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linguaggio dei segni

Il linguaggio e le responsabilità che ne derivano: Cosa sono i bias?


Quando la traduzione è biased.

Una traduzione viene definita biased, cioè filtrata, distorta, nel momento in cui questa viene fatta scegliendo termini, riferimenti e immagini stereotipate che riproducono discriminazioni, una società gerarchizzata e cristallizzata in ruoli e strutture ben precise.

La traduzione è biased quando aggiunge livelli assolutamente non richiesti e non presenti nei testi fonte; è biased quando è sessista, cioè filtrata attraverso un punto di vista denigrante e delegittimante della vita, dell’esperienza, del potere delle donne; è biased quando è razzista, cioè quando omette la blackness dei personaggi, la addomestica, la rende mendo conflittuale, ; è biased quando è censurante verso le soggettività lgbitq* che elide, modifica, modella fino a perderle nel processo traduttivo.

A questo punto si potrebbe obiettare sostenendo che, i casi di traduzione biased costituiscano, una rarità, la proverbiale mela marcia.

Saremmo ben lieti di poter dire che, in effetti, questo genere di traduzione si verifica così di rado ma, purtroppo, non è così.

Dal momento che il pensiero biased è ovunque, sia esso manifesto o celato, cosciente o interiorizzato, ha senso pensare che, di conseguenza, quello sguardo sul mondo e sulla realtà si declini in parole, in espressioni, in scelte traduttive.
La traduzione distorta è ovunque, a prescindere dal genere letterario dell’opera. 

Eguaglianza e grassofobia nella narrativa fantasy di Terry Pratchett. 


Scritto dall’autore fantasy britannico Terry Pratchett, L’arte della magia, si apre introducendo il mago Tamburo Billet che, sapendosi prossimo alla morte, ha intenzione di designare il proprio erede magico. Il bambino prescelto riceverà in dono un magico bastone e tutta la magia ad esso collegata.

E’ così che i maghi – sempre ed esclusivamente uomini – possono passare il loro testimone, congedandosi da questa vita. Tuttavia, il prescelto individuato da Billet è una bambina: Eskarina Smith

La bambina, secondo i dettami del suo mondo, non può essere mago perché femmina ma, al contempo, non può essere strega – come le altre donne – perché investita da una magia diversa, “non della terra ma del cielo“, “fatta di goniometri, libri e incantesimi e non di terra, animali o erbe”. Terry Pratchett ci pone immediatamente dinnanzi a questo dilemma di genere, mostrandoci come le categorie umane e sociali non siano niente di fronte agli imprevisti della vita. 

Questo testo delicato e ironico, pungente e ilare, infatti, nella sua versione inglese, porta un titolo accattivante, assolutamente rappresentativo del topic in questione: le discriminazioni di genere e la ribellione che ne consegue. Il testo inglese si intitola Equal Rites, un originale gioco di parole che sfrutta la somiglianza tra il termine rights, diritti, e il termine rites, riti, cerimonie magiche.


Ciò nonostante, la versione del testo italiano, non solo castiga il titolo inglese splendidamente evocativo, ma va a lavorare anche sull’immagine di copertina e sugli elementi che la incorniciano. 

In due delle edizione sotto riportate, sempre in copertina, addirittura si fuga ogni dubbio circa la natura estremamente politica del testo: sulle copertine prese in esame, infatti, si legge “Feminism and sorcery collide – the magic of Discworld continues” e ” Feminism clashes with a sorceror’s feud – the magic and the mayhem of Discworld continue … “.

A loro volta, le immagini scelte parlano chiaro, mostrando in diversi casi l’inequivocabile simbolo femminista, simbolo di tante lotte e di tante giuste rivendicazioni. 

Di tutto ciò, del titolo, delle raffigurazioni, delle evocazioni più o meno dirette, niente rimane nella versione italiana che assume quindi i caratteri di un prodotto editoriale barbaramente mutilato e depotenziato: la rappresentazione femminile e femminista ne risulta svilita.

