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boscaioli tagliando legna

Il ceduo, ovvero lo sfruttamento del bosco e lo sfruttamento dell’uomo

La più avanzata analisi della teoria giuridica dei beni comuni riflette sul concetto e sull’origine della proprietà privata ed esclusiva, quella cioè che esclude altrui dal godimento con un atto in ogni caso arbitrario ma comunque tutelato dalla legge. Questa esclusione originaria ha previsto, storicamente, la cacciata di coloro che, della cosa mobile o immobile, godevano del valore d’uso, per rientrarne in relazione solo come forza lavoro salariato, cioè come valore di scambio.

Questo processo, che inizia lentamente con l’Età Moderna, troverà compimento nella Rivoluzione Industriale, dentro le fabbriche e le miniere, e nell’organizzazione capitalistica dell’agricoltura. In questi settori il fenomeno è ormai consolidato, e tutti ne conosciamo le conseguenze sociali, politiche ed ecologiche. Ne conosciamo anche i cambiamenti a scala di paesaggio, che si adatta a rispecchiare i rapporti di produzione fra le classi sociali: società ed economie degradate degradano il paesaggio e questo, col suo degrado estetico e funzionale,  condiziona le psicologia e la cultura, in un processo di reciproco degrado che segue circoli viziosi fino al collasso di un sistema culturale come il nostro.

Esiste un luogo dove tuttavia questi processi di usurpazione proprietaria, di degrado paesaggistico e sociale sono più recenti e meno visibili, perché tradizionalmente  è nascosto, lontano dalle città, sconosciuto ed economicamente poco rilevante: il ceduo.

Per capire come è cambiato il bosco e come il suo sfruttamento rispecchi, ancor oggi, lo sfruttamento dell’uomo e del lavoro, è necessario risalire indietro nel tempo di qualche secolo.

Nel Medioevo non esisteva un concetto di proprietà privata o, almeno, non nel senso moderno con cui è codificata e accettata oggi. La sovranità sulle terre era in ogni caso in capo ad un’entità sovraordinata, quasi astratta, che poteva essere la corona o la chiesa. Il possesso e l’uso della terra era invece regolato da specifiche regole che, piuttosto che seguire l’attuale logica della massima utilità marginale, cercavano di garantire la massima diversificazione d’uso, in modo da poter permettere la vita delle comunità locali.

Se la stessa superficie agraria veniva gestita in modo da permettere un uso comune e diffuso tra le varie attività di sussistenza (agricoltura, pascolo, raccolta di prodotti spontanei), a maggior ragione il bosco godeva di quelle caratteristiche giuridiche che lo collocherebbero, con la recente codificazione della più avanzata dottrina giuridica, come bene comune.

I fabbisogni che il bosco doveva garantire alle popolazioni locali erano molteplici. I querceti, ad esempio, che rappresentano ancora, nonostante i dissodamenti, gran parte dei boschi della Penisola, fornivano ghianda per il pascolo degli animali e, in molti casi, anche per l’alimentazione umana. Dal bosco si ricavava inoltre legname per ogni tipo di utilizzo: dall’edilizia, alla costruzione di manufatti, opere e attrezzi agricoli. Quasi nulla veniva sprecato, e si riservava alla combustione (per il riscaldamento e prevalentemente per la cottura dei cibi) quasi esclusivamente la legna secca raccolta a terra.

Il bosco era poi la sede per la cattura di piccoli mammiferi ed uccelli, che rappresentavano preziose integrazioni proteiche nelle diete essenziali della gente rurale.

Per garantire tutta questa vasta e diversificata qualità di assortimenti, nei boschi convivevano piante di grandi dimensioni e piante più piccole, appartenenti alle specie più diverse. Il bosco , per essere multifunzionale ed equamente accessibile, doveva necessariamente presentarsi come una fustaia irregolare e disetanea, dove cioè le grandi piante, tagliate solo occasionalmente, lasciavano che la luce del sole penetrasse in misura sufficiente a far crescere un rigoglioso sottobosco di altre piante più giovani e più piccole, adatte a farvi pali, manici per zappe e pale, assi di carri, raggi di ruote, e tanti atri oggetti che oggi, con la scomparsa della cultura contadina, resta difficile immaginare.

