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mano con provetta

L’Africa non è un laboratorio

All’inizio della pandemia, durante un servizio sulla rete televisiva francese “LCI” del 2 Aprile 2020, due medici francesi parlano del vaccino per il coronavirus. Ascolto.


“Potremmo fare uno studio in Africa, dove non hanno mascherine, trattamenti mirati e la rianimazione. Del resto, è quello che succede per l’AIDS: le “cavie” sono le prostitute, molto esposte e senza protezione. Che ne pensi?”


Nessun doppiaggio, nessuna voce fake. Un medico ha davvero detto queste parole. Ha davvero ipotizzato di testare i vaccini sugli africani. Ma si può sempre rimediare. L’altro medico deve ancora rispondere. Ascolto.


“Hai ragione, stiamo pensando a qualcosa di simile in Africa.”

Non ha rimediato. Le parole hanno un peso.


E questa volta pesano quanto l’Africa intera, non un paese, ma un continente di 54 stati, con più di un miliardo di abitanti e sorprendentemente non ci sono solo capanne, ma anche università, ospedali e laboratori (forse ancora pochi) in cui pure loro stanno facendo ricerche per trovare una soluzione al coronavirus.


Ma, questo, Jean-Paul Mira, capo del servizio di rianimazione dell’Ospedale Cochin di Parigi e Camille Locht, direttore della ricerca presso l’Inserm francese, non lo sanno. O fanno finta.
Cinque mesi dopo questo episodio, a conferma del fatto che l’Africa non è il laboratorio dell’Europa, ma un continente da cui poter imparare, i dati sulla situazione della pandemia nel Mondo dicono che proprio uno stato africano, il Senegal, si è rivelato tra i migliori nella gestione del Covid-19 sul proprio territorio (Davide Lemmi, Matteo Simoncelli).


Il Senegal, un paese dell’Africa nord-occidentale di poco più di 16 milioni di abitanti, con una superficie di circa 200 mila chilometri quadrati, si è classificato al secondo posto tra i paesi che hanno gestito meglio questa nuova emergenza sanitaria.

Dietro questo posizionamento non c’è la fortuna o il caso, ma c’è la storia di un paese che ha combattuto e superato altre epidemie in passato. L’ultimo risale all’Ebola. Era il 29 agosto del 2014 quando un cittadino della Guinea Bissau, inconsapevole portatore di ebola, attraversa in macchina le frontiere del Senegal.

Le autorità locali, dopo averlo intercettato e isolato, si attivano immediatamente per applicare un protocollo che si rivelerà efficace: chiudono tutte le frontiere aeree e terrestri e rintracciano tutte le persone con cui il ragazzo è venuto a contatto, isolandole precauzionalmente.

Il 20 ottobre 2014 il cittadino guineano, che nel frattempo era stato ricoverato in isolamento a Dakar in quanto affetto da febbre emorragica da virus Ebola, viene dichiarato guarito.

Dopo 42 giorni, il periodo precauzionale di osservazione, non essendoci stati altri casi, l’OMS dichiara il Senegal “Ebola free”.

Memori di questo episodio, non appena in Senegal è stato riscontrato il primo caso di covid, il 2 Marzo 2020, il governo ha attuato gradualmente lo stesso protocollo: isolamento del soggetto e tracciamento, sospensione delle celebrazioni religiose, chiusura di scuole, interruzione di campionati sportivi, chiusura dell’aeroporto il 20 marzo e il 23 marzo istituzione del coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino, il divieto di viaggiare tra le regioni e una grande e continua campagna di sensibilizzazione all’uso di mascherine e igienizzanti.

A fine settembre, il bollettino settimanale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) riguardo i focolai e le emergenze nell’Africa subsahariana diceva che erano in corso 116 eventi di malattie infettive, 104 focolai e 12 emergenze umanitarie.

Questa periodica presenza di emergenze sanitarie sta alla base del basso numero di casi di Covid-19 riscontrati in Africa rispetto al resto del Mondo. Gli stati africani consci di non avere strutture sempre adeguate e del fatto che le malattie infettive non hanno confini, in caso di emergenze, puntano immediatamente le loro forze sul contenimento della diffusione della malattia e sulla prevenzione, attraverso una reale collaborazione tra stati, basata sull’istituzione di Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC).

La rapidità con cui gli stati africani si sono coordinati e hanno attivato i protocolli di sicurezza, all’inizio della pandemia, ha fatto la differenza. Due milioni di casi e 42.404 morti contro i dieci milioni di casi e 272.138 morti dell’Europa. 


In attesa di un vaccino efficace contro il Covid-19, proprio sulla prevenzione e sul contenimento sta focalizzando la propria attenzione il Pasteur Istitute, centro di ricerca biomedica con sede a Dakar, capitale del Senegal. Nel servizio di Aisha Salaudeen, mandato in onda dalla CNN, si parla dello studio effettuato all’Istituto Pasteur di Dakar.


L’istituto, da marzo, sta collaborando con cinque centri di ricerca, tra cui il Mologic che ha sede nel Regno Unito. Stanno lavorando ad un progetto chiamato “DiaTropix” per creare un kit di test diagnostico Covid-19 portatile e conveniente che può fornire risultati in pochi minuti.
Amadou Sall, il direttore del Pasteur Institute, ha dichiarato che il kit sarà come un un test di gravidanza che puoi usare ovunque e dato il suo basso costo d’acquisto (solo $ 1) sarà usufruibile anche dai più poveri.


Il kit di test rapido non avrà bisogno né di elettricità né di analisi di laboratorio. Consiste in un piccolo pezzo di plastica all’interno della quale vi è una striscia con una sostanza reagente e basterà posarvi un piccolo campione di sangue, prelevato in autonomia dal soggetto pungendosi un dito. Se nel sangue sono presenti gli anticorpi correlati al coronavirus, la striscia reagirà e ci indicherà se il soggetto è positivo.


Il test diagnostico più accurato per Covid-19 è la PCR che però è costosa da eseguire perché richiede sia reagenti speciali che tecnici di laboratorio che tempo per le risposte. All’inizio dell’epidemia, solo due laboratori erano in grado di testare il virus con la PCR: Sud Africa e Senegal. Adesso molti di più. 


Il kit di test rapido che stanno ultimando nel laboratorio di Dakar sarebbe un’ottima alternativa, quindi. 


Con il supporto dei governi e dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) l’obiettivo del Pasteur Istitute è quello di emettere entro febbraio 2021 da 10 a 15 milioni di kit. Questo permetterà di monitorare e contenere ancora di più il Covid-19 nel continente che, attualmente, sembra aver risposto meglio agli effetti danni di questa pandemia mondiale.


L’Africa non è un laboratorio e gli africani non sono cavie che aspettano l’Europa. 


Anzi.

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