Purtroppo, gli esempi legati ad un bias di genere non si esauriscono al titolo. In una scena, Nonnina Weatherwax, strega e nonna della protagonista, riesce ad entrare nell’Università Invisibile, imponente istituzione magica per soli maghi uomini. Qui, viene accolta dalle uniche donne presenti in istituto: le governanti e le serve. In Italiano, uno dei primi scambi di battute tra la governante capo e la Nonnina è il seguente: 

“Sì, sì, grazie, Ksandra, puoi andare”, disse la donna grassa. Si alzò in piedi con un sorriso radioso alla Nonnina e la voce piena di rispetto.

Già solo in questo passaggio, nella versione Italiana viene a mancare un acuto riferimento alle classi sociali – e al conflitto insanabile tra di esse, oltretutto rappresentato nella condizione di servitù vissuta dalla governante e dalle altre donne presenti in Università. Infatti, si legge:

“Yes, yes, thank you, Ksandra, you may go”, said the fat woman. She stood up and beamed at Granny, and with an almost perceptible click wound her voice up several social classes.

Nonnina Weatherwax, nella scena presa in considerazione, sta cercando, di trovarle alla nipote un posto come serva. Per convincere la governante ad assumere la ragazzina, finge di predirle il futuro: 

“Ti vedo assumere un’altra inserviente – voi qui le assumete, vero? […]” 

“E che mi dici di lei, allora?”

La grassona già assaporava la descrizione già sorprendentemente precisa del suo futuro che le aveva fatto la Nonnina, e non stava in sé dalla curiosità. 

“Su questo punto gli spiriti non sono molto chiari ma è molto importante che tu l’assuma.”  

“Non c’è problema. Sai, non è possibile qui tenere le serve, non per lungo tempo. […] Ieri due delle cameriere dell’ultimo piano si sono licenziate; hanno detto che erano stufe di andare a letto senza sapere in quale forma si sarebbero svegliate la mattina. I maghi più anziani le ritrasformano, sai.” 

“Già, beh, gli spiriti dicono che a questo riguardo la ragazza non creerà dei problemi” […]
“Se sa spazzare e strofinare i pavimenti, ben venga. Sono sicura.” la grassona pareva un po’ sconcertata. 

In Italiano, la governante viene descritta usando il termine “grassona”, termine dispregiativo e offensivo.
Tuttavia, nel testo Inglese, non vi è alcun riferimento al fatto che la suddetta donna sia una “grassona”.


La signora Whitlow viene descritta come “fat”, come “grassa” ma senza che a questo termine venga legato alcun giudizio, alcuna offesa. Fat è neutro, è usato come mero descrittore e non è, al contrario, portatore di alcun body-shaming.

Non ci viene, giustamente, suggerito nient’altro. Niente, nella scrittura di Pratchett  ci spinge a biasimarla, a provare pena per lei, a medicalizzarla, a volerla cambiare. Duole notare come, in questo estratto, invece, sia stato inserito un  bias, un suo filtro – evidentemente grasso-fobico.


Probabilmente la scelta del termine grassona è stata pensata proprio per rendere il personaggio “ancor più divertente” il che, ci deve riportare ad una domanda: un corpo che non rispetta gli standard di bellezza occidentali e contemporanei, che non rispetta una magrezza stereotipata, che è altro rispetto lo stereotipo vigente, un corpo che è grasso fa ridere? E’ derisibile in quanto tale? Perché?

Stupri celati nella letteratura classica


Ne Le metamorfosi di Ovidio, sono diverse le fanciulle che subiscono forme diverse di violenza e, alcune di queste, ulteriormente decantate dall’arte, sono entrare nel mito.
Sebbene Leucotoe non sia diventata iconica, è su di lei che si concentra il nostro guardo. Sotto mentite spoglie, Apollo, dio del Sole, si introduce nelle sue stanze della fanciulla e la violenta.
La giovane, scoperta dalla ancella Clizia, verrà infine sepolta viva per aver perduto indecorosamente la propria verginità e aver, ovviamente, arrecato un disonore alla propria famiglia.  In questo caso specifico, tuttavia, la violenza sessuale vissuta da Leucotoe è stata mitigata in modo significativo dalle scelte traduttive compiute tanto che il suo stupro ci è stato consegnato come un rapporto consensuale.