Dopo la scoperta delle Americhe e lo sfruttamento delle ricchezze di quelle terre ad opera di compagnie commerciali sempre più ricche e potenti, tali da condizionare i sovrani delle nazioni europee, comincia a nascere, anche in seno alla cultura giuridica, una filosofia del diritto in grado di appoggiare e giustificare il saccheggio in atto.  Nasce la moderna teoria della proprietà privata, intesa coma la facoltà di disporre arbitrariamente del bene e di escluderne arbitrariamente gli altri dal godimento. I beni comuni vengono così gradualmente usurpati dai nobili e dalla nascente classe borghese e mercantile.

In Italia questo fenomeno di cambiamento del paradigma economico e giuridico arriva ovviamente in ritardo rispetto ad altri stati. I vettori di questa radicale svolta sono i Savoia che già in Sardegna, nel 1820, avevano emanato il tristemente celebre editto delle chiudende in virtù del quale, sulla scia delle enclosures inglesi, bastava recingere il fondo per acquisirne la proprietà. Oltre che sconvolgere la comunità locali, che per secoli si erano rette su una stretta comunione dei beni, per assicurare la convivenza di contadini e pastori, questa legge provocò anche un cospicuo smantellamento del preziosissimo patrimoni archeologico dell’Isola, poiché i celebri nuraghe furono utilizzati come vere e proprie cave di pietrame per costruire i muretti di chiusura.

Nelle regioni italiche il processo, iniziato sporadicamente in alcuni stati pre-unitari (celebri le privatizzazioni dei pascoli comuni operate, in Toscana, dai Lorena), accelera e si completa dopo l’Unità. Le antiche fustaie disetanee ed irregolari delle comunità di villaggio delle zone appenniniche e preappenniniche  passarono velocemente in mano alla proprietà mercantile degli imprenditori del carbone, che al tempo era il combustibile più facilmente reperibile e più utilizzato per tutta una serie di processi produttivi, per i trasporti e per le esigenze termiche delle città, che si andavano ingrandendo di quartieri popolari ed operai, mentre la campagna si andava impoverendo di popolazione, spinta nelle città non tanto dall’esigenza di guadagno, ma dalla crescente difficoltà di vivere in campagna rispettando la nuova imposta legalità.

Una causa che spinse la gente di montagna a guadagnarsi il pane nelle industrie fu l’impossibilità di accedere al bosco, per il mutato regime giuridico da bene comune a proprietà privata. Gli antichi diritti d’uso si furono qualificati improvvisamente in accesso abusivo nel fondo altrui e furto, trasformando i “comunisti” (come venivano definiti allora coloro che avevano diritti sui beni comuni) in briganti e fuorilegge.

A tal proposito sono sopravvissute molte storie esplicative nelle tradizioni popolari, come la vicenda del Brigante Tiburzi, in Maremma,  che iniziò la sua carriera rubando un fascio di erba nei campi del padrone per alimentare gli animali domestici e finì, ormai anziano, giustiziato a sangue freddo dopo uno scontro con dei carabinieri, e fu portato in trofeo come un animale selvatico (http://www.carabinieri.it/arma/ieri/cronache-del-passato/i-racconti/parte-i—1862—1899/fine-di-domenico-tiburzi-brigante-maremmano).

Ma oltre ai divieti, che potevano comunque essere aggirati, un fatto ben più grave impedì fisicamente l’accesso alle risorse: la trasformazione dei boschi in cedui.

Che cos’è un ceduo? Dal punto di vista selvicolturale, sta ad indicare un tipo di bosco dove le piante vengono tagliate ad intervalli molto brevi rispetto al loro naturale ciclo vitale: ogni 20 o 30 anni. Il taglio a raso riguarda circa il 95 per cento dell’intera massa legnosa, lasciando il suolo completamente denudato, a meno di pochi alberi, spesso esili e deboli, distanziati tra loro di circa 12 – 15 metri.

