TOP

Intersezionale

migranti agricoli

Criminalizzazione dei migranti, neoliberismo e la deriva fascista

L’obiettivo di questo contributo è quello di riflettere, a partire da alcuni dati empirici, su alcune pericolose derive che si stanno configurando nel nostro paese e sulla criminalizzazione dei migranti come risorsa politica strategica. I fatti di cronaca legati ad episodi razzisti ed i dati di una recente ricerca empirica (Mannoia, Pirrone, 2018) mostrano come l’ossessione identitaria stia alimentando, in modo sempre più pervasivo, l’antagonismo tra attori sociali con status giuridici diseguali.

Xenofobia, razzismo e neofascismi, alimentati ad arte da gran parte dei mass media e da un ceto politico irresponsabile, stanno vivendo una nuova macabra primavera. La quantità degli episodi di intolleranza e la “qualità” della violenza perpetrata nei confronti dei cittadini stranieri, dimostra l’infondatezza di quelle tesi che tentano di liquidare gli episodi razzisti come casi isolati. La violenza razzista non cade mai dalle nuvole.

Essa è, al contrario, sapientemente orchestrata da chi – amplificando le frustrazioni di una fascia sempre più ampia di popolazione – sa bene come soffiare benzina sul fuoco, armando le mani degli hater di spranghe e bastoni.

Ma ciò che è ancor più grave è la tendenza a voltare la testa dall’altra parte, a fingere di non accorgersi di quello che sta accadendo, a sdrammatizzare la gravità degli episodi ed a legittimarne la ratio, reificando quegli slogan mediatici che dipingono l’immigrazione come “selvaggia” e “senza controllo” ed i migranti come “clandestini”, come “criminali” o, più di recente, come “untori”.

Il quadro d’insieme è davvero inquietante. Il sentimento di ostilità nei confronti dei migranti va sempre più diventando un “sentire comune” che genera una vera e propria “solidarietà contro”.

Rispetto alla genesi di questo clima, sarebbe fuorviante chiamare in causa, genericamente, la società. Sul banco degli imputati troviamo invece attori istituzionali ben individuabili, “imprenditori morali”, comunicatori, esponenti politici senza scrupoli che forniscono un frame ideologico che ben si presta a fare emergere una rappresentazione positiva del “noi” e una rappresentazione negativa degli “altri” (Van Dijk, 1994).

Omissioni, forzature semantiche, slittamenti di senso, manipolazione dei dati statistici e dei sondaggi di opinione costituiscono la base di una strategia comunicativa per nulla innocente e fortemente discriminatoria. 

La criminalizzazione delle migrazioni è una importante risorsa politica che si rivela funzionale sia per il mantenimento della condizione di disuguaglianza degli immigrati e per il loro sfruttamento capitalistico, sia per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da tutti i problemi generati dal neoliberismo mondiale.

Una recente ricerca, i cui dati empirici sono stati pubblicati nel 2018 (Mannoia, Pirrone, 2018) conferma l’efficacia, nel nostro paese, delle pratiche di inferiorizzazione nei confronti dei cittadini stranieri. Tali pratiche, attraverso un uso sapiente dei dispositivi politico-istituzionali, giuridici e mediatici, hanno imbrigliato i migranti in un sistema economico di tipo “neo-schiavistico”. Ma ciò che desta ancora maggiore preoccupazione è il fatto che gran parte dell’opinione pubblica, obnubilata dalla spettacolarizzazione della migrazione e dal suo slittamento da questione politico-economica a questione di sicurezza urbana, non si accorga più di cosa stia veramente accadendo in termini di sfruttamento.

Il principio di sovranità dello Stato fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità (Di Cesare, 2017, 14). Così, in nome di un realismo pragmatico – forte di un campanilismo della proprietà e di uno sciovinismo del benessere – l’accoglienza viene letta come incombente minaccia (Ibidem).