Come scrive la dottoressa Stephanie McCarter, docente di lettere Classiche presso la University of the South in Sewanee, Tennessee, in un suo articolo uscito su Electric Literature, 

Translation all too often replicates contemporary social attitudes regarding what constitutes seduction, rape, and consent — and the often problematically hazy lines we have drawn between them.

Nello specifico, nella traduzione di Rolfe Humphries apparsa nel 1960 e pubblicata dalla Indiana University Press, è chiaro cosa sia successo nella camera di Leucotoe. Sebbene siano chiare le intenzioni di Apollo – di prendere la ragazza che lei lo voglia o meno – sembra che anche lei, alla fine, ceda alle attenzioni sessuali del dio, sopraffatta dal suo fascino divino. Nella versione di Humphries, infatti, il malinteso si gioca sulla parola “passione” che il traduttore intende nella sua accezione erotica quando, invece, il testo fonte si riferisce ad un grande dolore, ad una profonda sofferenza – quella, appunto, dello stupro. 

Where “passion” appears in Humphries’ rendering, it’s not a translation of  passa est, from which it’s derived, but of vim, “force,” a word that communicates aggression, not ardor. In sexual contexts this is frequently the Latin equivalent for the English “rape.”

Probabilmente, scrive McCarter, due aspetti hanno influenzato il traduttore: da un lato, il fatto che il dio Apollo fosse molto bello – e quindi, desiderabile – e, dall’altro, il fatto che Leucotoe non abbia manifestato apertamente il suo dissenso. Tuttavia, Leucotoe non si ribella apertamente perché annichilita dalla situazione, perché terrorizzata, perché oppressa dalla figura di un dio che, comunque, la violenterà, sfruttando quella asimmetria di potere che tra i due soggetti intercorre. Quante volte, ancora oggi, questo accade – e ben al di fuori di un testo tradotto?

Emily Wilson, docente di lettere classiche presso la University of Pennsylvania e prima donna ad aver pubblicato una traduzione dell’Iliade di Omero, si trova d’accordo nel sostenere che diverse scelte traduttive fatte dai suoi predecessori sono state semplicemente misogine – oltre che poco attinenti al testo fonte. 

In una intervista rilasciata per Channel 4 News, Wilson ha detto che:

“Several translators import or use the word sluts, when in Greek there are no terms of abuse in that passage. They’re just called the female people who slept with the suitors. There’s no noun and there’s certainly no derogatory term. […] Everybody makes choices and the translators of a hundred years from now will also be making choice.”

Maternità tossica nell’ambito della manualistica

Parent Hacks è il titolo di un manuale alla genitorialità scritto da Asha Dornfest. Il titolo significa letteralmente “trucchi da Genitore” e, nonostante il titolo abbia di per sé senso, l’edizione Italiana ha deciso comunque  di porre qualche modifica pubblicando, infatti,  il medesimo testo col titolo “Mamma no stress”. 

In questo caso, forse limite dal momento che la scelta del titolo non sempre appartiene alla persona traducente, risalta con forza la scelta distorta che vorrebbe la genitorialità intesa come esclusivo compito delle madri. Sebbene la paternità venga  menzionata, essa è chiamata in causa tramite il minuscolo adesivo  “anche per papà”  posto sul bordo inferiore della copertina, come a simboleggiare la marginalità che i padri ricoprono nell’ambito del parenting.

Il titolo, oltre che ad essere fortemente sessista, sottintende altri pericolosi concetti: le mamme, target principale del testo,  non solo devono essere buone madri – perfettamente funzionali e integrate nel ruolo loro assegnato – ma devono anche essere no stress, cioè non devono manifestare alcun problema, difficoltà, disturbo, malessere o disagio. Alle mamme no stress, non è semplicemente permesso essere autentiche e, proprio per ottemperare a questa urgente richiesta patriarcale, devono comprare e leggere il testo. Loro compito è quello di carpirne i segreti per riuscire, infine, a padroneggiare ambo le condizioni. 