Il bosco si riprende spontaneamente grazie alla facoltà delle latifoglie di emettere dei polloni basali, ma il suolo rimane esposto all’erosione della pioggia per almeno 4 o 5 anni dopo il taglio. Il bosco conserva l’aspetto poco gradevole di un arbusteto o di una boscaglia impenetrabile per almeno altri 10 anni, ed inizia ad evolvere verso una struttura vagamente forestale solo dopo i 25 – 30 anni, quando viene di nuovo tagliato a raso. Il ceduo è una monocoltura dove la sola destinazione possibile del materiale legnoso è di finire come legna da ardere o come biomassa per le centrali termiche. L’economia del ceduo è di per sé abbastanza miserabile, e pochissimo valore aggiunto resta nei sistemi economici locali. Il resto se ne va in rendita nelle città, in rimessa verso i paesi di origine dei lavoratori e in guadagno delle imprese boschive.

L’attuale convenienza del ceduo si mantiene grazie alla riduzione dei costo del lavoro, alla minore incidenza degli oneri per la sicurezza, alle tasse agevolate per l’acquisto dei combustibili legnosi, alla semplificazione della gestione, ai contributi pubblici per l’acquisto di macchine forestali, agli incentivi sulla produzione energetica da biomasse e alla esternalizzazione dei costi ambientali e sociali. Insomma, se il ceduo dovesse vivere sulle leggi del processo che lo ha generato, il capitalismo, sarebbe già andato incontro al fallimento e all’estinzione.

Un tempo vi lavoravano tantissime maestranze, salariate o meno, ma tutte proletarizzate. Oggi vi lavorano per lo più boscaioli stranieri, generalmente di provenienza balcanica. Le condizioni del lavoro sono, rispetto ad altri settori, ancora molto arretrate, sia per il guadagno, che per la durezza, l’insicurezza, la precarietà e la grave carenza nella consapevolezza dei diritti e delle conquiste sindacali. Il contratto più utilizzato è quello di avventizio, con pagamento a cottimo della prestazione, ma la diffusione del lavoro nero è ancora molto alta. Addirittura molti braccianti sono costretti a lavorare aprendo partite iva, ed hanno una struttura imprenditoriale molto simile a quella che avevano le povere compagnie dei carbonai, magistralmente descritte nel libro di Carlo Cassola “Il Taglio del Bosco”, soggetto del film di Vittorio Cottafavi, con Gian Maria Volonté come unico attore professionista.

Il periodo di taglio, nel ceduo, coincide con la stagione autunnale e invernale, e finisce in primavera. Molti pensano che ciò sia dovuto alle esigenze fisiologiche delle piante, ma non è così. In realtà questa disposizione, che sopravvive in tutti i regolamenti regionali, deriva dall’esigenza padronale di rendere la manodopera salariata disoccupata all’inizio della primavera, quando i caporali andavano in giro a reclutare braccianti a basso prezzo per i lavori agricoli.

Questo processo, rivisitato oggi, ha la stessa valenza, le stese origini e gli stessi effetti che hanno adesso le vicende che ruotano intorno al disboscamento della foresta amazzonica, e alla perdita di identità delle popolazioni indigene, dovuta alla scomparsa della loro nicchia economica. La proprietà privata subentra al bene comune, il capitale finanziario s’impossessa del capitale naturale e lo estrae in maniera non sostenibile, viene codificato un nuovo diritto, cristallizzato nel nostro vigente codice civile (articoli 832 e 841), in grado di produrre leggi a tutela delle usurpazioni, l’attività umana diviene lavoro salariato, le popolazioni abbandonano i villaggi per disperdersi, senza più identità, nelle città, in un vero e proprio etnocidio.

In molte regioni italiane, la distruzione delle antiche fustaie per far posto alla monocoltura del ceduo, a partire dalla seconda metà del XIX Secolo, rese di fatto impossibile alle comunità locali di approvvigionarsi di tutti quegli assortimenti legnosi di cui avevano bisogno per condurre una vita autonoma ed in equilibrio ecologico sul loro territorio di origine. Infatti il ceduo, al di là di un esiguo numero di alberi poco più grandi degli esili polloni di cui è composto, non può dare altro che legna da ardere.

Unica eccezione è il ceduo di castagno, dal quale si ricava paleria, ma che è pur sempre una monocoltura che sopravvive rifornendo prevalentemente le grandi aziende vitivinicole a conduzione capitalistica, che sempre più impoveriscono e contaminano il territorio a causa del grande fabbisogno in pesticidi.