Ben oltre un milione di persone in Europa vive in condizione di schiavitù e l’Italia è uno dei paesi europei in cui le cifre relative al lavoro neo-schiavistico sono molto significative. Soltanto per fare un esempio, l’80,0% dei lavoratori del settore agroalimentare italiano è costituito da profughi e rifugiati. In particolare, circa 400.000 persone lavorano in condizioni di semi-schiavitù e 700.000 nel mercato illegale del settore agricolo nazionale (Flai-Cgil, 2018). Dalle piantagioni di pomodoro e agli uliveti al Sud fino alle vigne dei grandi produttori di vino nel Nord del paese, lo sfruttamento schiavistico dei migranti è un dato ormai incontrovertibile, mentre la gestione di questo “affare” è delegata alla criminalità organizzata e al caporalato che, inevitabilmente, finiscono con il diventare il “braccio armato” del sistema economico capitalistico globalizzato, mentre i migranti sono le vittime da sacrificare sull’altare della concorrenza, del benessere e del profitto.

Tuttavia, come ci dicono i dati rilevati nel corso di una nostra ricerca (Mannoia, Pirrone, 2018), il 78,5% dei rispondenti chiamati a far parte del campione ritiene che lo sfruttamento lavorativo dei migranti stranieri sia una pratica “Poco o Per niente diffusa”. Ma c’è di più!

Ad ulteriore riprova dell’efficacia della propaganda politico-mediatica centrata sul “panico da migrazione”, possiamo rilevare come il 65,0% degli intervistati sovrastimi la reale consistenza numerica degli stranieri residenti in Italia; l’88,4% ritiene che la loro sensazione di insicurezza derivi proprio dalla presenza degli stranieri; e ben il 59,8% sostiene che i migranti incidano significativamente sulla diffusione della criminalità.

L’apparato politico, potendo contare su un sistema mediatico acquiescente, strumentalizza il dato relativo alla presenza degli stranieri sul totale della popolazione italiana e quello relativo agli stranieri detenuti sul totale della popolazione carceraria (l’8,3% vs. il 34,0%), millantandolo come un indicatore di maggiore pericolosità sociale dei migranti, senza tener conto, tuttavia, né della distinzione tra stranieri “regolari” e stranieri “irregolari, né di altre importanti variabili (Antigone, 2017).

L’approccio più o meno repressivo adottato dagli operatori della sicurezza e lo stesso profiling dei migranti, così come le discriminazioni in sede processuale, una difesa spesso inadeguata e la difficoltà di applicazione di taluni benefici, sono infatti elementi che giocano un ruolo rilevante in questa sovra-rappresentazione degli stranieri in carcere (Ibidem).

Peraltro, un’analisi puntuale dei dati per tipo di reato condurrebbe a rilevare come la “devianza” degli stranieri sia fortemente connotata dalla sua connessione con i fattori economici, rafforzando l’ipotesi di una relazione molto forte tra la condizione di irregolarità e l’accesso al circuito penitenziario. In altre parole, non potendo lavorare perché irregolari e non potendosi nemmeno regolarizzare, per molti migranti la scelta di commettere reati diventa, molto spesso, una necessità legata alla loro stessa sopravvivenza. Di tutto questo, però, nella rappresentazione mainstream non vi è traccia. 

Dati altrettanto interessanti sono poi quelli che emergono da altre variabili relative alle opinioni degli intervistati sugli obiettivi prioritari della politica. Anche in questo caso, i risultati ottenuti dalla nostra rilevazione confermano come il procurato allarme sociale sortisca gli effetti sperati.

I nostri rispondenti, infatti, interrogati sugli obiettivi della politica, hanno messo al primo posto di questa graduatoria l’obiettivo di “limitare i flussi migratori”; al secondo, quello di “combattere la criminalità organizzata”; al terzo, di “arrestare le speculazioni di banche e finanza”; mentre solo all’ultimo posto hanno collocato l’obiettivo di “proteggere la libertà di parola e di stampa”.

Basterebbero questi pochi dati di sintesi per sottolineare come il quadro che emerge sia fortemente sconfortante. I nostri rispondenti hanno mostrato di avere scarsa conoscenza sul fenomeno migratorio e di subire passivamente la campagna politico-mediatica incentrata sul pericolo dell’invasione.

Il rischio che si profila è alto: la caduta di alcuni filtri sociali e l’abbassamento della soglia della decenza rispetto al tema delle migrazioni da parte degli organi istituzionali stanno legittimando politicamente, culturalmente e socialmente una vera e propria retorica discriminatoria.