Il sottotitolo, ugualmente, in modo fuorviante, rimanda ad una genitorialità solo femminile. “I primi anni con il tuo bambino” non lascia dubbi né scampo: sarai tu, donna, a dovertene occupare.

Infine, la scelta dell’illustrazione, sposta decisamente il focus della nostra attenzione: non stiamo più parlando di infanti e di come gestirli ma stiamo parlando di mamme e di come far in modo che sappiano mandare avanti la famiglia e crescere il loro pargolo. 

Una ulteriore perdita in ambito traduttivo ha, invece, a che vedere con la parola parents, genitori, completamente cancellata. In Inglese il termine non ha una connotazione di genere così come, in realtà, non l’ha neppure in Italiano.

Avendo, nostro malgrado, interiorizzato l’eterosessualità come norma,  assoceremo al termine un uomo e una donna cisgender. Ma è davvero così? La parola parents, al contrario, richiama – almeno nel testo fonte – una variegata serie di possibilità e di relazioni di vario tipo tra soggetti di diversi generi e identità sessuali. 

I draghi del tè e il non-binarismo nei fumetti e nei graphic novels

Scritto e illustrato dall’autrice canadese Katie O’Neill, Tea dragon festival è il secondo volume di una fortunata serie ambientata in un non specificato villaggio in cui vivono personaggi di generi, razze, specie diverse – in perfetta armonia. Nella pagina di presentazione dei personaggi si legge quanto segue : “Rinn is an aspiring cook and they know the best place in the forest to get wild herbs and vegetables.” 

Benchè non venga mai specificato apertamente nel corso di tutta l’opera a fumetti – e questo, a mio avviso, è il bello di questa serie – Rinn è un personaggio non-binary. Il rischio che la sua identità venga persa in traduzione, persa nel processo di adattamento, appiattiva verso un maschile – o un femminile – è alto.


La perdita della sua identità nell’atto traduttivo, casomai avvenisse nella prossima pubblicazione, consisterebbe non solo in un errore politico ma anche in un errore che, se compiuto, potrebbe scardinare il testo e il mondo meravigliosamente aperto, inclusivo, privo di discriminazioni che Katie O’Neill ci offre.

Da una parte, si andrebbe a neutralizzare una differenza di genere importante – specie di questi tempi – e, dall’altra si andrebbe a censurare un aspetto saliente del mondo dei Tea dragons. Ci si auspica, quindi, che il pronome they con cui si identifica Rinn rimanga anche in italiano, reso con loro e che rimangano gli altri caratteri salienti del testo: ad esempio, il fatto che, graficamente, sia reso il linguaggio dei segni  –  già, non tutti i personaggi sono udenti. 

“In this book, characters use both American Sign Language and voice to communicate. Sign language is shown in light blue boxes while sign language and voice is shown in yellow boxes”.

Nessuna scelta è mai casuale

La traduzione è uno strumento potente, capace di modellare la lingua, quindi i concetti e quindi la realtà: il suo potenziale è illimitato così come sono illimitate le narrazioni e rappresentazioni che può produrre.

Tuttavia, quando la traduzione è deformata da punti di vista, esperienze, interiorizzazioni fondate sul pregiudizio, su valori etero-cis-patriarcali, bianchi, abili e borghesi, essa è in grado di generare mostri e di riprodurre, traduzione dopo traduzione, quei mostri e quelle esclusioni all’infinito.

Per questa ragione la traduzione deve essere concepita come una attività di estrema responsabilità  sia traduttiva che editoriale.   

Attivista trans-femminista, insegna lingua e letteratura inglese a Milano ed è tra le co-fondatrici di Asterisco Edizioni, con cui ha pubblicato “Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer”. Ha scritto per Routledge, comparendo nel volume “The Routledge Handbook of Translation, Feminism and Gender”. Ha ideato un laboratorio di traduzione transfemminista queer, il quale è stato ospitato dalla Libreria Antigone di Milano, dal Festival di Scrittrici InQuiete di Roma, dalla Libreria delle Donne di Bologna e dall’Università degli Studi di Bari.

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