La conseguenza di questa trasformazione delle fustaie in boscaglie cedue fu la dipendenza delle economie locali dall’economia di mercato che si era ormai affermata. Il legno era divenuto merce di scambio con i sistemi economici urbani, e le uniche risorse in grado di mantenere i villaggi erano i salari della manodopera agricola e forestale ormai proletarizzata, mentre il plusvalore se ne andava altrove in capitale finanziario. L’unico modo per inseguirlo era andarsene in città, dove si era nel frattempo trasformato in stabilimenti produttivi, e ritornava in mano agli originari aventi diritto come misero salario, in grado di mantenere a malapena la forza lavoro e la sua prole rinnovatrice.

Il ceduo sarebbe scomparso con l’avvento dei combustibili fossili se non avesse trovato, all’estero, la forza  lavoro da importare con le stesse condizioni economiche e sociali dei primi del Novecento, che ancora in parte si mantengono.

Come molte altre manifestazioni antropologiche, il ceduo sopravvive anche per il disinteresse dell’opinione pubblica e per una strana ed inedita alleanza del pensiero della destra e della sinistra “rurali”. La prima difende l’impresa che ruota intorno al ceduo, ignorando culturalmente le esigenze sociali del bracciantato, e sembra fortunatamente non essersi accorta che il suo mantenimento richiama immigrazione da paesi che sono anche di matrice religiosa musulmana, altrimenti l’avrebbe probabilmente già osteggiato da tempo.

La seconda cade nel decennale fraintendimento della difesa del lavoro, considerandolo  erroneamente fine a se stesso e non un mezzo per raggiungere il bene costituzionale della piena realizzazione del lavoratore nella vita politica e sociale del Paese, e ignorando che sia posto a fondamento della Repubblica al fine di scongiurare che essa si basi sulla rendita.

Nel ceduo sopravvive un concetto di lavoro che, purtroppo, rimane nella cultura di sinistra come mero residuo linguistico, privo di declinazione, e perciò difendibile a tutti i costi anche se né libero, né dignitoso. 

Comments (3)

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    Andrea

    Sono completamente d’accordo su quello che avete scritto. Qui in Emilia nell’Appennino Tosco-Emiliano (anche dentro al Parco, ma in tono minore) come nelle prime colline, le motoseghe sono quasi sempre accese facendo scempio di questi boschi cedui ma anche di rivali che col tempo hanno visto la crescita di querceti o di acacie. Questi boschi dovrebbero essere regolamentati e gestiti correttamente portando il bosco ad invecchiamento. Ma le varie federazioni del legno spingono la politica ad attuare scelte vergognose e devastanti su questi boschi. Poi l’altra mazzata è venuta dagli incentivi per le stufe a pellets e gli impianti a biomassa. In questi anni si assiste anche all’abbattimento di interi viali cittadini con alberi sanissimi, come delle sponde ripariali dei corsi d’acqua, tutto per sfamare questi impianti a cippato. Nei boschi cedui lasciano solo qualche matrice che con il primo ghiaccio o vento si spezzano non dando più la possibilità di rilasciare i semi. È un bel disastro che può finire solo con notevoli pressioni verso i decisori.

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    Silvio

    Articolo apparentemente molto ben scritto, ma con un limite importante: non fornisce alcun dato.
    Certe argomentazioni vanno dimostrate coi numeri.
    Ne riporto solo uno su tutti.
    All’indomani della prima guerra mondiale la superficie boscata nazionale era circa il 18%. Oggi dopo 100 anni è raddoppiata: siamo oltre il 35%.
    Il raddoppio della superficie boscata sembra in netto contrasto con la distruzione dei boschi paventata nel vostro articolo attraverso il sistema di governo a ceduo, la cui tecnica risale ai tempi degli antichi romani: ben prima della scoperta dell’America

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      cristiano

      Mi sembra che l’articolo sorvoli sulla distruzione dei boschi o sulla loro espansione, ma metta piuttosto in relazione la diffusione del ceduo col particolare sistema giuridico, politico ed economico che si è affermato proprio a partire dalla scoperta dell’America, e che non è certamente un virtuoso modello ecologico e sociale.

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