Ed in momenti di crisi economica, politica e culturale, il razzismo diventa la risorsa principale per nascondere il fallimento del gruppo dirigente, attribuendo ad altri le colpe al fine di proteggere la propria posizione di gruppo dominante. Con la complicità dei mass-media, le élite al potere, sottolineando sistematicamente l’esistenza di certi “problemi” sono riuscite a sviluppare – e i dati della nostra ricerca ne sono una testimonianza evidente – una ideologia etnica funzionale a mettere in secondo piano l’appartenenza ad una classe economica. 

Il razzismo italiano è diventato quotidiano ed è diffuso in tutto il territorio nazionale. È un pensiero ordinario che si alimenta attraverso il “discorso pubblico” e da qui si propaga tra la gente, nei quartieri, nelle periferie degradate, sugli autobus, sui treni, diffondendosi pericolosamente a macchia d’olio.

I dati della nostra ricerca dimostrano non solo l’efficacia del potere pervasivo dei media ed il nesso, tanto nefasto quanto indissolubile, tra il ceto politico e la stampa italiana, ma anche una certa responsabilità degli operatori dell’informazione i quali, se da un lato, frequentemente, reiterano modelli stereotipati di narrazione, contribuendo a reificare i processi di inferiorizzazione degli stranieri e ad alimentare fobie e pregiudizi; dall’altro, non riescono nemmeno a dar conto della pervasività con cui il razzismo si manifesta, né della molteplicità delle forme che esso assume.

Ed è proprio in questo quadro che va inserita la crescita di un’area qualunquista e di una xenofobia populista sempre più ampia; un’area che, incoraggiata dagli slogan politico-mediatici coniati dalle èlite (“ognuno a casa propria” o “prima gli italiani”) contribuisce notevolmente a fecondare l’humus sul quale germoglia il fascismo.

Sebbene una parte della letteratura italiana sul tema abbia già ampiamente dimostrato come l’inasprimento delle politiche migratorie risponda alla “necessità” di inferiorizzare la manodopera straniera, riteniamo doveroso, in nome di una responsabilità sociale e morale, continuare a riflettere sulla vera natura del sistema economico, provando a disvelare i dispositivi di dominio adottati dalla politica e dall’economia capitalistica.

Se è vero che la sociologia – come ha sottolineato Bauman – può contribuire ad ampliare gli obiettivi e l’efficacia pratica della libertà (Bauman, 2014), allora diventa quanto mai importante – proprio in funzione di contrasto di queste pericolose derive – non solo denunciare il mantenimento di una condizione di disuguaglianza, pervasiva e sistemica, dei migranti; ma anche sviluppare presso l’opinione pubblica una maggiore consapevolezza rispetto ai temi connessi con le migrazioni.

Siamo fermamente convinti che l’uso strumentale dello spettro della “invasione” degli stranieri, l’esistenza di un apparato mediatico complice e l’adozione di politiche securitarie poste in essere per nascondere la frustrazione derivante dalla crescente povertà di strati sempre più ampi della popolazione, siano indicatori inequivocabili della volontà di costruire il legame sociale sulla base delle appartenenze esclusive piuttosto che sui concetti di cittadinanza. E questo è senz’altro un tradimento della democrazia.

Bibliografia

Antigone, 2017, Torna il carcere. XIII rapporto sulle condizioni di detenzione, Roma.

Bauman, 2014, La scienza della libertà. A cosa serve la sociologia? Erikson, Trento.

British Study Centre, 2017, Modern Slavery Index 2017. Modern Slavery Risks have risen in 20 EU countries, Verisk Maplecroft in https://www.maplecroft.com

Di Cesare D., 2017, Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri, Torino.

Flai-cgil, 2018, Osservatorio Placido Rizzotto, (a cura di), Agromafie e caporalato. Quarto Rapporto Flai-Cgil, Bibliotheka Edizioni, Roma.

Mannoia M., Pirrone M.A., 2018, Razzismi, Insicurezza e criminalità. Riflessioni teoriche e dati empirici, PM edizioni, Varazze (SV).

Van Dijk T.A., 1994 Il discorso razzista. La riproduzione del pregiudizio nei discorsi quotidiani, Rubettino, Soveria Mannelli (Cz).

Post a Comment