei principali protagonisti della storia della Palestina e di tutto il Novecento fu Yasser Arafat, un giovane ingegnere sfollato in Kuwait con spiccate doti politiche. Conosciuto con il suo nome di battaglia Abu Ammar, così fu chiamato, assieme ad altri giovani attivisti e intellettuali, creò Al Fatah: un’organizzazione politica e paramilitare palestinese. La prima azione di Resistenza di Al Fatah fu compiuta nel 1965 contro un impianto di depurazione dell’acqua in territorio israeliano.

A seguito di questo fatto, i dirigenti di Al Fatah diffusero un comunicato in cui venne annunciata “l’avvio della rivoluzione”, inaugurando una lotta che continuerà fino alla Prima Intifada. Dal gennaio del ’65, Fatah avviò una stagione di guerriglia e di azioni contro Israele che rispondeva con massacri di rifugiati palestinesi presenti nei paesi confinanti e con rappresaglie in questi. Questo elemento ha contribuito al clima di diffidenza e di astio degli arabi nei confronti dei palestinesi.

LA NASCITA DEL FRONTE POPOLARE PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA(FPLP)

La società scientifica di Israele contro la nostra arretratezza nel mondo arabo. Ciò ci richiama alla totale ricostruzione della società araba, trasformandola in una società del XX secolo.”

George Habash
George Habash, leader storico del Movimento nazionalista Arabo e del fronte popolare per la Palestina

A seguito dei fatti della Nakba, in un moto di reazione rivoluzionaria, viene costituito da George Habash, il Movimento Nazionalista Arabo di orientamento secolarista panarabo da cui nel 1967 si formò il Fronte Popolare Per la Liberazione della Palestina di ispirazione marxista leninista, di cui lo stesso Habash fu il primo segretario, e di cui anche il grandissimo intellettuale e scrittore palestinese Ghassan Kanafani fece parte costituendone anche il primo giornale di partito.

LA NAKSA, LA RICADUTA

Ci volle lo shock della guerra di giugno 1967 per dare il via a una politica di rivoluzione e di speranza. Per gli esiliati di questa terra significò un impegno diretto nella Resistenza(…) Per coloro che erano rimasti(in Palestina) significò una maggiore militanza all’interno del sistema e allo stesso tempo la riaffermazione dell’unità del popolo palestinese”.

Ibrahim Abu Lughod, intellettuale e docente universitario palestinese

Meno di vent’anni dopo la Nakba, il 5 giugno 1967, Israele sferra un attacco contro l’aviazione egiziana, dando inizio a un evento breve ma che segnò la storia del Medio Oriente. L’attacco successivo ha come obiettivi la Siria, l’Egitto e la Giordania. A guidare l’offensiva israeliana è il generale Moshe Dayan che in poche ore occupò: a sud il Sinai egiziano e la Striscia di Gaza, a nord le alture del Golan siriane, e ad est – violando la Linea Verde – occupa parte di Deffa Al Gharbia (West Bank) e di Al Quds (Gerusalemme). Dopo soli sei giorni, gli eserciti arabi furono annientati. La conseguenza del conflitto fu : l’annessione di Gerusalemme Est (territorio palestinese controllato dalla Giordania) e la distruzione del quartiere arabo della città; da quel momento Gerusalemme fu campo di stravolgimenti urbanistici. Nel 1967 venne creato il Piano Allon , che prevede la costruzione di insediamenti coloniali nelle zone più fertili della West Bank, in particolare nella Valle del Giordano – nota per essere il “polmone verde” della Palestina – , nelle colline a sud di Al Khalil (Hebron) e nell’area che circonda Al Quds(Gerusalemme).

Dopo la Guerra dei sei giorni, in Israele si afferma il partito nazionalista Likud ideato e guidato inizialmente da Menachem Begin, che ebbe come obiettivo principale la creazione di insediamenti israeliani in tutti i territori palestinesi.

Manifesto dell’OLP

A livello regionale, la guerra del 1967 rappresenta la disfatta del mondo arabo contro Israele, sostenuto dalle potenze occidentali, e segna la fine del sogno incarnato da Gamal Abdel Nasser ovvero la costruzione di una grande nazione panaraba ispirata da laicità, socialismo e nazionalismo, capace di tenere insieme i paesi recentemente decolonizzati e indipendenti. La disfatta rappresenta anche la fine dell’egemonia dell’Egitto nel mondo arabo.

Migliaia di palestinesi furono costretti a fuggire di nuovo, si parla infatti della seconda ondata di rifugiati e di una seconda tragedia. La popolazione rimasta in Palestina ha continuato ad essere sottoposta ad azioni di pulizia etnica e altri villaggi sono stati rasi al suolo ed evacuati. Ricordiamo, per esempio, i villaggi di Bayt Nuba, Yalo e Imwas, situati a metà tra Gerusalemme e Tel Aviv.

Al Muqawama, la Resistenza palestinese, uscì rafforzata dal 1967 e si legittimò all’interno della società palestinese. I capi dei diversi movimenti, di cui il maggiore era Al Fatah, si unirono dando vita all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) . Questa si rifaceva a Franz Fanon, psichiatra e filosofo della Martinica, massimo esponente del movimento terzomondista per la decolonizzazione, che sosteneva la necessità della lotta armata per affrontare la colonizzazione perché, come scrive nella sua pietra miliare I dannati della terra, “Il colonialismo non cede se non col coltello al collo”.

Fonti:

– Si chiamava Palestina. Storia di un popolo dalla Nakba ad oggi, Cecilia Dalla Negra

– La questione palestinese, Edward W. Said

– Storia della Palestina moderna, Ilan Pappé

Siamo un gruppo di giovani studenti e lavoratori palestinesi, figli di seconda generazione e giovani recentemente arrivati in Italia, sparsi su tutto il territorio italiano. Il nostro obbiettivo è quello di portare ľ'attenzione del pubblico italiano su tutto ciò che riguarda la questione palestinese, attraverso gli occhi di noi giovani. Vogliamo proporre punti di riflessione nuovi con ľintento di restaurare ľ'identità palestinese, coltivando la memoria e andando oltre le divisioni politiche. La nostra associazione è indipendente, pluralista, apartitica, laica e non persegue alcun scopo di lucro

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